Le Nazioni vogliono servirsi dell'Africa dei Laghi?
La Chiesa davanti la sfida della violenza e dell'ipocrisia
Importante riflessione di Mons. Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, Arcivescovo di Bukavu brutalmente assassinato a Bukavu nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 1996.
Invito a prendere posizione di fronte alla violenza e all'ipocrisia. Per quale scopo si distrugge il Ruanda? Non è per ricercare il potere assoluto a scapito del popolo che ne è vittima? I rifugiati sollevano un clamore che nessuno potrà ignorare.
La violazione dei diritti dell'uomo fa sì che il nostro continente è diventato il continente dei rifugiati. Su circa 15 milioni di profughi calcolati nel mondo, oltre 6 milioni si trovano in Africa.
Delle guerre particolarmente atroci si svolgono in Sudan. Sono rare le voci che si alzano per denunciare le tragedie, e nessuna azione si mette in atto per impedire il genocidio delle tribù cristiane ed animiste del Sud, dove l'Islam del Nord vuole imporre la sua egemonia totalitaria. Dal 1960 vi sono dei rifugiati nello Zaire, in Uganda e in Etiopia. Siamo così informati sul fermo proposito della Libia e dell'Arabia Saudita di far penetrare l'Islam in tutta l'Africa dell'Est e del Centro. Il finanziamento delle armi ha principalmente lo scopo di destabilizzare il paese per raggiungere questo fine.
L'Angola è in guerra etnica di carattere ideologico da quasi vent'anni: quanti morti, quanti storpi, quanto impoverimento, per colpa dell'ambizione di un Jonas Savimbi, sostenuto da coloro che, forse, desiderano lo spopolamento di questo paese per servirsi senza concorrenza della ricchezza del suolo, del sottosuolo, e anche del mare! Alcuni profughi di questo paese sono nello Zaire e nello Zambia sin dall'inizio di questa guerra senza fine.
(note)
Queste due dichiarazioni di giovedì 4 agosto 1994, sono pubblicate nel "Le Souverain" (Bukavu), n.7(o17?) del 5 agosto 1994, p.1 e 2.
NDR: in questo stesso numero, a pagina uno, si legge: (...)l'Alto Commissariato dei Rifugiati e tutti gli altri organismi connessi obbediscono ad una parola d'ordine occulta "Lasciare crepare questi assassini hutu...". Ma a questo proposito, i rifugiati hutu non sono ingenui e non hanno peli sulla lingua, il loro carnefice si chiama Bwakira, responsabile della direzione regionale dell'Africa per l'HCR. Questo si capisce, sostengono loro, M. Bwakira è Tutsi ed amico dell'ex Ministro del Lavoro e degli Affari Sociali, Landoald Nda?ngwa. (...) (NDR: il nome esatto sembra Rwakira anzichè Bwakira).
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...........lo sterminio progressivo di tutta una popolazione. I profughi sono dispersi, particolarmente in Africa del Sud e in Malawi.
Nello Zaire, il risucchio politico e il crollo dell'economia sono stati accompagnati da un razzismo criminale dello Shaba verso i Kasaien. Chi aveva interesse a questa proliferazione della miseria e dei movimenti di popolazione errante? Il paese non ha fatto niente! Le nazioni non se ne sono preoccupate!
Noi siamo particolarmente colpiti per quello che succede sulle colline vicine al nostro paese, lo Zaire. In Burundi, poi in Ruanda, delle guerre fraticida non accennano a calmarsi; le conseguenze sono incalcolabili. Avevamo creduto ad una burrasca, ma in Ruanda la violenza è diventata una tempesta di lunga durata che la saggezza nazionale non ha potuto fermare. Gli ambienti internazionali hanno dato l'impressione di "contemplare" lo scatenamento delle forze di morte. E adesso ci si chiede, non a torto, se non esisteva un fermo progetto, dissimulato, da qualche parte in oscure stanze.
