PER UNA POLITICA ED UN' ECONOMIA

DEL BENE COMUNE

 

Questo documento vuole costituire una base per il confronto tra il governo italiano e le reti e le campagne che rappresentano le istanze e le proposte della società civile in occasione della riunione del G8 a Genova del luglio 2001.

La presidenza italiana del Vertice dei G8 ci spinge a richiedere impegni precisi al nostro governo affinché siano gettare le basi a livello globale di una strategia onnicomprensiva sulla lotta alle povertà ed all'esclusione, come già annunciato dal nostro paese in occasione del Vertice del G8 di Okinawa. Da Genova partirà un processo che culminerà con l'incontro delle Nazioni Unite su Finanza e Sviluppo (Finance for Development) evento di gran rilievo per la ridefinizione di impegni della comunità internazionale per lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà, nei quali l'Italia dovrà svolgere un ruolo di primissimo piano.

Come ricorda opportunamente l'UNDP (1999) e' necessario intervenire in questi fenomeni prestando grande attenzione a sei componenti fondamentali: etica, equità inclusione, sicurezza umana, sostenibilità ambientale e sviluppo con le seguenti caratterizzazioni:

(a) etica: diminuire le violazioni dei diritti umani, non aumentarle;

(b) equità: diminuire le disparità all'interno e tra le nazioni, non aumentarle;

(c) inclusione: diminuire la marginalizzazione di individui e paesi, non aumentarle;

(d) sicurezza umana: diminuire l'instabilità delle società e la vulnerabilità degli individui, non aumentarle;

(e) sostenibilità ambientale: diminuire il degrado ambientale, non aumentarlo;

(g) sviluppo: diminuire le povertà e la deprivazione, non aumentarle

 

Le indagini svolte da tutti i maggiori centri di analisi e di ricerca ci dimostrano sempre più come il nostro sistema economico e produttivo sia ormai palesemente entrato in rotta di collisione con i sistemi naturali che ci supportano e senza i quali non potremmo vivere e come la situazione economica e sociale complessiva abbia prodotto un’insostenibilità dei modelli di sviluppo che ormai necessitano di un grande riorientamento etico e morale. Continuare sulla strada del "business as usual", appare assolutamente insensato e la responsabilità' del cambiamento che hanno i paesi a maggiore industrializzazione e con le maggiori economie mondiali e' immensa.

A quasi dieci anni dalla Conferenza ONU su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro (1992) è indispensabile diminuire l’impatto ambientale delle nostre società con un impegno senza precedenti. L'economista Herman Daly ha scritto che l'avvio di un'economia sostenibile richiede meno risorse al nostro ambiente, ma richiede, contestualmente, molte risorse alla nostra morale.

Secondo le stime della stessa World Bank ("Development Indicators 2000"), 2,8 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno, 1,2 miliardi di persone con meno di 1 dollaro al giorno, 1,1 miliardo di persone sono malnutrite, 1,2 miliardi non hanno accesso all'acqua potabile. Dietro a queste fredde statistiche ci sono volti, storie, vite, ridotte, al meglio, a sopravvivere. Sono gli oppressi ed i derelitti della Terra che stanno sempre peggio.

Il prodotto globale lordo è andato aumentando da 6.400 miliardi di dollari del 1950 ad oltre 42.000 miliardi di dollari del 1999, ma, come ci ricorda l'UNDP ("Human Development Report 1999") il divario di reddito tra il quinto degli individui che vive nei paesi più ricchi ed il quinto che vive nei paesi più poveri e' passato da 30 ad 1 del 1930, a 60 ad 1 nel 1990 e a 74 ad 1 nel 1997.Il 20% più ricco del pianeta detiene l'86% del PNL mondiale, l'82% dell'esportazione di beni e servizi ed il 93,3% degli utenti Internet. Il patrimonio delle tre persone più ricche e' maggiore del PNL congiunto di tutti i paesi meno sviluppati mentre il patrimonio dei 200 individui più ricchi è superiore al reddito congiunto del 41% della popolazione mondiale.

L'ultimo rapporto biennale "World Resources 2000-2001" curato dal World Resources Institute dall'UNEP, dall'UNDP e dalla World Bank ("People and Ecosystems: the Fraying Web of Life") sono riportate le conclusioni del rapporto PAGE (Pilot Analysis of Global Ecosystems) voluto dalle stesse quattro istituzioni, propedeutico al più ampio Millennium Assessment of Global Ecosystems.

