| Ospitiamo
in questa pagina gli articoli pubblicati da Daniela Binello, giornalista
freelance, su diverse testate cartacee e on line della CGIL. Daniela ha
preso parte direttamente ad appuntamenti di Rete Contro G8 (la prima Assemblea
Nazionale tenutasi a Genova nel Dicembre scorso) ed alla tre giorni sull'azione
diretta svoltasi agli inizi di Gennaio. Segnaliamo, tra l'altro, l'intervista
rilasciata da Mauro Passalacqua segretario generale della CGIL ligure.
L'articolo che annuncia l'adesione della corrente di CGIL "Cambiare rotta"
al Patto di Lavoro è stato pubblicato prima che fosse resa nota
l'adesione solo a titolo individuale di un gruppo di dirigenti della CGIL
ligure e di Genova.
***
Globalizzazione o deregulation?
di Daniela Binello
Dal summit per il Wto (World
Trade Organization) a Seattle nel 1999 in poi ai militanti dei movimenti
di protesta è stata appiccicata una classificazione che li
accomuna tutti in The people of Seattle, ma la formazione
e la storia politica di ogni singola persona che ha partecipato ai controvertici
sarebbe molto diversa. Non è univoco per tutti nemmeno il fatto
di convergere sui medesimi obiettivi, anzi, anche se in linea di
massima i movimenti di protesta concordano sulla finalità
di far fallire i megameeting organizzati di volta in volta dalle potenze
mondiali. Come si vede il discorso è complesso e delicato. Fra cinque
mesi a Genova, dal 20 al 22 luglio, ci sarà il vertice del
G8, cioè la riunione dei governi delle otto nazioni più ricche
del pianeta per fare "il punto della situazione": Usa, Canada, Gran Bretagna,
Germania, Francia, Italia, Giappone e Russia. Il popolo di Seattle, e poi
di Praga e di Nizza, sta preparandosi perciò a diventare
The people of Genoa.
Per la politica
italiana il G8 di luglio è un grande evento per mettersi in
mostra, occasione ghiotta soprattutto per gli esponenti della maggioranza
del governo che sarà. L'opportunità è
già stata colta anche da Genova che da qualche mese è
una città cantiere. Lavori in corso dappertutto per ristrutturare
piazze e facciate fatiscenti, ripulire quartieri dove non si vedeva più
un'opera pubblica da decenni, riorganizzare il traffico e le
strade di accesso alla città, riabilitare i vecchi magazzini
portuali per adibirli a gallerie commerciali, congressuali e sale museali,
come l'Acquario. Ma Genova a luglio sarà anche una fortezza
blindata dove potranno entrare e uscire dalle aree circostanti il
Palazzo ducale, sede del summit, solo i cittadini autorizzati, i residenti,
i vip, i delegati e i giornalisti accreditati. Per chi non
conosce Genova, che vale invece la pena di visitare perché è
bellissima, occorre immaginarla come il guscio di una lumaca visto dall'interno
oppure come una spirale o una scala a chiocciola. Genova,
maliarda e faticosa, è tutta un salire su e giù per
viuzze e terrazze, scale e piazzette, vicoli che si rincorrono a
mo' di slalom attorcigliandosi su se stessi. Dovete recarvi a un
indirizzo preciso? Ebbene, i numeri civici sono neri e rossi, non sono
spartiti fra pari e dispari sui due lati della strada e senza un po' di
navigata esperienza è facile perdersi. Insomma, girare per Genova
da forestieri è una specie di test d'intelligenza (ora
con i cantieri aperti il livello di difficoltà è paragonabile
al Camel trophy), tuttavia anche in questa impenetrabilità sta racchiuso
il suo fascino. E i genovesi, che ne pensano di questo happening
finalmente internazionale? Il carattere della città è
schivo e in linea di massima i residenti lo snobberebbero,
avendo già i problemi loro, se non fosse però
che aver visto come Genova viene rivoltata come un calzino, per tornare
dopo il lifting a nuova bellezza, ha prodotto effetti positivi
per l'occupazione e l'economia (l'Acquario, ad esempio, ubicato su
10mila metri quadri con oltre 500 specie di pesci in mostra, è già
stato visitato da 8 milioni di persone dal 1993). E nella speranza
che le opere per il G8 restino patrimonio della comunità,
il rilancio del capoluogo ligure è stato salutato positivamente.
Ma l'idea di una fortezza
blindata, con cittadini guardati a vista da squadre speciali di polizia,
costretti a girare fra i check point con i pass appesi al collo non
piace a molti. Contrariate sono soprattutto le persone che provenendo da
movimenti ambientalisti, nonviolenti, per i diritti umani e
civili di varie componenti sociali della sinistra laica o tenacemente
cattolica, s'interrogano sul perché del G8 e delle sue politiche
sfacciate, subordinate al potere non già dei governi,
come sarebbe auspicabile essendo stati eletti per plebiscito dai
cittadini, ma delle multinazionali. Di quali multinazionali stiamo
parlando? Di tutte e, per non fare nomi, dai gruppi automobilistici come
ad esempio General Motors, Ford, ai gruppi di abbigliamento sportivo
come Nike o agroindustriali come Coca Cola, Nestlè,
Del Monte e molti altri.
