Genocidio, la parola e i morti

( Liberation , 6-3-1997)

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Gridare al "genocidio" degli Hutu

o tacere sull'epurazione sistematica

di cui sono vittime loro,

i "carnefici" di ieri ?

E se l'esagerazione e l'indifferenza

mascherassero una medesima vilta'... ?

 

 

Abbiamo scelto tra la parola e i morti [in francese e' un gioco di

parole : "le mot et les morts" - nota del traduttore]. Bilancio: la parola

e' salva, la gente e' morta. Coloro che parlano oggi di un "secondo

genocidio" in Rwanda o nell'Est dello Zaire passato sotto il controllo

dei combattenti Tutsi, sono marchiati a fuoco dalla riprovazione universale

come "estremisti Hutu", "fanatici del genocidio". Il che e' giustificato

nella misura in cui non c'e' stato che un solo genocidio nell'Africa dei

Grandi Laghi (e che mostruosita' scrivere questo, se si pensa al "mai piu'"

del dopo olocausto !) : quello dei circa 750.000 Tutsi in Rwanda, uccisi

sia metodicamente che artigianalmente con la sola forza delle braccia che

maneggiavano armi rudimentali tra aprile e luglio '94 [in realta' sono

state usate anche armi da fuoco durante il genocidio dei Tutsi : pistole,

fucili e kalashnikov - ndt].

Oggi e per le generazioni future, questa e' la chiave di volta di ogni

ragionamento nella regione. E inoltre si dovrebbe riconoscere che

l'occidente deve smettere di rispecchiarsi in questo bagno di sangue che

gli rinvia l'immagine del "suo" genocidio, lo sterminio degli ebrei ai

quali il pensiero coloniale ha cosi' efficacemente assimilato i Tutsi,

"nilotici erranti" nell'Africa dei Grandi Laghi.

I Tutsi sono stati vittime di un genocidio, e' una verita'

indistruttibile. Ma non sono i "buoni" di fronte agli Hutu, che, come

collettivita', sarebbero i "cattivi", privati quindi di ogni diritto, di

una cittadinanza che non sia degradata in Rwanda, di una protezione come

rifugiati nell'Est dello Zaire. Ed e' questa idea, primaria e binaria,

degna di un western americano, che tollera che il Rwanda e una parte

dello Zaire dieci volte piu' grande del "paese delle Mille Colline", si

trasformino sotto i nostri occhi in un grande territorio di massacri,

disseminato di fosse comuni, che sono anche quelle della nostra lucidita'.

 

Una politica di asservimento

 

I fatti, in tutta la loro brutalita' omicida: dalla conquista del

Rwanda, in pieno genocidio, il Fronte Patriottico Rwandese (FPR),

l'esercito

della diaspora Tutsi, si e' dato a dei massacri organizzati che sono

costati la vita ad almeno 100.000 civili Hutu. Installatosi al potere a

Kigali dal luglio 1994, l'FPR ha proseguito questa "politica di vendetta e

di sottomissione", il cui scopo non e' lo sterminio degli Hutu, largamente

maggioritari, ma il loro asservimento alla condizione di "iloti" -

cittadini di second'ordine in mezzo alle colline rwandesi - per le

generazioni a venire.

Dopo il ritorno massiccio dallo Zaire e dalla Tanzania di piu' di un

milione di rifugiati Hutu alla fine dell'anno scorso, le uccisioni

sistematiche sono riprese, terza ondata di un'epurazione che mira

soprattutto agli intellettuali Hutu, dal diplomato al semplice

scribacchino.

Scatenando nell'ottobre scorso la guerra nell'Est dello Zaire, il regime

rwandese a dominazione Tutsi ha messo fine ad una minaccia inaccettabile

per lui - i campi dei rifugiati Hutu a ridosso della propria frontiera -

esportando la propria politica di asservimento.

Una buona meta' degli Hutu che erano fuggiti dal paese nel 1994 sono

rientrati, rassegnati a piegare la testa. L'altra meta' e' stata

inseguita attraverso la foresta zairese e continua ad esserlo.

Testimonianze concordanti ma frammentarie fanno temere il peggio, ma non

consentono di avanzare un bilancio in cifre.

 

Perche' questo silenzio?

 

Ma perche', se questo e' vero, non lo leggiamo sulla prima pagina di

tutti i giornali? Perche' l'Alto Commissariato per i Rifugiati (HCR) non lo

denuncia? Perche' in Rwanda gli osservatori per i Diritti dell'Uomo delle

Nazioni unite non confessano la propria impotenza?