In Burundi, dall'ottobre del '93, malgrado alcune pallide inchieste, non si sa ancora chi è stato il cervello dell'assassinio del Presidente Ndadaye; sono dei militari che hanno eseguito un piano, ma chi ha pensato questo piano, chi ha dato gli ordini, chi ha sovvenzionato l'azione, chi ha confuso le piste delle inchieste e per quali interessi? Contemporaneamente c'è stato un piano parallelo al primo che ha provocato dei massacri pazzeschi, chi ha preparato il piano? Com'è possibile che sia stato eseguito con tanta crudeltà su una così larga scala? Per quali interessi? Quale ipocrisia! Dappertutto si piangono morti; più del 25% della popolazione si è "spostata" o "rifugiata", vivendo nella paura e nella miseria; e le violenze non sono terminate; i piani d'azione neppure.
In Ruanda una guerra senza avvenire è iniziata quattro anni fa con appoggi stranieri; ma c'era un altro piano pronto: l'assassinio del Presidente Habyarimana sul quale non è stata fatta verità, e delle uccisioni senza nome, in riferimento a delle liste di vittime previste, condotte da militari e gruppi paramilitari, seguite da vendette terribili, e culminanti nello sbranarsi a vicenda degli elementi più violenti con delle distruzioni materiali incommensurabili. Per quali interessi? L'ipocrisia spadroneggia! Dappertutto si piangono morti; la maggior parte della popolazione si è "spostata" o "rifugiata"; una piccola minoranza cerca di ricostruire una struttura nazionale in una parte del paese. Per quale scopo si distrugge un lavoro di trent'anni? Dei paesi lontani credono di difendere i diritti della maggioranza, altri paesi vogliono difendere i diritti della minoranza; ognuno pretende di far sorgere una giusta democrazia; ma da ambedue le parti non si cerca la democrazia; una democrazia di tipo occidentale d'altronde non avrebbe senso nel contesto socio-culturale dell'Africa centrale; si cerca il potere assoluto per conservare o per acquisire dei "privilegi" qualunque sia il prezzo che il popolo dovrà pagare, qualunque siano i rischi di un ritorno di fiamma in futuro. Perchè?
Cristiani, anche se noi non possiamo impedire la violenza, dobbiamo sempre disapprovarla: bisogna saper dire NO, un no assoluto, profondamente turbato, o il loglio si mescola al buon grano. Il buon grano esiste, in grande quantità e di qualità sorprendente. Ne abbiamo le prove dalle recenti affermazioni dei numerosi Tutsi venuti a cercare rifugio al Kivu, dicendo che dovevano la loro salvezza a degli audaci Hutu, testimoni del rispetto della vita, del rispetto dell'uomo, del rispetto della fratellanza di tutti gli esseri umani di fronte a Gesù Cristo: confermano le testimonianze raccolte in un dossier pubblicato a Bukavu nel luglio 1994 da Philippe de Dorlodot; confermano i "segni di speranza" che sono stati percepiti, tanto in Ruanda quanto in Burundi, da quasi sei mesi; e potremmo citare degli esempi analoghi di Tutsi che proteggono degli Hutu, di una certa mamma tutsi che aveva preso sotto la sua protezione una ventina di scolari in fuga dal massacro che si perpetrava nella loro scuola. Il buon grano, è il Cristo che vive oggi in mezzo al loglio nei momenti più scuri delle tragedie umane. Un atteggiamento di retrocessione e di tolleranza, uno sguardo sensibile alle forze dell'amore deve normalmente permettere di aprire la strada al disarmo, e di ricostruire su delle basi veramente solide. Un saggio ha detto: "Vi sono delle cose che non si vedono bene che con occhi che hanno pianto", ma che, prendendo le loro distanze rispetto alle passioni umane, sperano in Colui che è il Cammino, la Verità e la Vita.