Il PAGE analizza cinque grandi ecosistemi planetari, fondamentali per la vita della specie umana, quello costiero-marino, quello delle acque dolci, quello delle terre agricole, quello delle praterie e quello delle foreste. Tutti presentano inequivocabili segni di declino, sovrasfruttamento e chiare difficoltà di ripresa.

Le aree costiere sono abitate da due miliardi di esseri umani: due terzi del pescato globale dipende, in diversi periodi della propria esistenza, dalla vivibilità delle zone umide costiere, dei banchi di alghe e delle barriere coralline, tutte aree sulle quali pesa in maniera notevole l'intervento umano.

Il pescato mondiale sta declinando sensibilmente in almeno un terzo delle aree maggiori di pesca; il crollo del pescato affligge direttamente un miliardo di persone, soprattutto nel sud-est asiatico.

I cambiamenti climatici interferiscono sulla salute delle barriere coralline che soffrono del fenomeno dello sbiancamento (il cosiddetto "bleaching") dovuto all'incremento delle temperature della superficie marina.

La crisi delle acque interne costituisce un problema particolarmente grave perché tutti gli organismi viventi necessitano di acqua per la loro esistenza. Il consumo da parte umana dell'acqua e' cresciuto di sei volte nell'ultimo secolo, con il raddoppio del tasso di crescita della popolazione. Oggi utilizziamo il 54% delle disponibilità di acque dolci ed incrementi di questa quota potrebbero minacciare ancor più tutti gli ecosistemi.

L'acqua viene ipersfruttata (le falde in molte zone cruciali per la produzione cerealicola mondiale sono utilizzate oltre la loro capacita' di rigenerazione, dagli Stati Uniti, alla Cina, all'India) inquinata, utilizzata irrazionalmente, e gli ambienti di acque interne, dalle zone umide ai fiumi ed i laghi, subiscono pesanti interventi di conversione, frammentazione, diversione, persino cementificazione (con effetti devastanti in caso di inondazioni).

Le aree agricole coprono un terzo delle terre emerse, ma ormai, tre quarti di esse presentano suoli impoveriti e molte zone subiscono l'aggressione dello sviluppo urbano, del degrado del suolo e della scarsità di acqua.

Le zone a praterie, savane, macchie e tundra coprono il 40% delle terre emerse, forniscono l'ambiente di vita per i più grandi mammiferi, per moltissime specie di uccelli migratori, per gli animali e le piante utilizzati in zootecnia ed agricoltura, ma l'80% di queste aree presenta un degrado crescente dei suoli.

Gli ambienti di foresta si ritiene costituiscano l'ambiente di vita per due terzi di tutte le specie viventi sulla Terra, svolgono un ruolo essenziale nella regolazione dei fenomeni climatici e nel regolare il ciclo idrico. Sono soggetti a sovrasfruttamento e distruzione diretta, a frammentazione e ad incendi (almeno 150.000 kmq ne vengono distrutti ogni anno).

Il rapporto "Living Planet Report 2000" curato dal WWF, dal World Conservation Monitoring Centre dell'UNEP, da Redefining Progress e dal Center for Sustainability Studies, afferma che lo stato di salute degli ecosistemi planetari di acque dolci, marini e di foresta e' andato declinando di circa il 33% dal 1970 ad oggi, mentre la pressione umana sugli ambienti della Terra (segnalata da un noto indicatore aggregato definito Ecological Footprint - Impronta Ecologica -) è andata incrementando dal 1960 al 1996 di circa il 50%. In un certo periodo, a meta' degli anni Settanta, questo indicatore (che è un indicatore per difetto dell'impatto umano sulla biosfera) ci dice che la pressione umana ha sorpassato la capacita' di rigenerazione degli ecosistemi.