Perché i contestatori
del G8 sono ipercritici verso le multinazionali? Perché in base
ai presupposti della globalizzazione io vado a produrre dove
mi costa meno, dove ho minori vincoli legislativi e sindacali, peraltro
molto spesso manovrabili, e da dove posso andarmene dalla mattina alla
sera disinvestendo tutto senza che nessuno possa dirmi beh. Insomma, la
faccia della globalizzazione che non piace è quella dell'assenza
di diritti e di tutele per i lavoratori dei paesi più disagiati,
individui di serie b, donne e minori appartenenti a fasce deboli e ricattabili.
Una mondializzazione neoliberista che ha già evidenziato ricadute
negative anche sulla pelle dei consumatori, laddove si produce senza rispetto
né norme per l'ambiente .
Fra le posizioni pro o
contro la mondializzazione ci sono però molteplici punti di
vista intermedi che fanno spostare significativamente l'ago della bilancia.
Il parere dei sindacati, ad esempio, che, contrari alla globalizzazione
uguale a deregulation, vorrebbero però "accompagnarne il processo"
orientandolo sempre di più nel rispetto dei diritti (già,
ma come?) e premono sui governi e sulle organizzazioni sindacali dei paesi
in via di sviluppo affinchè non abbassino la guardia. Al momento
però i governi dei paesi in via di sviluppo sono per lo più
tutti in crisi e i sindacati democratici del Terzo Mondo (ma distinguere
è d'obbligo) sono spesso ostili alle ingerenze delle
organizzazioni del lavoro occidentali.
Oggi si fa fatica
a comprendere cos'è bene e cos'è male, nel senso che se da
un lato può essere ragionevole che la produzione o la lavorazione
di un articolo commerciale possa delocalizzarsi dove esistano condizioni
di maggior vantaggio, non si comprende però come mai la
ridistribuzione del benessere avvenga sempre solo fra quel 12 per cento
di abitanti del pianeta che possono consumare ciò che per il restante
88 per cento è inaccessibile. Ogni giorno di più scopriamo
nuovi schiavi. Esseri umani che sgobbano per un pugno di mosche in condizioni
off limits, donne e bambini reclusi in zone franche dove si lavora a occhi
bassi e guai a fiatare. Ma questa globalizzazione sa cos'è
l'amore?
***
ControG8/Disubbidire per
amore
di Daniela Binello
"Faranno un deserto e lo
chiameranno pace". Recita così un manifesto appoggiato in terra
nella sala della chiamata del porto di Genova, prestata – come usa fare
alle associazioni che la richiedono - dalla Compagnia unica
dei lavoratori del porto di Genova (i mitici ex camalli) per l'incontro
dei partecipanti della Rete ControG8 (www.peacelink.it/users/controg8/demo).
Lo scopo del raduno, organizzato dal 5 al 7 gennaio, è simulare
azioni di disobbedienza civile. Alla tre giorni di training
nonviolento hanno aderito un centinaio di persone, prevalentemente giovani
dai venti ai trent'anni dell'Italia centrosettentrionale. Fra i pochi
giornalisti ammessi a partecipare a tutte le fasi dell'incontro c'ero anch'io
e il bilancio dell'esperienza è originale: mai viste tante
persone così diverse voler fare insieme qualcosa di così
complicato.Le associazioni più esperte di manifestazioni di piazza
(come quelle aderenti alla Rete Lilliput o al Patto per il
Lavoro) sono all'opera per preparare il controvertice
di luglio, da attuare
in contemporanea al G8. La mobilitazione sarà tutt'altro che facile
dato che la città sarà inaccessibile ai manifestanti. Utilizzando
modelli ispirati ai padri della nonviolenza come il Mahatma Gandhi, don
Lorenzo Milani, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Charles C. Walker, Johan Galtung,
le simulazioni sono servite a sciogliere il ghiaccio e far dialogare persone
appartenenti a gruppi disomogenei fra loro. Per mettere in gioco
le proprie emozioni ci si è alternati nei panni del
manifestante, in quelli dell'agente antisommossa, del giornalista e del
politico di turno. Per alimentare il pathos ci si è vestiti
da "tute bianche" o poliziotti con manganelli di carta realizzati con le
pagine del Sole 24 Ore (evidentemente qualcuno ne aveva fornito
i resi). Dopo ogni prova attiva ci si è riuniti in piccoli
gruppi per tirar fuori "a caldo" il vissuto. Il tema centrale
della violenza è stato ampiamente dibattuto, ma più che il
suo profilo etico filosofico, la domanda di fondo è
stata: cos'è più efficace fare e dire affinchè
il controvertice di Genova possa riuscire con il consenso della maggior
parte della cittadinanza, anche di quella più pigra, oggi come oggi,
a impegnarsi per l'affermazione dei propri diritti? L'aspetto più
sorprendente è che realtà così diverse fra loro come
le ragazze e i ragazzi dei centri sociali, genovesi e non solo, Zapata,
Città aperta, Immensa e Ya Basta insieme a militanti senior
(cioé di generazioni anagraficamente precedenti) dei Beati Costruttori
di pace, papa Giovanni XXIII, Arci, Cric, Legambiente, Assopace siano
riuscite a confrontarsi su quelle che potranno essere le azioni dirette
da organizzare a luglio per davvero. Sebbene ancora al principio, senza
un piano d'azione né "capi" riconosciuti, questo è un buon
risultato. Ma l'aspetto cruciale, quello delle modalità della
protesta, è inutile nasconderlo, dovrà essere negoziato a
lungo per trovare un modo comune d'intendere il controvertice. Non è
neppure da escludere che un vero accordo non ci sarà mai. Rompere
una vetrina fa male al vetro? O fa più male l'embargo che priva
