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18 Ottobre 1998




AFRICA CONSEGNATO OGGI IL PREMIO "ALEXANDER LANGER" A CITTA' DI CASTELLO

Jolande & Jacqueline, l'altro Ruanda

Una è tutsi, scampata al genocidio del 1994 grazie al coraggio della seconda, una hutu

- GIULIANA SGRENA - ROMA

A volte non capisco perché Jacqueline mi abbia salvato la vita, quelli erano i giorni del massacro, era un dovere uccidere, era facile, si aveva il diritto di farlo nella totale impunità. Se c'è qualcuno che ha osato non assassinare, ha compiuto un atto eroico. Ma di Jacqueline ce ne sono due o tre, forse dieci in tutto il Ruanda". Yolande Mukagasana, una donna tutsi di una quarantina d'anni, racconta come è sopravvissuta al genocidio ruandese del 1994 - circa 800mila vittime - grazie a una donna hutu, Jacqueline Mukansonera, che non conosceva nemmeno, nonostante fosse una vicina di casa. Mettendo a repentaglio la propria vita, Jacqueline ha compiuto un gesto "eroico", forse senza nemmeno rendersene conto fino in fondo.

Queste due donne rappresentano tutta la tragedia del Ruanda, ma anche la speranza di un futuro diverso. Yolande e Jacqueline, così diverse e non solo per "etnia", ma anche per carattere: decisa, laica e combattiva la prima, dimessa, credente e praticante la seconda: "Dobbiamo essere modesti", ama ripetere Jacqueline. Yolande ha deciso di vivere per testimoniare, affinché la comunità possa capire e uscire da quel silenzio che si trasforma in complicità: "Questo genocidio vi riguarda tutti", sostiene con un'aria da sfida. Da Bruxelles, dove si è rifugiata, ha cominciato la sua denuncia che vuole diffondere in tutta l'Europa. A cominciare dalla pubblicazione di un libro - "La morte non mi ha voluta" - uscito in francese è ora tradotto in italiano dalle Edizioni Meridiana. Racconta la sua storia - come è stata braccata dagli hutu durante il genocidio e come si è riuscita a salvare -, ma anche la sua denuncia: le responsabilità del colonialismo, in particolare belga che ha introdotto le carte di identità indicant i l'etnia di appartenenza, la complicità dell'occidente e degli organismi internazionali.

"Il nostro è un paese di orfani e di vedove, ma non tutte le donne che hanno vissuto esperienze drammatiche hanno la forza di Yolande, ricorda Jacqueline che vive a Kigali, e che per la prima volta ha lasciato il suo paese, due giorni fa, per venire in Italia e riabbracciare l'amica, che le deve la vita". Sì, anche se il fratello aveva predetto a Yolande che la morte non l'avrebbe voluta: "Mio fratello pose la farina tra le mani e soffiò: "dov'è la farina Yolande? E' volata via come i tuoi cari. Tu li perderai tutti: tuo marito, i tuoi figli ... Ma tu vivrai, perché la morte non ti vuole". Yolande è l'unica sopravvissuta della sua famiglia; il marito, i suoi tre figli, il fratello e quasi tutti i suoi parenti sono stati assassinati nell'aprile del 1994.

Anche quando era sull'orlo della follia e tentata di arrendersi agli assassini, quando il suo maggiore timore, più della stessa morte, era quello di essere stuprata, Yolande ha resistito, grazie anche al sostegno della apparentemente fragile Jacqueline. Ma la voce di Yolande si fa emozionata quando parla di tante altre donne, ragazze giovani, stuprate durante il genocidio: "Tra di loro c'è chi è rimasta incinta, ha avuto un bambino. Un bambino che è una parte di lei, ma anche una parte del nemico ed è obbligata ad amare nonostante per lei rappresenti un ricordo terribile. Avete mai provato a immaginare questo dolore?"

E lo dice soprattutto a chi sollecita una riconciliazione in Ruanda. "La giustizia è una condizione sine qua non per la pace nel Ruanda. Ci sono colpevoli che girano liberamente. Quando sarà fatta giustizia anche le vittime avranno ritrovato la pace e la riconciliazione sarà automatica", sostiene Yolande Mukagasana, convinta che questa riconciliazione passerà per le donne.

Yolande e Jacqueline sono un esempio in più di donne che in diverse situazioni dimostrano un approccio diverso al conflitto e soprattutto sanno trovare il modo per superarlo.

A Yolande Mukagasana e a Jacqueline Mukansonera è stato assegnato quest'anno il premio alla memoria di Alexander Langer, un premio che oltre a riconoscere il coraggio di queste due donne vuole anche contribuire "a ricordare il genocidio del 1994 in Ruanda, perché non venga archiviato nella nostra memoria europea". Il premio verrà consegnato oggi a Città di Castello da un'altra donna coraggiosa che si batte per la vita e per la democrazia nel suo paese dilianato dai massacri, l'algerina Khalida Messaoudi, che aveva ricevuto il premio lo scorso anno.



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