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24 Settembre 1998
L'ARTICOLO
l'Africa va in pezzi GIAMPAOLO CALCHI NOVATI
Il centro di Maseru devastato, gli scontri continuano. Almeno 50 morti, 170 arresti. Per l'opposizione del Lesotho, Pretoria ha perso ogni "autorità morale". Monta la polemica in Sudafrica
C osì come, stringendo i denti, si può anche rimpiangere il periodo della guerra fredda, quando i contrappesi fra i due blocchi garantivano una certa stabilità al sistema internazionale nel suo complesso, in Africa e per l'Africa si è tentati di ricordare come una condizione più vantaggiosa lo strapotere che le grandi potenze vi esercitavano tenendo sotto controllo le conseguenze peggiori delle turbolenze interne e delle crisi interstatali.
Alleanze caotiche
Per effetto di processi che in parte derivano dalla debolezza dell'Africa (la sua emarginazione dalla grande politica) e in parte, e all'opposto, dalla crescita di entità in grado di esprimere e difendere i propri interessi su scala regionale (il Sudafrica del dopo-apartheid nell'Africa australe, l'Uganda nei Grandi Laghi), all'ovvia alta influenza di Francia e Stati uniti, che sono ormai le sole potenze residue in questo contesto, fa riscontro una competizione che vede impegnate l'una contro l'altra, o in coalizioni tanto sommarie quanto episodiche, le varie nazioni africane più direttamente coinvolte.
Nella nuova situazione c'è la sensazione che l'Oua e le varie organizzazioni regionali (Ecowas, Sadc), che solo pochi anni fa avevano trovato all'improvviso un'ottima stampa e persino qualche successo, sia pure grazie all'iniziativa della nazione-leader di turno (come nelle guerre civili in Liberia e Sierra Leone), non siano più all'altezza dei compiti.
Nell'ultima crisi, determinata dalla insurrezione anti-Kabila nel Congo ex-Zaire, tutte le istanze africane, dalla più piccola alla più grande (Non-allineati compresi), hanno dovuto prendere atto che il contrasto fra i sostenitori di Kabila e gli alleati dei ribelli era insanabile.
La prima sorpresa
Il Sudafrica, emerso come il fulcro di tutte le combinazioni dopo il 1994 con la sua forza relativa e con il prestigio per molto tempo intatto di Mandela, si è trovato nell'incomoda posizione di chi predicando l'unità e il non-intervento, ritenuti fino a poco prima i valori sommi, ha finito per perdere ogni voce in capitolo. E la sconfitta del Sudafrica di Mandela, che aveva abituato tutti a una specie di "egemonia benigna" manovrando a seconda del caso la leva economica o le forniture della sua iper-espansa industria militare, è sicuramente la prima sorpresa da mettere in conto anche per gli sviluppi futuri.
Francia contro Usa
La rivalità fra Stati uniti e Francia è stata la trama con cui si sono spiegati molti conflitti nell'Africa degli anni '90. Era chiaro che la Francia, ferma a una visione strettamente neocoloniale, sulla base di élites più o meno congelate nella conservazione dell'esistente quale che fosse il potenziale di innovazione e sviluppo, non poteva reggere la concorrenza con gruppi dirigenti e progetti di riforma che avevano i propri referenti negli Stati uniti e nel mercato globalizzato. L'area del franco è stato uno strumento importante per la politica di Parigi in Africa ma la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale avevano molte possibilità in più.
E' così che - cominciando da governi nati dalla rottura con la situazione preesistente (l'Uganda di Museveni, il Corno del dopo-Menghistu) - gli Stati uniti si sono impiantati saldamente in Africa ponendo fine all'auto-restrizione che, salvo poche eccezioni (l'Etiopia, il Congo, l'Angola), avevano osservato nella decolonizzazione e seguiti prossimi, quando c'era il bipolarismo, lasciando di fatto alle ex-potenze coloniali l'onere dell'assistenza finanziaria e militare e del "crisis management".
Oltre a tutto, l'"aiuto" offerto dagli Stati uniti ai governi o alle forze d'opposizione era più appetibile anche perché faceva giustizia di colonialismo e neo-colonialismo abrogando linee divisorie che parevano destinate a durare per sempre come la distinzione fra Africa francofona e Africa anglofona. Si poté apprezzare la "superiorità" dell'approccio americano quando Washington lasciò cadere con disinvoltura il suo vecchio protetto Mobutu costringendo Chirac alla scomoda tutela di un personaggio non solo indifendibile in termini morali ma avviato a una sicura sparizione.