esclusivamente i più deboli di medicine, aiuti e cibo? Franco Barchi,
consigliere comunale pacifista a Genova, ha consegnato una
lettera in cui ha spiegato le sue ragioni. <<Essere controG8
_ scrive _ significa andare nella direzione contraria rispetto a
quella che vede il mondo come spazio da conquistare, prima le terre, ora
il mercato. L'azione nonviolenta serve per proporre altri contenuti,
senza volere la distruzione dell'avversario. Manifestare è
un diritto>>. Carlo Schenone, uno degli organizzatori della tre giorni
di Genova (disponibile per informazioni all'email schenone@libero.it)
legge un contributo arrivato per fax: <<Bici controG8: per
luglio proponiamo di arrivare a Genova da Lecco in bici allenandoci fin
da subito con pedalate domenicali coinvolgendo il maggior numero
di persone possibile>>. Marzia della Lilliput di Ferrara interviene:
<<Vent'anni fa volevo cambiare il mondo, poi mi sono accorta che
la cosa più difficile era cambiare me stessa>>. Francesco di Altreconomia
di Trofarello: <<Effettivamente c'è molta più gente
motivata qui che a una riunione nella sezione di un partito>>. Matteo dello
Zapata: <<La parola d'ordine è blocco del G8>>. Paolo dell'Assopace
di Novara: <<Voglio potermi fidare delle persone che saranno insieme
a me, su cosa vorranno fare e su cosa decideranno di fare anche gli
altri>>. L'ultima serata si conclude con una cena offerta dai
ragazzi dello Zapata, tutti a pelar patate e cucinare chili di
pasta per gli ospiti. Con un contributo di 5mila lire si consuma
un pasto caldo, con bevande a volontà, continuando a discutere e,
perché no, socializzare. Dopo andiamo a visitare quella sarà
la sede del summit, il Palazzo ducale. E' appena stato ristrutturato.
Nella galleria centrale c'è un wine bar con internet
ai tavoli, in stile Palo Alto chic. Al fondo, protetto da una teca
di plexiglass, campeggia invece il
logo del G8: una G e un 8 avvinghiati. <<In un abbraccio asfissiante>>
commenta qualcuno.
****
Genova per noi?
di Daniela Binello
Lezioni autogestite di
disobbedienza civile a Genova dal 5 al 7 gennaio 2001 organizzate dalle
associazioni, movimenti o singoli cittadini aderenti alla Rete ControG8
(il sito da consultare e' www.peacelink.it/users/controg8/demo, l'email
per richiedere informazioni o per comunicare la propria adesione è
controg8@libero.it). Non vi sono costi da affrontare per partecipare alla
tre giorni di training nonviolento, salvo per le esigenze personali
o per una libera sottoscrizione da versare sul conto corrente postale n.
20909123 intestato a Fabio Giunti, tesoriere della Rete ControG8, piazza
Palermo 10/B, 16129 Genova. A questo indirizzo vi è la "Casa per
la pace e la nonviolenza" che attualmente ospita la Rete ControG8. I fondi
serviranno sia a finanziare i materiali divulgativi per le manifestazioni
di protesta (azioni dirette) che si terranno a Genova nel luglio 2001 in
occasione del summit mondiale del G8 sia ad aiutare chi non potesse permettersi
di sostenere interamente o parte dei costi per la trasferta ligure.
Per quanto concerne, invece, i pernottamenti e l'ospitalità basta
rivolgersi all'email già indicata. E' facile, perciò, a queste
condizioni, raggiungere Genova ai primi di gennaio, non sembra invece che
lo sarà nei giorni del summit. Come prevedibile la città
sarà blindata dal 20 al 22 luglio del 2001, date della convention,
ma presumibilmente anche da parecchi giorni in anticipo. Le associazioni
più esperte di "manifestazioni di piazza" (come quelle aderenti
alla Rete Lilliput o al Patto per il Lavoro siglato anche dai maggiori
sindacati) sono già all'opera per preparare il controvertice, tuttavia
la mobilitazione potrà riuscire solo se anche quantitativamente
la partecipazione dei cittadini sarà significativa. Le lezioni consistono
in prove di simulazione delle situazioni, anche psicologiche, che si dovranno
affrontare per manifestare pacificamente nella città blindata. Ci
si alternerà sia nei panni del manifestante sia in quelli dell'agente
antisommossa utilizzando modelli sperimentati dai padri della nonviolenza
come don Lorenzo Milani, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Charles C. Walker,
Johan Galtung e per ultimo, ma non ultimo, il Mahatma Gandhi. Le simulazioni
serviranno a "sciogliere il ghiaccio" fra persone appartenenti a gruppi
disomogenei fra loro. Non sono mancate infatti obiezioni sostanziali
sul significato della "non violenza" alla riunione preparatoria del 17
dicembre a Genova. Ma al di là delle interessanti diatribe di profilo
etico filosofico, la domanda di fondo emersa è: cos'è più
efficace fare e dire affinchè il controvertice G8 di Genova possa
riuscire con il consenso della maggior parte della cittadinanza, anche
di quella più pigra, oggi come oggi, a impegnarsi per l'affermazione
dei propri diritti? La riunione di dicembre, a cui hanno partecipato realtà
diverse come, fra loro, le ragazze e i ragazzi dei centri sociali genovesi
"Zapata" e "Città aperta" insieme ai militanti "senior" (cioé
di generazioni anagraficamente precedenti) dei Beati Costruttori di pace,
papa Giovanni XXIII, Arci, Cric, Legambiente, Assopace (galassie d'umanità
diverse fra loro, a partire dal linguaggio) si è aperta con la suddivisione
in gruppi su tre argomenti topici: ambiente, immigrazione e tobin tax.