Questi fenomeni sono inoltre aggravati dalla crescita demografica che si traduce in un sempre crescente consumo di energia e di materiali ed un conseguente aumento dei rifiuti prodotti chiaramente differenziati secondo gli stili di vita ed i pattern di consumo dei vari paesi del mondo (con i paesi ricchi che presentano un livello assolutamente insostenibile di consumo delle risorse) La maggioranza degli esperti ambientali ritiene che, se si vuole assicurare una stabilità dell’intervento umano sugli equilibri dinamici della biosfera, la pressione ambientale a livello mondiale dovrebbe essere ridotta almeno del 50% nei prossimi 50/60 anni. Se si dà per probabile, in questo periodo, il raggiungimento di poco più di 9 miliardi di individui (proiezione media delle Nazioni Unite) e se si prevede un modesto tasso di incremento del consumo di beni a livello mondiale del 2-3% annuo (che significherebbe quadruplicare il consumo pro capite nei prossimi 50 anni) , un semplice calcolo matematico rivela che sarebbe necessario ridurre "l’intensità d’impatto" dei beni di consumo a un sedicesimo del livello attuale. Ciò significa che, rispetto ad oggi, ogni unità di un qualsiasi bene consumato dovrebbe esercitare sull’ambiente una pressione ridotta del 93%! Tutti i paesi dovrebbero dare seguito concreto al piano di azione della Conferenza ONU su Popolazione e Sviluppo tenutasi a Il Cairo nel 1994.

 

Sulla scia della mobilitazione massiccia della società civile in Italia ed a livello internazionale per la cancellazione del debito estero dei paesi in via di sviluppo, l'Italia ha già preso impegni politici di grande rilevanza che rischiano però di essere resi vani allorché non si risolvano al contempo le cause strutturali della povertà tra cui il fallimento delle politiche della Banca Mondiale (BM) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

A 56 anni dalla loro creazione, BM e FMI hanno infatti dimostrato di non essere in grado di creare le basi per un sistema di giustizia e stabilità economica al quale possano partecipare tutti i popoli del pianeta. Le loro politiche non solo hanno generato l’enorme ed insostenibile fardello del debito estero, ma hanno anche prodotto quello che la società civile del Sud del mondo chiama "debito ecologico e sociale", un debito cioè contratto da queste istituzioni internazionali e dalle nazioni ricche verso i paesi in via di sviluppo che si sono appropriati di risorse naturali a bassissimo costo o che hanno sfruttato i loro ambienti incontaminati per smaltire le quote di inquinamento da loro prodotte e i loro abitanti per avere lavoro a bassissimo costo.

Tuttavia, le istituzioni di Bretton Woods (BM e FMI) sono impermeabili a qualsiasi mutamento di rotta effettivo e non solo nominale. Il controverso documento approvato insieme alle Nazioni Unite "A better World for All" in occasione del World Social Summit di Ginevra "Copenaghen + 5" se da una parte identifica con accuratezza le cause della povertà dall'altra continua a proporre le ricette di sempre, ovvero quelle dell'aggiustamento strutturale.

La nuova iniziativa congiunta Banca Mondiale - Fondo Monetario Internazionale denominata "Poverty Reduction Strategy" rischia di essere un ulteriore onere per i governi dei paesi poveri e di scalzare uno dei principi base per nuove politiche di sviluppo, quello della rispondenza agli effettivi bisogni delle classi marginali.

Sullo sfondo sono le politiche di riduzione e cancellazione del debito del tutto inadeguate alle necessità dei paesi poveri: la Enhanced HIPC o "HIPC avanzata" prosegue a rilento, e BM e FMI continuano – nonostante tutto - a condizionare l'accesso ai meccanismi di riduzione del debito all'attuazione di piani di aggiustamento strutturale.

Occorre pertanto sviluppare un nuovo approccio economico e finanziario che faccia prevalere i bisogni ed i diritti dei popoli, rispetto agli imperativi di liberalizzazione e globalizzazione dei mercati.

Una strategia integrata di lotta alla povertà ed all'esclusione sociale non può inoltre prescindere da una serie di misure ed impegni politici generali volti a rafforzare i meccanismi di governo dell'economia e della finanza globale e ad accelerare la cancellazione del debito estero dei paesi poveri ed a medio reddito. Nel contempo vanno effettuati degli interventi particolari di riforma della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale

Obiettivo di queste riforme sarà quello di garantire che tali istituzioni funzionino in maniera efficace, trasparente e coerente. Banca Mondiale e FMI soffrono di difetti cronici che vanno dalla scarsa qualità dei progetti finanziati, alla mancanza di trasparenza e responsabilità per il loro operato.

