[178] Una Polveriera Nel Cuore Del Congo-kinshasa

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Una polveriera nel cuore del Congo-Kinshasa

A un anno dal rovesciamento della dittatura zairese, e' ormai chiaro che alcune delle minacce che incombevano sul Congo non sono affatto scomparse. La piu' grave, e immediata, e' il rischio di esplosione etnica e militare delle due province orientali del paese, il Nord e il Sud del Kivu, il cui sollevamento nel 1996 aveva decretato la fine del regime del maresciallo Mobutu. Un'esplosione annunciata, malgrado tutti i discorsi sulla "prevenzione dei conflitti". Le province del nord e del sud del Kivu, che confinano con l'Uganda, il Ruanda e il Burundi, appartengono allo spazio culturale ed economico dell'Africa orientale e si sono sempre sentite molto lontane da Kinshasa, sia geograficamente che spiritualmente. Negli anni 20 e'30, le autorita' coloniali belghe avevano utilizzato il differenziale demografico tra cio' che allora veniva chiamato il territorio sotto mandato del Ruanda-Urundi e il Congo belga, per importare manodopera ruandese verso le piantagioni del Kivu e persino verso le miniere del Katanga. Qu esta soluzione, da un lato ha alleviato la pressione demografica sugli altipiani ruandesi sovrappopolati, dall'altro ha dato al colonialismo una manodopera docile perche' espatriata. Gli immigrati ruandesi, sia tutsi che hutu, si erano aggiunti a popolazioni di lingua ruandese che vivevano nella regione prima dell'epoca coloniale. Al momento dell'indipendenza, avevano ricevuto la cittadinanza congolese, allo stesso titolo degli altri abitanti del Kivu. Ma durante la guerra civile del 1960-1965, la competizione fondiaria aveva spinto varie tribu' cosiddette "autoctone" a perseguitare gli "stranieri di lingua ruandese", per recuperare le loro terre. Poiche' gli "autoctoni" sceglievano in genere di allearsi coi ribelli mulelisti (1), il presidente Mobutu li ha considerati avversari e ha scelto di favorire gli abitanti di lingua ruandese. Questi ultimi, ben rappresentati nella cerchia di Mobutu uno dei loro era capo di gabinetto alla presidenza hanno approfittato di questi favori per accaparrare numerose terre nel Nord del Kivu, cosa che gli "autoctoni" non hanno mai perdonato. Ma il maresciallo Mobutu non lasciava mai troppo potere reale alle sue creature: cosi' una legge sulla cittadinanza ha gettato gli abitanti di lingua ruandese del Kivu nell'incertezza riguardo al loro statuto di "zairesi". In questo contesto di tensioni locali acuite dalla politica di divisione etnica attuata da Mobutu, e' esplosa la guerra civile ruandese del 1990, che si e' conclusa con il terribile genocidio del 1994. I ruandofoni del Kivu, rimasti a lungo uniti di fronte alle etnie "autoctone", si sono divisi tra tutsi filo-Fronte patriottico ruandese (Fpr) e hutu che sostenevano il governo del presidente Juvenal Habyarimana. La morte di quest'ultimo e il crollo del suo regime durante l'estate del 1994, con la fuga di piu' di un milione di rifugiati hutu verso i due Kivu, hanno fatto crescere la tensione in modo esponenziale: i nuovi venuti, invece di comportarsi come dei rifugiati "classici", hanno cercato di costruire un proprio impero nel Kivu, con l'aiuto degli hutu locali, combattendo contemporaneamente le etnie "autoctone" e i tutsi zairesi. Per due anni (1994-1996), gli estremisti hutu, utilizzando con cinismo gli aiuti
dell'Onu e delle organizzazioni non governative diretti al milione di rifugiati sottoposti al loro potere, hanno preso poco per volta il controllo politico e militare dei due Kivu. Il governo ruandese, reagendo a questa situazione che giudicava assai pericolosa, ha organizzato un'ampia e sanguinosa operazione militare di "pulizia" dei campi, tra il settembre e il novembre 1996. L'operazione e' stata un "successo". La maggior parte dei rifugiati (circa 700mila) e' rientrata in Ruanda, mentre i rimanenti iniziavano a piedi una tragica deriva transcontinentale, che ha condotto i superstiti fino alle rive dell'Atlantico ma che e' costata circa 200mila morti (2). Benche' questa campagna abbia permesso di rovesciare il regime del maresciallo Mobutu (3), ha pero' reintrodotto all'interno del Ruanda la guerra che il generale Paul Kagame, l'uomo forte di Kigali, aveva creduto di aver allontanato dai suoi confini. E il Kivu, nuovamente, si e' ritrovato in prima linea. Oggi, il Nord Kivu e' la zona piu' toccata dalla ripresa delle ostilita'. Nella parte settentrionale, lungo la frontiera ugandese, si sono insediati guerriglieri originari dell'Uganda che approfittando dell'assenza quasi totale di controllo da parte del regime di Kinshasa sulla regione, operano in piena impunita' contro il regime di Kampala: l'Alleanza delle forze democratiche (Alliance of Democratic Forces, Adf), e' una guerriglia multietnica a dominante fondamentalista musulmana, mal radicata nella regione di frontiera dove agisce e che quindi preferisce appoggiarsi alle basi di retroguardia in Congo. Sopravvive in buona parte grazie all'appoggio del regime islamico sudanese, nemico del presidente ugandese Yoweri Museveni, che Karthum accusa di sostenere la guerriglia cristiana nel sud. Nel Kivu, l'Adf agisce a ridosso delle zone controllate dalle ex Forze armate ruandesi (Far), l'esercito che ha perpetrato il genocidio, che attaccano regolarmente il Ruanda, dove compiono numerosi massacri. Per Kampala e per Kigali, la tentazione di "un colpo di spugna" su tutta la regione Beni-Rutshuru-Masisi e' quindi molto forte. Una guerra non dichiarata e' gia' in corso da circa un anno: le forze armate ugandesi e soprattutto ruandesi sono impegnate in u na escalation militare. Questo scontro straniero sul suolo congolese, a sua volta, coinvolge