In plenaria si è discusso invece sull'argomento cult, la nonviolenza,
dove peraltro, è inutile nasconderlo, si dovrà negoziare
ancora a lungo fra i gruppi per trovare un modo conciliabile d'intendere
il controvertice. Rompere una vetrina fa male alla vetrina? O fa più
male l'embargo che priva solo ed esclusivamente i più deboli di
medicine, aiuti e cibo? Franco Barchi, consigliere comunale pacifista a
Genova, ha consegnato una lettera aperta in cui ha voluto spiegare le sue
ragioni. <<Essere "controG8" – scrive Barchi - significa andare nella
direzione contraria rispetto a quella che vede il mondo come spazio da
conquistare, prima le terre, ora il mercato. L'azione nonviolenta serve
per proporre altri contenuti, senza volere la distruzione dell'avversario.
Manifestare è un diritto, la violenza o la non violenza sono scelte>>.
Ma chi sono gli "avversari"? In estrema sintesi sono gli otto paesi più
potenti del pianeta: Germania, Francia, Italia, Canada, Giappone, Gran
Bretagna, Russia e Stati Uniti, riuniti nell'Ocse (Organizzazione per la
cooperazione e lo sviluppo economico), nell'Organizzazione mondiale del
Commercio (Wto), nel Fondo monetario internazionale (Fmi) e nella Banca
mondiale (Bm). I governi delle potenze mondiali sono sempre più
assoggettati al potere delle multinazionali, come se la funzione della
politica, nel più alto senso di nobile funzione, avesse abdicato
per un tacito e inconciliabile accordo contro i desideri di pace e democrazia
dei diritti degli abitanti del pianeta. La questione, però, riguarda
tutti, anche i cittadini più ricchi, benchè la globalizzazione
sia al momento un grande affare per pochi (il 12 per cento della popolazione
mondiale). Il "popolo di Seattle" sta emergendo, ma anche le forze dell'ordine
pubbliche (speriamo non paramilitari, già all'opera in molte altre
nazioni) stanno affinando le tecniche di sviamento delle manifestazioni,
come il recente blocco del global express a Ventimiglia i cui passeggeri
non hanno potuto raggiungere Nizza, forse anche per una sottovalutazione
un po' ingenua della faccenda, per il vertice del 6 e 7 dicembre, poi protrattosi
a dismisura. Frontiere che si alzano e si abbassano come saracinesche di
un supermercato, check point in tempo di pace armata a cura di eserciti
professionali. Lo scenario dei prossimi anni non promette niente di buono.
Ma per convogliare su Genova le barriere potrebbero essere erette fin dall'autostrada
o il summit potrebbe essere spostato all'ultimo momento. Il popolo di Seattle,
cioè i cittadini che vogliono contare nelle decisioni politiche
per il governo socioeconomico del pianeta, devono perciò ritornare
a studiare, con pazienza. Le lezioni di disobbedienza civile non godono
dei bonus per la scuola privata, laureano invece un nuovo corso per essere
attivi e solidali verso i più deboli della società (l'88
per cento della popolazione mondiale). Maestro d'elezione, primo fra tutti,
però, il Buon Senso.
Daniela Binello
****
Globalizzazione/Il popolo
di Seattle
di Daniela Binello
Torniamo sui temi della
globalizzazione, come già fatto nel numero precedente, perché
questo sarà sempre di più un ampio tema di confronto
del quale non è possibile perdere nemmeno una puntata. In gioco
ci sono gli interessi di tutti noi, soprattutto per la qualità e
la speranza di vita del pianeta e dei suoi abitanti.
Il dialogo del G8 sull'ambiente
iniziato a Kyoto, in Giappone, nel 1997, dove fu approvato un Protocollo
contro il riscaldamento del pianeta, ha trovato nel recente summit
di marzo a Trieste la possibilità di una mediazione che consente
di "non rompere". Il documento finale, siglato fra i ministri dell'ambiente
delle otto potenze mondiali, ha recuperato il fallimento del precedente
vertice, quello dell'Aja nel novembre del 2000. Willer Bordon, ministro
dell'ambiente e presidente del summit di Trieste ha dichiarato che l'accordo
sullo sviluppo sostenibile in rapporto al cambiamento climatico ha soprattutto
il valore di riaprire un dialogo, ma l'integrità delle soluzioni
politiche previste nel Protocollo di Kyoto è ancora lontana
(riduzione media del 5,2 per cento delle emissioni di gas a effetto serra
fra il 2008 e il 2012) o per meglio dire "rimandata". Prossimo meeting
a Bonn per il Cop6-bis di luglio, quasi in contemporanea con il G8 di Genova.