  

Chiediamo quindi al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi impostino una strategia comprensiva che affronti una volta per tutte il problema del debito estero, cancellando del tutto il debito dei paesi più poveri verso la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale, e creando i presupposti per un sistema economico e finanziario basato su criteri di equità responsabilità e sostenibilità. Andrà inoltre garantita la prevalenza delle istanze politiche rispetto a quelle dell'economia e del mercato. Una delle caratteristiche e conseguenze della globalizzazione economica è infatti rappresentata dallo spostamento di asse delle dinamiche politiche e decisionali dagli stati e dai parlamenti ad istituzioni sopranazionali globali.

Una riforma del sistema economico-finanziario dovrebbe quindi ricreare le basi per un controllo democratico e politico dell'economia, da parte della società civile e dei governi

 

Equità, sostenibilità e responsabilità, questi dovrebbero essere i pilastri di ogni azione volta a sostenere lo sviluppo sociale e la lotta alla povertà oltre il debito.

Perché non basta rilanciare gli scambi commerciali, o i flussi di investimenti senza indicare i criteri ed i vincoli ai quali tali scelte devono essere condizionate. Il rilancio del Millennium Round e di un nuovo Accordo Multilaterale sugli Investimenti per aiutare i paesi impoveriti, sortirà tutt'altro effetto se commercio e investimenti non vengono sottoposti a imperativi sociali ed ambientali e le istituzioni ad essi preposte, quali l'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) non vengano riformate radicalmente.

L’equità richiede l’introduzione di procedure negoziali nelle quali la società civile ed i governi dei paesi impoveriti possano avere gli stessi diritti di quelli ricchi, e che le politiche di sviluppo siano improntate verso la giustizia sociale ed il rispetto dei diritti umani.

La responsabilità necessita di istituzioni responsabili, trasparenti, e coerenti con i propri obiettivi. E significa che il settore privato, siano esse banche o imprese multinazionali dovrà essere sottoposto a regole certe riguardo alla delocalizzazione produttiva, alla loro partecipazione a programmi di riduzione del debito, di prevenzione delle crisi e di incentivazione degli investimenti diretti nei paesi più poveri.

La sostenibilità richiede un sistema economico e finanziario solido, non basato su interventi macroeconomici tradizionali, e che riconosca il diritto dei paesi a controllare le proprie economie ed i flussi finanziari speculativi; richiede anche che la sostenibilità ambientale venga messa al centro delle politiche di sviluppo, degli scambi commerciali e degli investimenti, poiché il più grande bene comune e' la stabilita' del pianeta e dei rapporti tra i suoi abitanti.

 

Il debito globale delle nazioni in via di sviluppo, ha sorpassato i 2.500 miliardi di dollari. Il 2000, anno del Giubileo, doveva essere l'anno in cui i paesi ricchi, grazie ad una forte campagna pubblica internazionale, sarebbero stati invitati a cancellare questi debiti che sono ormai divenuti una pesante "catena" alla salute umana ed ambientale dei paesi indebitati.

40 nazioni sono state designate dalla World Bank e dal FMI come Highly Indebted Poor Countries (HIPC) e come tali e' stato per loro previsto un programma che mira a ridurre i debiti ad un "livello sostenibile". Ai paesi beneficiari di questi programmi si chiede, in cambio, di mettere in atto riforme economiche che riducano la spesa pubblica, facilitino le privatizzazioni e promuovano la liberalizzazione del commercio. Queste politiche che sono la falsariga dei Programmi di Aggiustamento Strutturale (PAS) della Banca e del Fondo, si traducono concretamente, come è già avvenuto per i PAS, in azioni che non fanno che peggiorare i livelli di povertà della popolazione ed i danni per l'ambiente. La strategia che viene presentata come la più incisiva iniziativa della comunità internazionale per la soluzione del problema della crisi del debito, che ha trovato espressione nell'accordo del vertice del G8 di Colonia del 1999 e nella revisione HIPC promossa da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, non ha quindi portato alla soluzione necessaria per rispondere in maniera equa ed efficace alla crisi del debito.

