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21 settembre '98
Il macabro trionfo di Kinshasa tra cadaveri e soldati ubriachi Congo, la
capitale festeggia la cacciata dei ribelli
dal nostro inviato MASSIMO DELL'OMO
KINSHASA - Ci sono i morti senza nome. I soldati caduti con le armi in pugno. Quelli torturati e massacrati dalla ferocia popolare. Le persone bruciate, i prigionieri finiti a colpi di machete, donne e bambini uccisi dalle bombe nelle loro case. Le decine di cadaveri gonfi e sfigurati che galleggiano nell'acqua del Congo, portati dalla corrente. Ma nei giorni della vittoria, dolore e terrore sono già stati inghiottiti dalla morte. E la morte cancellata dal trionfo. Le bombe non cadono più a Kinshasa. I mitra hanno smesso di crepitare. Gli automezzi comunali della nettezza urbana portano via i corpi, mucchi su mucchi, decine di piedi nudi che sbatacchiano di qua e di là. Tutto passato. E' arrivato il tempo di celebrare gli eroi. I soldati - camion pieni, file di blindati - attraversano i boulevard della capitale, tra ali di folla che applaude. Sono gli stessi militari delle forze armate congolesi che fino a una settimana fa buttavano le armi e scappavano. O si consegnavano, a reparti interi, alle truppe ribel li. Finché non sono arrivati i Mig angolani, gli elicotteri ed i paracadutisti dello Zimbabwe, i militari namibiani. Anche questo non ha più importanza. Nella leggenda popolare, quei cinque giorni di battaglia dentro la città, sono già un'epopea. E l'epopea ha altre storie da raccontare che non quelle della fuga, della rotta rovinosa, delle imboscate avvenute tra gli stessi soldati congolesi. La storia, ad esempio, dell'umile ortolana - così, senza un nome, la descrivono i giornali - che salvò Kinshasa dalla caduta. Quando, avendo visto dei militari sospetti aggirarsi nel suo quartiere, andò ad avvertire, a rischio della propria vita, non la polizia, ma addirittura la presidenza della Repubblica. Oltre l'epopea, oltre i sorrisi dei ministri e dei dignitari che affollano i due hotel della capitale, oltre l'esultanza dei militari che bivaccano e si ubriacano qua e là, molesti e arroganti, con una voglia tardiva di menar le mani, oltre ai ricorrenti insulti alla stampa, soprattutto a quella francese; oltre a qu esto velo che obnubila e stordisce e distorce ogni cosa, c'è la vera storia dell' assedio di Kinshasa che vien fuori, pezzo per pezzo, testimone per testimone, per raccontarci che la capitale era già, per una buona parte, in mano alle forze ribelli ruandesi, ugandesi e Banyamulenge. E che, non certo l'umile verduraia, ha salvato la città. Ma l'intervento, in extremis, dell'aviazione angolana che ha isolato l'avanguardia già infiltrata dal grosso delle truppe in arrivo da Matadi. L'inizio ufficiale della battaglia porta la data del 26 agosto, ore 7.30 del mattino. Quando, la prima colonna delle forze antigovernative, imbocca il boulevard Lumumba (che unisce l'aeroporto al centro, a sud-est della città) e arriva fino all'altezza dei popolosi quartieri di Masina e Kisangani. Alle loro spalle c'è il battaglione speciale ugandese "Nguruma Force". Hanno l'obiettivo di conquistare l'aeroporto per aprire un ponte aereo con Matadi (a ovest) e con Goma e Kisangani (ad est) per far affluire altre forze, altre armi, alt re munizioni. Cominciano i primi scontri a fuoco con i posti di blocco congolesi. Nella stessa mattina un'altra colonna entra dalla parte opposta, da sud-ovest, proveniente da Kasangulu. Una terza cerca di aprirsi un varco da sud, puntando sulla caserma più grande della capitale, Camp Kokolo, dove per altro, è rinchiuso un migliaio di tutsi arrestati nei primi giorni della ribellione. La battaglia divampa su tutti e tre i fronti, improvvisa, come se le truppe ribelli fossero spuntate dal nulla nella mattina stessa dentro la capitale senza che nessuno se ne accorgesse. In realtà, i soldati antigovernativi erano dentro Kinshasa da almeno quattro giorni, in attesa dell'arrivo della retroguardia poi annientata dai Mig angolani. Racconta Gilbert, ex militare che abita nel quartiere di Ndjili, nei pressi dell'aeroporto: "Li abbiamo visti fin dalla mattina del 22. Erano ben armati. Quando sono arrivati ci hanno detto: "Non abbiate paura, non siamo qui per voi, ma per abbattere la dittatura". Non