Un giorno, ognuno al proprio livello, dovra' rispondere a quella che e',

di fatto, una sola ed unica domanda: perche' istituzioni ed individui non

si assumono le proprie responsabilita'?

Capisco e condivido il dubbio, la difficolta' a vederci chiaro, la paura

del revisionismo. Ma non capisco piu' il comfort morale e materiale del

quale giornalisti, ricercatori, responsabili politici e funzionari

internazionali circondano la propria inettitudine. Non cerco nemmeno piu'

di capire i funzionari dell'ONU - che si suppone debbano proteggere i

rifugiati, o rilevare gli abusi dei diritti dell'uomo - che consentono al

rimpatrio forzato degli Hutu, ma si vantano di aver "salvato" qualche

amico personale ; o che, se ancora non sono stati evacuati a causa della

"insicurezza", circolano in Rwanda sotto scorta militare dell'FPR, invece

che dare le dimissioni.

E che dire del magistero morale delle ONG e del loro " dovere di

testimonianza"? O di quel portavoce del CICR (Croce Rossa Internazionale)

che, in privato, parla di "pogrom organizzati" nell'Est dello Zaire, ma

percepisce 30.000 franchi netti al mese per non parlarne pubblicamente?

 

Logiche genocidarie

 

Poiche' le parole uccidono e poiche' il silenzio puo' permettere dei

massacri, nessuno deve accettare la banalizzazione del genocidio. Ne' della

parola ne' del fatto, dato che i due sono legati - a meno di voler vivere

in un mondo folle dove i segni sarebbero staccati dal reale. Ma se cosi'

non e', come possiamo idolatrare la parola "genocidio" e contemporaneamente

abbandonare alla propria sorte degli Hutu che sono massacrati proprio

perche' Hutu e, in quanto tali, sono refrattari all'asservimento? Sebbene

parziali, le testimonianze di cui disponiamo non

lasciano piu' spazio al dubbio: l'epurazione in Rwanda e nell'Est dello

Zaire e' eretta a politica, intrapresa e perseguita come tale.

Ed e' d'altra parte attraverso l'analisi politica senza sentimentalismi,

ne' effetto a specchio delle nostre proprie paure, che si puo'

comprendere il perche'. In queste terre fertili, ma esigue dell'Africa dei

Grandi Laghi , sotto una pressione demografica eccezionale e sotto il peso

delle ecatombi precedenti nella regione, una logica assassina e' diventata

forza collettiva.

Razionalizzata - in tutti i sensi del termine - da intellettuali delle

due sponde, messi al servizio della rivalita' tra le due elites Hutu e

Tutsi per il controllo di uno Stato che - qui piu' che altrove -

monopolizza privilegi e prebende, mette i "vecchi demoni" del tribalismo al

servizio di un progetto politico moderno: lo sterminio, quando il

regno della "maggioranza naturale" e' minacciato; l'epurazione; quando la

minoranza non ha altri mezzi per perpetuare il proprio dominio coercitivo

sulla maggioranza. In mancanza di meglio, si potrebbe parlare di "logica

genocidaria". Ma e' un linguaggio insoddisfacente e ambiguo, tanto quanto

l'aver qualificato come "genocidio selettivo" le uccisioni in Burundi nel

1972, quando la maggioranza Hutu e' stata decapitata dei suoi membri piu'

evoluti. Ci furono allora circa 200.000 morti, senza che la comunita'

internazionale reagisse.

 

Genocidio causato dall'indifferenza

 

Allora sono tutti uguali, gli Hutu come i Tutsi, tutti assassini che

sventrano o fanno a pezzi i loro nemici? Nell'Africa dei Grandi Laghi, i

massacri sono destinati a succedersi inesorabilmente, fino a quando il

genocidio del 1994 - fossa comune in mezzo a montagne di cadaveri - sara'

banalizzato come, appunto, "il piu' grande massacro" di una lunga serie?

Se per colpa nostra l'opinione pubblica dovesse arrivare a questa

conclusione, se finisse per mandare a quel paese "tutti questi selvaggi",

farebbe una scelta funesta; tanto quanto funesta e' la scelta del

"partito preso", che consiste nello schierarsi in uno dei due campi per

sostenere dei "buoni" alle prese con dei " cattivi".

Perche' questo uso inetto del genocidio e' un doppio tradimento: della

parola [in francese : du mot], che perde il suo significato, ma anche dei

morti [des morts], che - non essendo vittime di un "vero" genocidio -

vengono uccisi una seconda volta. Dall'indifferenza.

 

(Stephen Smith, "Liberation", 6 marzo 1997)