Questo fallimento e legato ai limiti che questa iniziativa presenta dall'origine. I paesi e le Istituzioni creditrici hanno mantenuto una posizione dominante: hanno introdotto una distinzione fra le categorie dei paesi indebitati ed hanno prodotto una divisione fra i paesi in via sviluppo, ponendo le premesse per nuove tensioni e conflitti; hanno definito in maniera unilaterale i criteri di sostenibilità e le condizioni di ammissione alla riduzione del debito; continuano ad ignorare i meccanismi politici ed economici che hanno portato alla attuale crisi e quindi negano qualsiasi principio di responsabilità.

Con le recenti innovazioni, ottenute sotto la spinta della campagna per la cancellazione del debito, i paesi e le Istituzioni creditrici hanno manifestato l'intenzione di rendere più efficaci e rapidi i meccanismi di riduzione del debito. Ma anche in presenza delle modifiche più recenti i risultati rimangono deludenti: ad oggi, un solo paese ha ottenuto la cancellazione del debito, l'Uganda; solo 12 paesi sui 40 del gruppo HIPC stanno ora beneficiando di una riduzione del servizio del debito. Per questi paesi, in ogni caso, la riduzione del debito e stata in media del 30% e la spesa per il servizio del debito continua ad essere superiore a quella per l’assistenza sanitaria.

Dopo il fallimento del vertice di Okinawa, chiediamo quindi un nuovo accordo che includa l'obiettivo della cancellazione del debito, che dia certezze sull'impiego a favore delle popolazioni dei paesi indebitati delle risorse recuperate attraverso la cancellazione, che risponda all'esigenza di nuovi rapporti fra paesi indebitati e paesi e Istituzioni creditrici, per il riequilibrio delle relazioni Nord-Sud.

Chiediamo al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi perseguano:

- la completa cancellazione del debito da parte dei paesi e delle Istituzioni creditrici; in particolare Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale devono garantire la cancellazione del 100% dei loro crediti (abbandonando il livello del 30% mantenuto attualmente);

- la cancellazione immediata di tutti i debiti dei paesi in condizione di estrema povertà, dove il reddito individuale e inferiore al dollaro al giorno, in presenza di chiari impegni per l'uso delle risorse rese disponibili in piani di riduzione della povertà che vedono la partecipazione della società civile;

- la garanzia che i paesi più poveri ed altamente indebitati non siano costretti a spendere di più per il servizio del debito di quanto spendano per l'assistenza sanitaria;

- la garanzia che le condizioni per la cancellazione del debito siano coerenti con l'obiettivo dello sradicamento della povertà, evitando, ad esempio, l'applicazione del sistema delle tariffe (<user fees>) per l'accesso all'educazione ed alla sanità;

- l'individuazione di vie permanenti per al soluzione della crisi del debito attraverso forme di mediazione, che garantiscano gli interessi delle popolazioni dei paesi indebitati (sostenute recentemente anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan), ed il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia;

- la modifica dell'iniziativa HIPC che porti all'estensione del numero dei paesi beneficiari sulla base del livello d'indebitamento e povertà (per includere paesi come la Nigeria ed Haiti); la modifica delle condizioni per l'accesso alla riduzione e la cancellazione del debito sulla base delle esigenze delle popolazioni dei paesi indebitati; la ridefinizione delle politiche macroeconomiche alla base dell'iniziativa HIPC; la riduzione dei tempi

Chiediamo inoltre al Governo Italiano d'impegnarsi, a partire dalla piena applicazione della legge per la cancellazione del debito recentemente approvata, per ottenere un nuovo accordo che dia la risposta definitiva alla crisi del debito dei paesi più poveri ed altamente indebitati.

 

 

Crediamo sia giunto il momento che i paesi ricchi ed industrializzati e le grandi istituzioni finanziarie internazionali, riconoscano il debito ecologico che hanno nei confronti dei paesi poveri. Sebbene l'economia globale prometta sviluppo e benessere per i cittadini del pianeta, la povertà nel mondo è purtroppo aumentata ed i sistemi naturali hanno subito impatti e pressioni che hanno provocato effetti devastanti oggi molto difficili da restaurare.

I paesi poveri, che sono stati sempre ricchi di risorse naturali e di diversità culturale, sono stati rapinati nei secoli dei loro beni permettendo lo sviluppo del Nord grazie alle loro risorse, dal petrolio ai metalli preziosi, dalle foreste alla loro ricchissima biodiversità.