In questi giorni in cui si continuano a scavare fosse comuni, in cui la miseria e la malattia si trascinano per migliaia di chilometri su strade, piste, sentieri, rifugi, campi, noi siamo particolarmente interpellati dal grido di Cristo sulla croce: "Padre, perdona loro perchè non sanno cosa fanno!" In certi momenti, questa misericordia di Dio che interrompe gli ingranaggi della vendetta, sembrerebbe disturbare i militanti di tutte le sponde; ma dopotutto, è lei sola che può definitivamente spezzare il cerchio infernale delle vendette. Il Signore nostro Dio ha perdonato; Egli ci invita a perdonare. Soltanto questo eroico perdono è nella logica della salvezza. Augustin d'Hippone ha potuto dire ai suoi fratelli: "Voi vi dite figli di Dio. Se voi rifiutate di perdonare, perchè desiderare ancora la sua eredità? Questa non puï essere data che dal Figlio unico che è morto perdonando". Cristiani, noi dobbiamo, come Giovanni battista, essere gli araldi della "Buona Novella del Perdono", e ripetere, in verità e in atti: "Ecco l'Agnello di Dio, ecco Colui che leva i peccati del mondo".
Forte di questa fede in Gesù Cristo, la Chiesa ha il dovere di essere la serva della giustizia e della pace; questo servizio è costitutivo della missione della Chiesa, soprattutto nella nostra Africa oggi.
Una lunga pace negli spiriti sarà necessaria per la ricostruzione di un paese come il Ruanda; ma bisogna osare farla, là come altrove; essa è frutto di dialoghi e di riconciliazioni permanenti; essa richiede un lungo processo di negoziazioni condotte da uomini che siano coscienti degli interessi comuni a tutti i cittadini della loro nazione. Una nazione è prima di tutto un plebiscito di tutti i giorni "di voler vivere insieme", dimenticando le ombre del passato, adoperandosi per evitare la dittatura, sia della maggioranza, sia della minoranza. Quando non è difensiva, la guerra è sempre la devianza e la demenza di un individuo o di un gruppo che provoca la violenza per arrivare al potere, o per rimanervi. "Si crede di battersi per la patria, quando si è spinti dalle differenze. E' stato così già ai tempi della torre di Babele! Occorre che le armi tacciano; allora le orde erranti potranno avere il tempo di riprendersi e di domandarsi da dove è venuta la tempesta; allora delle persone integre percepiranno le loro convinzioni più profonde per il servizio del bene comune, per fare germogliare una "nuova democrazia", culturalmente inserita nella nostra realtà dell'Africa centrale. Che cessi la costrizione delle armi, che cessino le demagogie al livello dei nostri paesi e dei giochi d'influenze internazionali, che emergano dei governi che rispecchino delle scelte, il più coscienti e libere possibili, formulate dalle popolazioni ridivenute serene.
La storia ha delle lezioni da darci. In certi momenti, il perdono e la riconciliazione sembrano impossibili; ma si giunge sempre a constatare che senza essi la vita rimarrà infernale. Tutte le nazioni hanno sentito un giorno o l'altro il bisogno imperativo di amnistia senza la quale avrebbero rinunciato al loro futuro. Senza riconciliazione non esisterebbe più nè Asia, nè questa Europa nella quale i vinti della guerra del 1940 si sono uniti ai vincitori di allora, per festeggiare la pace ritrovata, grazie agli uomini che, durante la conflagrazione della guerra, hanno superato l'avvenimento e elaborato già un piano d'intesa e di collaborazione per la costruzione di una pace più solida grazie all'intrecciarsi di interessi economici e di incontri culturali alla base: così essi hanno impedito che degli individui e delle minoranze al vertice continuassero a sacrificare il loro popolo per soddisfare la loro sete di potere politico.
A guardare gli avvenimenti con un occhio più analitico e più obbiettivo ci si accorge che se, da una parte e dall'altra dei gruppi in conflitto, c'è violenza e vendetta, ci sono delle masse innocenti e tranquille che non sono che le vittime. E' a loro insaputa e contro la loro volontà che per le ambizioni di impadronirsi del potere o di mantenerlo hanno edificato dei piani e dei metodi nefasti per raggiungere i loro scopi: il potere voluto per se stesso a scapito del popolo.
Ci si accorge anche che, nelle etnie in conflitto, vi sono da una parte e dall'altra, delle persone che deplorano questa follia, e che fanno quello che possono per salvare delle vite umane, a rischio di passare per traditori, e a volte di subire la stessa sorte di quelli che hanno aiutato, o cercato di aiutare a salvarsi. In Germania, è stato necessario distinguere un tedesco da un nazista; in Libano, un musulmano da un islamico; in Ruanda, bisognerebbe distinguere un Hutu da un membro delle milizie della morte o della guardia presidenziale che vuole mantenersi, attraverso un genocidio, al potere; distinguere un Tutsi da certi membri del FPR che vogliono impadronirsi del potere con la forza, ed eliminare ogni opposizione. Da tutti e due i lati si è ucciso "per il potere".