Il caso del Congo
In occasione dell'offensiva dell'opposizione contro Mobutu - un'opposizione improvvisata dall'esterno che escludeva gli oppositori storici che avevano operato dall'interno - il potere dell'America toccò il vertice perché tutti i paesi africani che corsero a spartirsi le spoglie dello Zaire erano d'accordo almeno sulla necessità di disfarsi di Mobutu e questo finì per isolare la Francia. Tutt'al più si potrebbe pensare a una rivincita della Francia nella successiva ribellione contro Kabila. Ma i conti non tornano perché dietro al nuovo fronte di "democratici per la liberazione del Congo", riedizione a due anni di distanza di quello contro Mobutu dipingendo appunto Kabila come un Mobutu-bis, ci sono i due regimi, dell'Uganda e del Ruanda, che Parigi ha più avversato in questi anni come veicoli dell'invisa influenza americana.
La delusione Kabila
Giunto a Kinshasa sulle ali dell'appoggio militare di Uganda e Ruanda nelle fasi "orientali" della sua "lunga marcia" e dell'Angola per l'assalto finale alla capitale, Kabila è stato abbandonato dalla componente tutsi del blocco che aveva deciso il suo trionfo. Kabila ha deluso un po' tutti, e qualcuno dei suoi nemici interni è stato sicuramente mosso dal rifiuto dell'autoritarismo e dei suoi metodi fuori moda, ma le diserzioni degli alleati esterni hanno motivazioni specifiche che discendono soprattutto dalla capacità di Kabila di controllare il territorio in funzione delle guerre civili di ognuno di loro.
Uganda e Ruanda da una parte e Angola dall'altra avevano in fondo una stessa rimostranza nei riguardi di Kabila: non impedire a tutti i perdenti delle guerre precedenti di servirsi del Congo per raggrupparsi, armarsi e attaccare. Senonché sul fronte orientale c'era una forza, quella dei banyamulenge, che poteva dare all'ugandese Museveni e al ruandese Kagame la speranza di ottenere i propri scopi sbarazzandosi di Kabila, mentre a Luanda si è pensato che fosse più conveniente sostenere ancora una volta Kabila con il sottinteso di sostituirsi a lui nel presidio dell'enclave angolana di Cabinda e del confine fra Congo e Angola.
Il Congo, in sostanza, è stato usato dai regimi di tutta l'Africa centrale come un terreno di scontro ma più contro i loro rispettivi avversari interni che reciprocamente contro gli altri attori regionali.
Ciò che ha rovinato i calcoli di Clinton solo pochi mesi dopo il suo viaggio circolare in Africa è di non aver capito che in Africa, anche in questa fase di apparente stabilizzazione, l'obiettivo primo è sempre la salvaguardia dell'integrità interna. Gli Stati uniti si sono illusi di poter reclutare questo o quello stato per il contenimento contro il nemico "esterno" che più sta a cuore alla Casa bianca nel dopo-guerra fredda, e cioè l'islamismo radicale (impersonato nella fattispecie soprattutto dal Sudan), quando per tutti il contenimento che conta è quello contro le formazioni di guerriglia o di sbandati che mettono in pericolo i regimi: i resti delle milizie hutu in Congo, i ribelli dell'Uganda del nord, l'Unita di Savimbi in Angola.
Obiettivi "interni"
E' a questi nemici, e a vicini stabili per evitare il contagio, che pensano i governi africani quando intervengono fuori del proprio territorio.
Perseguono obiettivi "interni" anche l'Etiopia e l'Eritrea, nella loro altrimenti assurda guerra tra fratelli, e lo stesso Senegal, che è andato a colpire il movimento semi-separatista della Casamance nella Guinea-Bissau approfittando di un ammutinamento contro il presidente Vieira.
Il conflitto diretto o indiretto per Congo interposto è destinato a lasciare il segno. E' difficile far depositare le scorie di tutte queste guerre vinte o perse. Angola e Zimbabwe non hanno battuto solo le ambizioni di Museveni e Paul Kagame: hanno costretto il Sudafrica a incassare una sconfitta. Anche la Namibia non ha potuto sottrarsi ai debiti contratti con il Mpla angolano in tanti anni di lotta contro Pretoria.
Le ambizioni dell'Angola
Se l'Angola istituirà un semi-protettorato sul Congo tenendo in ostaggio Kabila dopo aver già insediato Sasso-Nguesso a Brazzaville, sarà in grado di dettar legge agli esponenti dell'Hutu Power, a meno che Uganda e Ruanda non vogliano difendersi attaccando fino a minacciare l'unità del Congo nel Kivu, dove più concreto è ora il rischio della secessione. Può darsi che il Sudafrica, sicuro di sé e della propria incolumità, abbia faticato a "leggere" il conflitto intorno a Kabila nel suo esatto significato e non sia riuscito comunque a sintonizzarsi con le politiche degli altri. E' venuto meno un fattore di stabilità che si credeva "super partes", da gestire eventualmente in sedi come l'Oua o la Convenzione di Lomé, e non è detto che l'Africa nel suo insieme ne tragga giovamento.