Conoscenze ancestrali e patrimoni genetici sono stati e sono portati via indiscriminatamente; i suoli, l'acqua, i mari, l'aria sono stati inquinati da rifiuti e residui tossici, armi chimiche, test nucleari; la sopravvivenza dei popoli indigeni e' stata ed e' messa a rischio continuamente.

Il peso e l'impatto ambientale (che può essere quantificato con la cosiddetta "Impronta ecologica") dei modelli di consumo e dei sistemi economici dei paesi ricchi pesano enormemente sulle risorse di tutto il pianeta, in particolare su quelle dei paesi poveri.

Gli Stati Uniti hanno un'impronta ecologica che supera le 12 unità di superficie pro capite (quelle dei paesi dell'Europa occidentale vanno da 5 a quasi 10), mentre i paesi dell'Africa subsahariana presentano impronte ecologiche inferiori a 2 unita' di superficie pro capite (quella dell'Eritrea e', ad esempio, di 0,35).

Tenendo conto delle capacità bioproduttive degli ecosistemi e della necessità della conservazione di almeno il 10% della superficie terrestre, l'impronta ecologica degli abitanti della Terra non dovrebbe superare le 2 unità di superficie . Oggi i paesi poveri sono, quindi, creditori del debito ecologico e sociale.

 

Chiediamo al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi avviino un processo che consenta il riconoscimento di questo credito attivando meccanismi di compensazione e di "restituzione". Tra questi, ad esempio, si possono citare gli aumenti dei contributi per una cooperazione ambientalmente e socialmente sostenibile, il finanziamento di progetti internazionali di recupero ambientale, programmi mirati per l'uso di fonti energetiche rinnovabili per una decentralizzazione delle distribuzioni di energia con particolare orientamento ai bisogni del Sud del mondo, ecotasse sui prodotti forestali a beneficio dei paesi che detengono patrimoni forestali, impegni concreti per ridurre l'impronta ecologica dei cittadini dei paesi del Nord mediante politiche di sobrietà ed efficienza, ecc.

 

Il drammatico fallimento della VI Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Mutamenti Climatici tenutasi a L'Aja lo scorso novembre non può assolutamente pregiudicare né tantomeno rallentare, l'importantissimo processo che deve condurre alla riduzione delle emissioni dei gas che incrementano l'effetto serra naturale, dovuto alle attività del nostro sistema economico produttivo. Il terzo Assessment predisposto dagli studiosi che le Nazioni Unite hanno raccolto nell'Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC) e che sarà ufficialmente reso pubblico nei primi dl 2001, conferma e rafforza le preoccupazioni del mondo scientifico sugli andamenti dell'incremento dell'effetto serra naturale nell'arco di questo secolo dovuto all'intervento umano. Le previsioni di incremento della temperatura media nell'arco del prossimo secolo, nel secondo Assessment del 1995, erano di 3,5 C, oggi, secondo il nuovo rapporto, e' di 6 C. La comunità scientifica internazionale da tempo afferma che le riduzioni necessarie alle emissioni di gas che incrementano l'effetto serra naturale devono essere di almeno il 60%. Il Protocollo approvato nella terza Conferenza delle Parti di Kyoto del 1997, attuativo della Convenzione Quadro sui Mutamenti Climatici, prevede soltanto una riduzione del 5,2% al 2008-2012, rispetto alle emissioni del 1990, e non riesce a decollare, essendo stato fatto naufragare proprio alla conferenza de L'Aja.

Non solo, ma il Protocollo contiene numerosi meccanismi flessibili (Emissions Trading, Clean Development Mechanism, Joint Implementation, Sinks) che possono creare scappatoie agli impegni che i singoli paesi devono prendere per ridurre le emissioni con politiche efficaci in casa propria.

Chiediamo che il Protocollo venga subito ratificato dai paesi industrializzati, tenendo conto che il Protocollo può avere successo solo se assicura che la maggior parte dei target di riduzione sia raggiunto grazie alle politiche nazionali di controllo delle emissioni; che lo stesso Protocollo sia un vero Protocollo di riduzioni di emissioni e non un Protocollo per l'utilizzo dei Sinks (le foreste ripiantate come "serbatoi" di carbonio da sottrarre alle quote di riduzioni dei singoli paesi); che il Clean Development Mechanism sia attivato con priorità assoluta per le tecnologie ad energia "pulita"; che il Protocollo venga rafforzato con poteri che garantiscano che i paesi rispettino i loro target.