I massacri perpetrati dalla guardia presidenziale per vendicare il Presidente hanno provocato l'indignazione di tutte le coscienze cristiane. Ma la rivincita non scherza. L'assassinio premeditato di tre Vescovi e di persone consacrate, avvolto nell'ipocrisia, non è che un segno della radio(?) del FPR? Delle persone provenienti dalle zone del Nord, particolarmente da Ruhengeri, sono state testimoni di massacri per vendetta da parte di militari del FPR che vorrebbero tuttavia presentarsi come un'armata di liberazione. Dei paesani in fuga nel Bugesera, vicino un ponte distrutto sul Nyabarongo, sono stati giustiziati con la mitraglietta. Di questo passo il Rwanda sarà un deserto di popolazione, anche se migliaia di anziani profughi convergono verso Kigali e le zone controllate dal FPR. Le centinaia di migliaia di Rwandesi che si trovano nei campi profughi in Tanzania, in Burundi, nel Sud e nel Nord-Kivu, sollevano un clamore che nessuno può e potrà ignorare.
La forza di interposizione dell'ONU a Kigali non è riuscita a realizzare la sua missione di pace, senza schierarsi. L'operazione Turquoise della Francia aveva mostrato le sue carte partigiane sin dall'inizio; essa ha salvato delle vite umane; ma, accecata dalla sua ideologia di democrazia occidentale, non ha tenuto in considerazione tutti i parametri della situazione; non ha saputo dominare lo sbandamento di centinaia di migliaia di persone ridotte ad una miseria senza nome; essa non sà più come fare un passo avanti o indietro, senza nuovi sacrifici di vite umane. Le nazioni si impietosiscono sulle folli innumerevoli di vittime disperse in tutto il paese dei Grandi Laghi; c'è molta buona volontà; e la logistica degli aiuti umanitari rende omaggio al genio e alla generosità umana per i servizi d'urgenza. Ma chi deve intervenire "per domani"? Chi deve rivelare i disegni segreti di alcuni cervelli ben protetti che hanno suscitato e che continuano a sostenere il "laminatoio dei poveri"? Si dice che occorre l'intervento di una "forza" internazionale per fare rispettare i "diritti di tutti", perchè i dadi sono truccati, tanto in Burundi quanto in Rwanda, anche se le situazioni non possono essere confuse. Quali sono le leve del dialogo e della verità?
I discepoli di Cristo non possono reclamarsi in verità di Cristo se non hanno l'onestà e il coraggio di essere i "servitori di tutti", e di sentirsi solidali a tutti i poveri. Noi siamo interpellati: l'amore si prova con degli atti. Se vi sono dei rifugiati alla nostra porta, dobbiamo sapere creare un clima di compassione dove sbocciano i fiori dell'aiuto reciproco perseverante: dobbiamo sapere accogliere a casa nostra dei fratelli e delle sorelle, senza distinzione di razza o di classe sociale, senza premeditate accuse e disprezzo. Se dei movimenti di rientro verso i paesi d'origine si profilano, noi dobbiamo essere i servitori del vicendevole aiuto, del dialogo, della misericordia e della riconciliazione, a tutti i livelli. Se un nuovo futuro di convivenza nazionale comincia a costruirsi, i discepoli di Cristo hanno il dovere di essere come il lievito nella pasta; non i militanti di parti intolleranti, ma i portatori dello Spirito. E' la comunità della Pentecoste, nella quale noi saremo sempre più ospitali, con Maria, alle forze dell'amore e della vita dello Spirito di Gesù, come a Gerusalemme, che sarà la semenza dei nuovi alberi nei paesi dei Grandi Laghi all'orizzonte dell'anno 2000.
Bukavu, 3 agosto 1994
Christophe MUNZIHIRWA s.j.
Archeveque de Bukavu, Zaire.