inevitabilmente le popolazioni locali. Nel nord del Kivu, il conflitto e' triangolare "autoctoni", ruandofoni e Forze armate congolesi (Fac) (spesso formate da Baluba del Katanga) che si scontrano secondo schemi di alleanze fluttuanti, sia tra loro che contro gli ugando-ruandesi. Per semplificare una situazione estremamente ingarbugliata nella regione ci sono una buona decina di gruppi armati e altrettanti gruppi etnici, e ne' gli uni ne' gli altri sono necessariamente omogenei possiamo dire che i ruandofoni tutsi collaborano con le forze ugando-ruandesi, i ruandofoni hutu le combattono in alleanza molto instabile con gli "autoctoni" (4) e le Fac "navigano" in mezzo, tentando piu' male che bene di ristabilire una parvenza di controllo "nazionale" su queste turbolenze regionali... La questione dell'ingerenza straniera si pone in termini diversi nel Sud Kivu, dove le guerriglie burundesi delle Forze di difesa della democrazia (Fdd) e del Partito per la liberazione del popolo hutu (Palipehutu), cacciate per un po' dagli uomini del presidente Laurent D&eacutesire' Kabila nell'autunno del 1996, sono ritornate dall'esilio tanzaniano e hanno ripreso le operazioni contro il regime del presidente Pierre Buyoya. Le Fdd e il Palipehutu collaborano con le ex Far, le ex forze armate ruandesi responsabili del genocidio, almeno quando le loro pessime relazioni non li spingono a battersi tra di loro.
La confusione che regna nella guerriglia burundese permette al presidente Buyoya di essere piu' moderato nella propria politica regionale di quanto non lo sia il regime ruandese. Se il suo esercito opera talvolta, con discrezione,
nel Sud Kivu, l'azione non dura mai a lungo e la ritirata avviene rapidamente. Ma, benche' il Sud Kivu non sia arrivato allo stesso livello di violenza del Nord, conosce nondimeno un problema regionale molto difficile da risolvere: quello dei banyamulenge, un gruppo tutsi emigrato dal Ruanda nel secolo scorso e che durante il periodo coloniale si e' allargato grazie all'immigrazione. Questa popolazione ruandofona, legata al regime di Mobutu dalla guerra civile del 1960 -1965 fino agli anni 80, si e' trovata emarginata quando la politica oscillante del dittatore lo ha portato a favorire gli "autoctoni". E' la loro persecuzione che nel 1996 fornisce al generale Paul Kagame il casus belli di cui aveva bisogno per scatenare "l'operazione Kabila". Benche' all'inizio delle ostilita' i Banyamulenge avessero costituito la punta avanzata dell'esercito di Laurent Desire' Kabila, a vittoria ottenuta sono stati ritenuti imbarazzanti dal nuovo regime di
Kinshasa. In effetti, nel Sud Kivu non rappresentano che una piccolissima minoranza, probabilmente dell'ordine di 50-60mila persone (5). Ma, in parte per iniziativa del loro imbarazzante protettore di Kigali, a Bukavu e nella regione la facevano da padroni sia nell'amministrazione che nell'economia. Nel febbraio scorso, di colpo, hanno trovato una forte opposizione in seno alle Fac, dove il loro ruolo e' stato contestato per ordine di Kinshasa, e piu' precisamente di ex ufficiali delle Forze armate zairesi, riciclati nel nuovo esercito. I banyamulenge, sotto la minaccia di vedere le loro unita' dissolte e disperse ai quattro angoli del paese, si sono ammutinati: la ribellione e' terminata solo dopo due settimane e una serie di esecuzioni capitali. Ma la situazione nella zona Uvira Bukavu rimane molto tesa. Ciascuna delle etnie locali addestra attualmente proprie milizie per far fronte ai banyamulenge, poiche' temono che questi ultimi ricevano rinforzi dall'esercito ruandese. Il clima e' pesante, gli assassin i e le sparizioni sono frequenti, e tutti temono
di vedere improvvisamente la violenza massiccia del Nord Kivu scendere verso Sud. Come ricomporre questo mosaico di microconflitti etno-regionali nel senso geografico, poiche', sfortunatamente sul piano delle violenze le vittime si contano a centinaia e certi mesi a migliaia? E' evidente che la violenza e' innanzi tutto il risultato di una massiccia sovrappopolazione (6), combinata con un sottosviluppo altrettanto massiccio. Il Ruanda e il Burundi, micro-stati di una ventina di migliaia di chilometri quadrati, non possono piu' funzionare sulla base dell'economia agricola tradizionale ancora dominante. E la violenza dei micro-stati deborda sul grande vicino congolese. Sul piano politico, assistiamo alla crescente amplificazione della catastrofe ruandese. Ottocentomila morti almeno nel corso del genocidio del 1994, due milioni di rifugiati nel 1994-1996 (7), operazione transfrontaliera del 1996-1997, che ha provocato la morte di 200mila di questi rifugiati, rovesciamento della dittatura mobutista, sostituita d all'autoritarismo sotto influenza ruandese del presidente Laurent Desire' Kabila, sfaldamento sempre piu' profondo dello stato congolese a vantaggio delle mafie regionali e, nel caso del Kivu dove non c'e' una sola mafia regionale, ma ce ne sono diverse in competizione tra loro pericolo imminente di esplosione. Vi e' una qualche amara ironia nel constatare questo lento avvicinarsi di nuove catastrofi, mentre piu' che mai lo slogan del nuovo ordine mondiale di fronte alle sfide africane e' la "prevenzione dei conflitti". Questo e' un conflitto visibile, annunciato, gia' in corso: tuttavia nulla viene fatto. Ne' dall'Onu, che ancora di recente, per bocca del suo segretario generale, si lamentava dell'inadeguatezza della propria reazione nel 1994 di fronte al genocidio; ne' dagli Stati uniti, che nel marzo scorso, a Entebbe, si sono auto-proclamati protettori dei "nuovi dirigenti" africani, che oggi si stanno dilaniando; ne' dall'Unione europea, senza dubbio troppo occupata dalla propria armonizzazione finanziaria per preoccuparsi di queste tragedie lontane. Il Kivu e' sull'orlo dell'esplosione e nessuno si preoccupa di spegnere la miccia. Ci sara' sempre tempo, dopo, di scrivere lunghi rapporti sui finanziamenti internazionali, che spiegano le "lezioni apprese" e raccomandano le azioni adeguate, per la prossima crisi...
note:

  1. Dal nome di Pierre Mulele, uno dei capi della ribellione simba, che negli anni 60 si opponeva al governo di Leopoldville (oggi Kinshasa). Per una prospettiva storica, cfr. Elikia M'Bokolo, "Alle origini della crisi zairese", le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1997. (2) Cfr. Oscar Garreton, "L'inchiesta impossibile", le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 1998.
  1. Cfr. Colette Braeckman, "Zaire, cronaca di una liberazione inattesa" e Philippe Leymarie, "Sfide esperanze della rivoluzione congolese", le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1997.
  2. Sono questi gli "autoctoni" che formano le famose milizie del "Ma Ma", costituite essenzialmenteda uomini delle etnie bahunde e banyanga. Ma da qualche mese a questa parte il termine tende a diventare generico. I combattenti "autoctoni" baviras, basis o babembe del Sud del Kivu sono oggi sovente chiamati "Ma Ma".
  3. E' una situazione molto diversa da quella del Nord del Kivu, dove i ruandofoni tutsi e hutu rappresentano almeno il 60% della popolazione. (6) La densita' e' dell'ordine di 350 abitanti per chilometro quadrato, con delle punte a livello locale di 800 o mille.
  1. Due milioni, poiche' all'1,2 milioni di rifugiati in Zaire bisogna aggiungere i circa 900mila che si trovavano in Tanzania. (Traduzione di A.M.M.)