A Trieste, senza incidenti di rilievo, hanno dimostrato anche i contestatori
ambientalisti. Tremila persone in un rapporto di quasi uno a uno con gli
agenti. Un dispiego di forze dell'ordine veramente notevole, al quale ci
dovremo abituare dato che siamo in dirittura d'arrivo con il grande appuntamento
del G8 di Genova. A Genova la mobilitazione del popolo
di Seattle sarà tutt'altro che facile dato che la città
sarà inaccessibile ai manifestanti già
dal 5 luglio. Forse, oltre a illustrarne le svariate e fondate ragioni,
è arrivato anche il momento di chiederci chi sia questo famoso
nuovo zoccolo duro della contestazione. Dal summit del Wto
a Seattle nel 1999 ai militanti dei movimenti di protesta è stata
appiccicata una classificazione che li accomuna tutti in The
people of Seattle, ma Seattle è stata soprattutto un'occasione
di presa di coscienza e il fallimento del summit è stato dovuto
solo in parte alle contestazioni. Il dato importante è che lì
si è realizzato un certo evento, cioè si è intravista
la possibilità di fare qualcosa.Oggi il cosiddetto popolo
di Seattle sarebbe il primo, se potesse, a tagliare il cordone ombelicale
con quell'etichettatura. I "padri" dell'animato "boatos" di Seattle lo
considerano perlopiù un evento pre_politico. Rispetto agli Usa,
dove perfino i sindacati sono schierati contro la globalizzazione (ma soprattutto
perché temono il fenomeno "giallo"), i movimenti di protesta europei
sono più ideologici, in virtù delle nostre radici, ed è
in corso un processo d'identificazione politica che si potrebbe definire
ansioso. Le nostrane tute bianche sono vissute all'estero come un mito,
laddove si è attribuito al simbolo un significato d'identità
in se stesso. La cultura italiana sia ambientalista sia ecologica o verde
è ancora immatura; in parte questo è dovuto anche agli aspetti
istituzionali (cioè i partiti e le rappresentanze sociali).
Non ci sono grosse personalità, per cui i riferimenti più
accreditati sono all'estero. Ma da noi sta avanzando un fenomeno degno
di attenzione: sta aumentando la percezione sociale di questi problemi,
anche nelle persone comuni. Nella famiglia italiana, nonostante la si voglia
continuare a dipingere come una realtà arretrata rispetto al resto
dell'Europa, si parla di globalizzazione, di Terzo mondo, di debito mondiale
e non solo di mucca pazza.Capitolo a parte, nell'universo dell'ex, a questo
punto, popolo di Seattle, sono i centri sociali. Molto, ma molto, diversi
dai movimenti politici giovanili di fine anni Settanta e inizio Ottanta
_ che erano estremisti ideologizzati _ i centri sociali di oggi si sono
visti dare un riconoscimento dalle istituzioni e a quel punto si sono edulcorati.
Riconoscendo un po' di potere a capi e capetti, i centri sociali si sono
dati un codice da branco. Il capo dà le indicazioni _ alla faccia
della massima democrazia sbandierata _ e alla fin fine sono tutti dei bravi
ragazzi. Questa mutazione può essere vantaggiosa perché non
conduce allo scontro per lo scontro e nei casi più felici, che sono
molti, arricchisce i contenuti della protesta e della contestazione con
dei punti di vista più nuovi. Naturalmente ci dovremo chiedere
ancora a lungo chi è il popolo di Seattle e, eventualmente, come
chiamarlo.
Intanto, dalle istituzioni,
arriva più di un segnale incoraggiante sul fronte del "Drop
the Debt", la campagna per azzerare il debito dei paesi più poveri.
L'Italia ha cancellato i debiti di 22 paesi, dalla Bolivia al Mozambico,
e si è dichiarata disposta a farlo anche per altri 13, come il Sudan
e il Congo, se non fossero coinvolti nelle guerre. Perché questo
stop? In poche parole il problema è che vedersi azzerare un debito
ingente potrebbe indurre a impiegare nuove risorse per acquistare armi.
Anche se positivo, questo primo passo in aiuto ai paesi del Terzo Mondo
non li affranca dalla loro povertà e, se vogliamo, il costo dell'operazione
è di entità abbastanza irrilevante per i paesi del Primo
Mondo (poche migliaia di miliardi). Quest'anno 11 milioni di bambini sotto
i 5 anni moriranno per malnutrizione (30mila morti al giorno, 1.270 all'ora,
21 al minuto) e infezioni (un milione e 300mila bambini sono sieropositivi).
Il ministro del tesoro Vincenzo Visco ha lanciato dalla Conferenza sulla
povertà infantile nel mondo svoltasi a febbraio a Londra il suo
appello alle corporation: erogate ciascuna un miliardo che per voi corrisponde
a peanuts (noccioline). Il finanziamento sarebbe destinato
alla salute e all'educazione dei bambini più poveri (130 milioni).
Sembra che alcune grandi aziende abbiano comunicato la loro disponibilità,
ma per ora non concediamo loro eccessiva pubblicità
in attesa di esiti concreti.A Londra l'idea è piaciuta e vist
o che nel 2002 si celebreranno
i 50 anni del regno di Elisabetta sarà inserita un'iniziativa specifica
nel Commonwealth.Il piano italiano di aiuto ai paesi del Terzo Mondo si
estende anche a quelli "senza debito", per evitare discriminazioni, e prevede
d'eliminare i dazi che gravano
sui loro prodotti d'esportazione
(consentire il commercio è una delle armi più potenti per
favorire lo sviluppo dei paesi disagiati, più ancora
che assisterli) e incoraggiare contestualmente l'afflusso di capitali stranieri
(un esempio pratico è il successo asiatico). Ricordiamoci
che secondo la Banca Mondiale (organismo che sia i poveri della terra sia
i contestatori "di Seattle" non vedono di buon occhio) un miliardo e 200
milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno. Mezzo miliardo
fra loro sono bambini.
****
Globalizzazione. M'ama
o non m'ama?
di Daniela Binello
INTERVISTA
Mauro Passalacqua, 50 anni,
segretario generale Cgil di Genova, compirà un anno dall'inizio
del suo mandato poco prima del prossimo G8. E' un tipo che parla chiaro:
<<Anche i deboli devono poter trovare a Genova altrettanta visibilità.