hanno ucciso nessun o, non ci hanno maltrattato, non hanno rubato nelle case. Mangiavano quello che trovavano, soprattutto manghi che coglievano dagli alberi. La maggioranza di loro era tutsi. Si limitavano a ripeterci di rimanere nelle nostre case, di non uscire". Per quattro giorni sono rimasti là. Ci sono state molte persone che sono andate nelle caserme di polizia più vicine per denunciarli, ma le caserme erano vuote. Erano tutti scappati. Siamo stati abbandonati a noi stessi. Se avessero voluto, avrebbero potuto ucciderci tutti quanti". Ieri, il quartiere di Ndjili mostrava quello che era accaduto dopo i primi scontri con le armi leggere. Ci sono molti bossoli di proiettili di mortaio e di cannone sparsi ovunque. Molte case sono devastate. Per terra ci sono le chiazze nere, molte, moltissime: i resti dei prigionieri ribelli bruciati con il "supplizio del collare", il copertone d'auto incendiato al collo. Una chiesa, la Eglise de la prophétie, completamente rasa al suolo racconta ancora Gilbert: "Le bombe cadevano dappertut to. Ci bombardavano i Mig angolani da sopra. Dalla parte opposta arrivavano gli obici dell'artiglieria pesante congolese. Ho visto morire tante donne e tanti bambini che si erano rinchiuse nelle case per paura delle sparatorie". E' dopo il primo giorno di bombardamenti che, nei quartieri, i civili cominciano ad organizzare l'autodifesa. Iniziano gli agguati. Molta gente si impadronisce delle armi strappate ai ribelli. I quali, separati e frammentati dai bombardamenti, vagano alla ricerca di un riparo. Quando, dalle case più vicine, qualcuno li avvista, le donne cominciano a battere su pentole e casseruole per dare l'allarme agli altri. E' l'avvio dei linciaggi a colpi di machete, degli uomini bruciati, delle famiglie congolesi prese in ostaggio dagli antigovernativi. Una battaglia feroce, strada per strada, casa per casa. Racconta Gilbert: "Quando i ribelli si rifugiavano da qualche parte, li assediavamo. Si aspettava che avessero sparato 180 colpi, i sei caricatori in dotazione a ognuno, poi andavamo all' a ssalto con i machete e con i bastoni". Così, nei quartieri attorno all'aeroporto, così nei quartieri della parte opposta, mentre la colonna centrale è consegnata, dopo le prime bombe, quasi in blocco: più di cento nelle mani degli studenti, all'università; altri rastrellati rapidamente nei dintorni. Li hanno mostrati, ieri, alcuni di questi prigionieri - una cinquantina - nel corso di una parvenza di conferenza stampa. "Non per esporli al dileggio del pubblico - ha detto il capo di Gabinetto di Kabila, Yerodie - ma per dare la prova ai giornalisti che gli aggressori non sono fantasmi, ma persone in carne ed ossa". La conferenza stampa è stata comunque disertata dagli ambasciatori occidentali che hanno accusato il governo congolese di avere infranto le convenzioni sul trattamento dei prigionieri di guerra. La città ha ripreso la vita normale. La normalità di sei milioni di abitanti senza luce e senz'acqua da ormai quasi un mese. Nella quale l'unico sollievo apportato sono state le dieci tonnellate di medicina li e attrezzature mediche inviate dalla cooperazione italiana: lunedì sono state distribuite le prime tre tonnellate e mezzo all'ospedale di Ndjili, in una delle zone dove la battaglia è stata più cruenta. La centrale idroelettrica di Inga, da giorni, è stata riconquistata dalle truppe lealiste, ma ora si scopre che c'è un guasto da qualche parte: forse un pilone bombardato, forse un sabotaggio. Da sabato si annuncia che entro 48 ore l'elettricità sarà ripristinata. Ma il buio rimane. Un buio che avvolge anche la sorte di tredici persone (quattro tecnici e nove soldati di scorta) partite per individuare il guasto e di cui non si hanno più ; notizie. Voci ufficiose parlano di un'imboscata nel corso della quale sarebbero state tutte uccise. Sull'altro fronte, a est e a sud- est, la guerra continua. Dopo aver conquistato Kalamie, nel Katanga, ieri gli antigovernativi hanno annunciato di aver preso anche Manono, città natale del presidente Kabila. E sul fronte occidentale non c'è più niente di nuovo, quello orie ntale riserva ogni giorno una sorpresa. I prossimi obiettivi dell'aviazione militare angolana dovrebbero essere quelli.
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