[179] Terrain An Enemy In Uganda's Civil

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Terrain an enemy in Uganda's civil
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MOUNT KASANZE, Congo (November 4, 1998 00:26 a.m. EST http://www.nandotimes.com) -- Keeping on the lookout for rebels, the Ugandan soldiers struggle up a steep path cut through dense forest in the Rwenzori Mountains. Single file, carrying mortars, rifles and grenades, they climb up through the steaming forest to sharp peaks, down the other side and up again, moving deeper into eastern Congo where Ugandan rebels of the Allied Democratic Forces have their bases.

The rebels' attacks on towns and villages in western Uganda have killed hundreds and are strangling attempts to develop the region. These soldiers -- of the Ugandan army's 33rd Battalion -- are taking the war into the Congo to run the rebels down.

But the terrain is a second enemy.

"The goal is to finish them off," says Lt. Col. Charles Mukasi. "Let me tell you, its hard work. This is difficult terrain."

Two years ago, the rebels regrouped after being pushed out of Uganda and set up bases in a region that the ancient geographer Ptolemy called the Mountains of the Moon. People on the Ugandan side of the border live in constant fear.

The attackers descend from the mountains at night to burn, loot, slash and kill. They grab children and teenagers from their beds to use as soldiers or slaves. Then they slip back into Congo. Their long-range goals are not clear.

Trading, tea-growing and subsistence farming all are suffering in western Uganda. Thousands of people have fled their villages in the foothills to seek refuge in insecure towns crowded with displaced people. Hundreds of those carried off are still missing.

The Congolese army has done nothing to hinder the Ugandan rebels. And the governments of Uganda and Rwanda, which helped Congolese President Laurent Kabila's rise to power last year, now accuse him of giving the Allied Democratic Forces and other rebel groups free rein.

The Ugandan army claims it has destroyed 18 rebel camps and rescued 222 abducted children and youths, forcing the rebels to split up and move around in groups of less than 10.

"If we deny them the ability to get food, deny them the ability to establish permanent camps for training, they can't survive," Lt. Joseph Balinda says while the patrol rests after a five-hour climb up Mount Kasenze. "We want to disorganize them completely."

Hundreds of soldiers, many of them barefoot, lounge on the ground in a clearing 9,000 feet above sea level. They kick off their rubber rain boots, and dangle their sweat-soaked socks from trees and small tents.

Some clean their weapons as walkie-talkie batteries charge on solar panels. Rhythmic Congolese music crackles from a battery-powered radio.

Lunch is beans boiled over fires in dented aluminum pots.

"We chased the ADF from this place about a month ago," says Warrant Officer Class 2 Kenneth Okello, green polish glittering on his toenails.

"They ambushed us. ... We killed two. They got none of ours. It took five minutes, and then they ran away."

Guided by villagers who saw rebel fighters recently, the patrol has two more days of hiking ahead through ever higher, colder terrain to another peak called Tutubwe.

District and municipal officials in western Uganda say the army's move into Congo has helped.

"The day the troops moved into Congo, the situation began improving on this side, " says Edward Masika, governor of the Bundibugyo region on the border.

Residents still worry because guerrilla raids continue, although the attackers are less numerous, and they no longer target big towns.

Army leaders say little about losses. An Associated Press photographer recently saw the body of at least one Ugandan soldier loaded onto a military helicopter in Congo.

Some legislators back in the capital, Kampala, complain the anti-rebel campaign is too expensive for poor Uganda.

President Yoweri Museveni says his troops won't leave Congo without being sure the western border has been secured, whether by Congolese soldiers or a multinational force of troops from central African nations.

He also denies his troops are helping Congolese rebels who are seeking to oust Kabila. However, his
commanders acknowledge that Ugandan soldiers are the only military forces in the eastern Congo towns of Beni and Butembo -- both in territory that anti-Kabila rebels claim to control.

By DIANNA CAHN, Associated Press Writer



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