Non solo i potenti. Tuttavia questa volta non devono succedere
gli incidenti e le aggressioni che, anche ai danni di una poliziotta,
rovinarono il significato sociale di "Mobilitebio" (Tebio, organizzato
a Genova nel maggio 2000, era il salone delle biotecnologie , n.d.r.),
al quale avevano partecipato molti iscritti, ma a titolo personale>>. Quindi,
manifestare si può, anzi si deve, ma in maniera democratica e civile.
<<Sono contrario alla genovesità per un evento come questo.
Accarezzo l'idea, peraltro già esposta al dipartimento internazionale
Cgil, di una grande iniziativa contro lo sfruttamento del lavoro minorile
da organizzare qui, in collaborazione con Cgil nazionale, Cisl e Uil. Il
sindacato deve far capire che senza il G8 il mondo sarebbe una terra brada,
ma che i diritti sociali vanno sempre più difesi e tutelati. I governi
mondiali devono sottoscrivere l'universalità dei diritti umani e
sindacali>>. L'ufficio del segretario generale è a Cornigliano
. Siamo dentro uno scenario industriale imponente. Il finestrone
si affaccia sui cantieri navali. Degli enormi bastimenti attraccati sembrano
poter rompere gli argini da un momento all'altro ed entrare
dentro la sede Cgil. <<Conosco bene Genova e sono preoccupato _ continua
Passalacqua _. Come si può pensare di chiudere per vari giorni un
intero settore della città abitato da migliaia di residenti e gremito
di lavoratori? Cioè, come lo si potrà fare nel rispetto delle
persone? Durante gli incontri già intrapresi con il Comune e le
altre parti sociali manterremo alta l'attenzione sui diritti dei
cittadini e dei lavoratori>>. Intanto il rilancio della città ha
prodotto effetti positivi anche per l'occupazione: vantaggi per l'edilizia,
boom del turismo delle crociere a livello internazionale, investimenti
logistici per incrementare gli accosti per transatlantici e traghetti,
realizzazione di notevoli opere culturali come l'Acquario e il padiglione
del mare e della navigazione e, l'ultimo grido, il lancio dell'elettronica.
E i camalli? Oggi imprenditori, sono stati sostituiti dai terminalisti
e dai gruisti. Non si lavora più con gli uncini, insomma, ma con
"terminal full container".
SCENARIO
Cominciamo dai numeri.
Dal 20 al 22 luglio Genova ospiterà i capi di governo delle
più grandi potenze mondiali riunite nel G8. Ci saranno George
Bush, Vladimir Putin, Jacques Chirac, Gerhard Schroeder, Tony Blair, Yoshiro
Mori, Jean Chrétien, e per l'Italia Francesco Rutelli
o Silvio Berlusconi. Sono stati stanziati 90 miliardi di lire
(legge 149 del giugno 2000) più altri 30 (finanziaria 2001) per
realizzare infrastrutture e ristrutturare piazze e palazzi. Insomma 120
miliardi per rilanciare Genova che dovrà essere presentabile per
accogliere 10mila addetti ai lavori (delegati, stampa, sicurezza). Sono
sessantatré i cantieri open air e molte opere sono già
state inaugurate, come la bolla tecnologica di Renzo
Piano, la ristrutturazione dei Magazzini del Cotone, l'Acquario e il parcheggio
di Porta Siberia. Nel 2004, inoltre, Genova tornerà alla ribalta
come capitale europea della cultura. Il G8, la cui preparazione
è sotto l'egida del diniano ministro di missione Achille
Vinci Giacchi, si riunirà nel Palazzo Ducale affacciato
sul cuore della città, piazza de Ferrari, mentre le sistemazioni
alberghiere saranno soprattutto dislocate in riviera o su navi da
crociera: 9 miliardi per il noleggio di due transatlantici della
Costa e quasi 7 per quelle della Costa Allegra e della Festival Crociere
(compagnia greco-cipriota). Beppe Pericu, sindaco ulivista, e il
prefetto cittadino Antonio Di Giovine hanno da tempo i sudori freddi
perché tutto possa funzionare in un clima elettorale nazionale
che si sta arroventando di ora in ora. Ma non c'è summit che
tenga senza controvertice. Per esempio, al Forum sociale di Porto
Alegre, voluto dal PT brasiliano in risposta a quello
governativo di Davos, hanno preso parte 122 delegazioni, 16.400 partecipanti,
1.700 giornalisti, 100 relatori, 440 parlamentari (di cui 88 europei),
4 ministri francesi (fra cui François Houvert del commercio
estero). "Melhor porquè nosso" (migliori perché di
tutti) annunciavano i manifesti nello Stato del Rio grande do Sul,
dove Porto Alegre è racchiusa. Fiore all'occhiello di un'amministrazione
progressista impegnata in continue assemblee popolari aperte alla
cittadinanza per rendere trasparenti spese e decisioni, Porto Alegre
si è dichiarata "territorio libero da organismi geneticamente
modificati" e disponibile a ospitare fra un anno un secondo
Forum sociale. Dialetto genovese e lingua portoghese un poco si assomigliano.
O no?
DISOBBEDIENZA CIVILE
Dal summit per il Wto
a Seattle nel 1999 in poi ai militanti dei movimenti di protesta è
stata appiccicata una classificazione che li accomuna tutti in The
people of Seattle, ma la formazione e la storia politica
di ogni singola persona che ha partecipato ai controvertici è molto
diversa. Non è univoco per tutti nemmeno il fatto di convergere
sui medesimi obiettivi, anzi, anche se i più concordano sulla
finalità di far fallire i megameeting delle potenze mondiali,
sperando in questo modo di neutralizzarne le politiche. Come si vede
il discorso è complesso e delicato. Fra cinque mesi a Genova
le otto nazioni più ricche del pianeta faranno "il punto della situazione":
Usa, Canada, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Giappone e Russia.
Il popolo di Seattle sta preparandosi a diventare The people of
Genoa.
Per la politica
italiana il G8 di luglio è un grande evento per mettersi in
mostra, occasione ghiotta soprattutto per gli esponenti della maggioranza
del governo che sarà. L'opportunità è
stata colta anche da Genova che da qualche mese è una città
cantiere. Lavori in corso per ripulire facciate fatiscenti e quartieri
dove non si vedeva un'opera pubblica da decenni, per riorganizzare
il traffico e le principali arterie di accesso, per riabilitare i
vecchi magazzini portuali e adibirli a gallerie commerciali, congressuali
e sale museali, come l'Acquario. Ma Genova a luglio sarà anche
una fortezza blindata dove potranno entrare e uscire dalle aree circostanti
il Palazzo ducale solo cittadini autorizzati, residenti, vip, delegati
e giornalisti accreditati. Genova, una maliarda bella
e faticosa, è fatta come il guscio di una lumaca visto dall'interno
o come una scala a chiocciola. Tutto un salire su e giù
per viuzze e terrazze, scale e piazzette, carruggi attorcigliati
su se stessi. Gêna sarà trasformata in atollo superesclusivo?
E i genovesi (carattere schivo) che ne pensano di questo happening finalmente
internazionale? In linea di massima lo snobberebbero, avendo
già i problemi loro, se non fosse però che aver
visto Genova rivoltata come un calzino ha prodotto effetti positivi per
l'occupazione e l'economia (l'Acquario ubicato su 10mila metri quadri
con oltre 500 specie di pesci in mostra è già stato
visitato da 8 milioni di persone dal 1993). Nella speranza
che le opere per il G8 restino patrimonio della comunità,
il rilancio del capoluogo ligure è stato perciò accolto
positivamente.
Ma l'idea di una fortezza,
con cittadini guardati a vista dalla Digos e altre squadre speciali di
polizia, costretti a girare fra i check point con i pass appesi
al collo non piace a molti. Contrariati sono soprattutto i movimenti ambientalisti,
nonviolenti, per i diritti umani e civili di varie componenti sociali
della sinistra laica o tenacemente cattolica. S'interrogano
sul perché del G8 e delle sue politiche sfacciate, subordinate
al potere non già dei governi, come sarebbe giusto essendo
stati eletti plebiscitariamente, ma delle multinazionali. Quali?
Tutte, dai gruppi automobilistici come General Motors, Ford, ai gruppi
di abbigliamento sportivo come Nike o agroindustriali
come Coca Cola, Nestlè, Del Monte e molti altri. Perché
i contestatori del G8 sono ipercritici verso le multinazionali? Perché
in base allo status quo della globalizzazione io vado
a produrre dove mi costa meno, dove ho minori vincoli legislativi e sindacali,
peraltro molto spesso manovrabili, e da dove posso andarmene dalla mattina
alla sera disinvestendo tutto senza che nessuno possa dirmi beh.
Insomma, la faccia della mondializzazione che non piace è
quella dell'assenza di diritti e di tutele per i lavoratori dei paesi disagiati,
individui di serie b, donne e minori delle fasce più deboli e ricattabili.
Ogni giorno scopriamo nuovi schiavi. Esseri umani che sgobbano per
un pugno di mosche in condizioni off limits, donne e bambini reclusi in
zone franche dove si lavora a occhi bassi, guai a fiatare. Una mondializzazione
neoliberista che ha già evidenziato ricadute negative anche sulla
pelle dei consumatori, laddove si produce senza rispetto né norme
per l'ambiente . Fra le posizioni pro o contro la mondializzazione ci sono
però molteplici punti di vista intermedi che fanno spostare
significativamente l'ago della bilancia.
Intanto, le associazioni
più esperte di manifestazioni di piazza (come quelle aderenti alla
Rete Lilliput o al Patto per il Lavoro) sono all'opera per preparare
il contro G8. La mobilitazione sarà tutt'altro che facile,
però, dato che la città sarà inaccessibile ai
manifestanti già dal 5 luglio.
"Faranno un deserto e
lo chiameranno pace". Recita così un manifesto appoggiato in terra
nella Sala della chiamata del porto di Genova, prestata _ come usa
fare alle associazioni che la richiedono _ dalla Compagnia unica
dei lavoratori del porto di Genova (la Culmv dei mitici ex camalli) per
uno degli incontri della Rete ControG8. Lo scopo del raduno è
simulare azioni di disobbedienza civile. Al training
nonviolento aderiscono un centinaio di persone, prevalentemente giovani
dai venti ai trent'anni dell'Italia centrosettentrionale. Il bilancio
dell'esperienza è originale: mai viste tante persone così
diverse voler fare insieme qualcosa di così complicato.
Utilizzando modelli ispirati
ai padri della nonviolenza come il Mahatma Gandhi, don Lorenzo Milani,
Aldo Capitini, Danilo Dolci, Charles C. Walker, Johan Galtung, le simulazioni
servono a sciogliere il ghiaccio e far dialogare persone appartenenti a
gruppi disomogenei. Per mettersi in gioco ci si alterna nei panni del manifestante,
in quelli dell'agente antisommossa, del giornalista e dell'uomo politico.
Per alimentare il pathos ci si veste da "tute bianche" o poliziotti
con manganelli realizzati con le pagine di carta rosa del Sole
24 Ore. Dopo ogni azione ci si riunisce in piccoli gruppi per
tirar fuori "a caldo" il vissuto. Il tema centrale della violenza
è ampiamente dibattuto, ma la domanda di fondo è: cos'è
più efficace fare e dire affinchè il controvertice
possa riuscire con il consenso della maggior parte della cittadinanza,
anche di quella più pigra, oggi come oggi, a impegnarsi per l'affermazione
dei propri diritti? L'aspetto sorprendente è che realtà così
diverse fra loro come le ragazze e i ragazzi dei centri sociali Zapata,
Città aperta, Immensa e Ya Basta, genovesi e non solo, insieme a
militanti senior (cioé di generazioni anagraficamente precedenti)
dei Beati Costruttori di pace, papa Giovanni XXIII, Arci, Cric, Legambiente,
Assopace siano riuscite ad attivare un confronto su quelle
che potranno essere le azioni dirette da organizzare a luglio. Sebbene
ancora al principio, senza un piano d'azione né "capi" riconosciuti,
questo è già un risultato. Ma l'aspetto cruciale, quello
delle modalità della protesta, è inutile nasconderlo, dovrà
essere negoziato a lungo per trovare un accordo. Non è neppure da
escludere che un vero accordo non ci sarà mai. Rompere una vetrina
fa male al vetro? O fa più male l'embargo che priva esclusivamente
i più deboli di medicine, aiuti e cibo? Ma, poi, a che serve rompere
una vetrina? Franco Barchi, consigliere comunale pacifista di
Genova, ha consegnato una lettera in cui dice: <<Essere controG8
significa andare nella direzione contraria rispetto a quella
che vede il mondo come spazio da conquistare, prima le terre, ora il mercato.
L'azione nonviolenta serve per proporre altri contenuti, senza volere
la distruzione dell'avversario>>. Carlo Schenone, uno degli organizzatori
del training, legge un contributo arrivato per fax: <<Bici
controG8: per luglio proponiamo di arrivare a Genova in bici. Alleniamoci
fin da subito con pedalate domenicali coinvolgendo il maggior numero
di persone possibile. Kollettivo Malavida, Lecco>>. Marzia (Lilliput,
Ferrara) interviene: <<Vent'anni fa volevo cambiare il mondo,
poi mi sono accorta che la cosa più difficile era cambiare me stessa>>.
Francesco (Altreconomia, Trofarello): <<Effettivamente c'è
molta più gente motivata qui che nella sezione di un partito>>.
Matteo (Zapata, Genova): <<La parola d'ordine è blocco del
G8>>. Paolo (Assopace, Novara): <<Voglio potermi fidare delle persone
che saranno insieme a me, su cosa vorranno fare e su cosa decideranno
di fare gli altri>>. Finite le simulazioni, tutti allo Zapata di
Sampierdarena dove i ragazzi del centro sociale pelano chili di patate
e cucinano pastasciutta per gli ospiti. Con un contributo di
5mila lire si serve un pasto caldo continuando a discutere. Dopocena, sopralluogo
al Palazzo ducale, rimesso a nuovo. Nella galleria centrale
protetto da una teca di plexiglass campeggia il
logo del summit: una G e un 8 avvinghiati. <<In un abbraccio
asfissiante>> commenta qualcuno.
****
"Cambiare rotta" aderisce
al Patto di Lavorodi Daniela Binello
Un comunicato diffuso dai
primi venti firmatari, tutti dirigenti della Cgil ligure e di Genova
e aderenti al gruppo della sinistra sindacale "Cambiare rotta", annuncia
di aver sottoscritto il Patto di Lavoro contro le politiche del G8
impegnandosi nella costruzione di un movimento di critica che si
opporrà al summit delle potenze mondiali del prossimo luglio
a Genova.
<<La sola globalizzazione
che vediamo è quella della povertà – dichiara Bruno Manganaro,
segretario Cgil ligure _, mentre il mantenimento dei privilegi è
detenuto dalla minoranza del pianeta. I profitti delle aziende che hanno
abbracciato la politica neoliberista vanno alle stelle e intanto si colpiscono
i lavoratori riducendo il potere d'acquisto dei salari, tagliando
le pensioni, non garantendo ai giovani nessun futuro. Solo in Italia
il 7 per cento dei lavoratori vive già al di sotto della
soglia di povertà>>. <<Crediamo che il mondo del lavoro e
sindacale debbano essere protagonisti della lotta contro il pensiero unico
dettato dal mercato ed è per questo che riteniamo alternative agli
interessi della classe lavoratrice le politiche del G8>>. Firmano con Manganaro,
Rita Guglielmetti, Danilo Bruno, Mauro Ierace, Pietro Masnata, Giuseppe
Striglioni, Bruno Rossi, Enrico Giomarelli, Augusto Occhiena, Tiziana Cresci,
Ida Vigliarolo, Pietro Acquilino, Gianni Montelattici, Loredana De Paoli,
Alfredo Costanzi, Cesare De Martinis, Benito Pietranera, Patrizia Poselli,
Stefano Boero, Duilio Lombardoni.
|