 

  

Una nuova agenda politica ed economica per la Banca mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale deve includere una serie di elementi imprescindibili quali:

a. L'istituzione di un meccanismo di insolvenza (International Insolvency Procedure) che sia basato su regole di equità e trasparenza, e garantisca la partecipazione attiva del settore privato.

b. l'applicazione di un nuovo concetto di condizionalità dal basso, nel quale la società civile, e le organizzazioni non-governative (ONG), e parti sociali possano svolgere un ruolo chiave nel determinare le condizioni per l'uso dei fondi di sviluppo, e nel quale le finalità classiche di aggiustamento macro-economico vengano sostituite con quelle dello sviluppo umano.

c. un riorientamento delle politiche di riduzione della povertà attraverso l'adozione di politiche macro-economiche e di sviluppo che possano colmare il divario esistente nella distribuzione delle risorse e favorire l'accesso gratuito ai servizi di base per le classi più povere.

d. un impegno della Banca e del Fondo a sostenere i governi nell'attuazione di meccanismi di controllo sui movimenti di capitale per contenere gli effetti perversi degli investimenti a scopo speculativo e stabilizzare i mercati finanziari. Il primo passo verso un sistema economico stabile e trasparente di governo dei flussi finanziari e di prevenzione di meccanismi speculativi a breve sarà rappresentato dall'introduzione di misure di tassazione dei flussi di capitali a breve e brevissimo periodo, del tipo Tobin Tax.

 

Ruolo della Banca Mondiale deve essere quello di sostenere programmi sociali e di sviluppo sostenibile.

 

Chiediamo al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi garantiscano che:

a. siano rispettate le regole attraverso l'elaborazione di meccanismi chiari e verificabili volti a garantire il rispetto delle linee-guida socio-ambientali da parte dei funzionari della Banca mondiale. In parallelo andrà tutelata l'attività e la funzione dell'Inspection Panel.

b. la Banca Mondiale aumenti le quote di finanziamento a dono, dando priorità ai paesi più poveri, quello cioè già coinvolti nel processo HIPC a condizione che quei governi si impegnino ad usare tali risorse per obiettivi di sviluppo sociale.

c. venga definita una nuova strategia ambientale della Banca che riaffermi la centralità dello sviluppo sostenibile e contenga obiettivi chiari e verificabili, nonché strumenti volti a garantirne l'attuazione pratica. In particolare, la Banca si dovrà impegnare ad aumentare le quote di finanziamento per progetti di efficienza energetica ed energia rinnovabile su piccola scala

Nell'ambito della elaborazione in atto delle sue politiche forestali la Banca dovrà impegnarsi a dare priorità ai diritti dei popoli indigeni e della foresta ed a non finanziare l'estrazione di legname o altri progetti infrastrutturali in foreste vergini e di frontiera.

 

Per quanto riguarda il Fondo monetario internazionale, ad Okinawa il G8 hanno approvato l'istituzione di un meccanismo di revisione indipendente delle attività dell'FMI. Pur essendo un piccolo primo passo, seppur tardivo, verso il controllo ed il monitoraggio delle attività del FMI, questa proposta, nella sua formulazione attuale non fornirà un contributo rilevante al suo scopo iniziale. Infatti, la struttura proposta non ha la necessaria indipendenza che le permetta di svolgere un compito di monitoraggio e controllo efficace, né si riconosce alla società civile la possibilità di rivolgersi a questa struttura.

Chiediamo pertanto la creazione di un ufficio di ombudsman, realmente indipendente ed esterno allo FMI al quale possano rivolgersi tutte le parti in causa e le popolazioni penalizzate dai programmi del Fondo.

 

Il processo di globalizzazione sta procedendo ad una velocità che ha dell’incredibile, in particolare nella sfera finanziaria e soprattutto in quest’area però le sue presunte virtù sono ancora lontane dall’essersi materializzate.

Le crisi finanziarie globali che si sono moltiplicate dal 1997 in diverse regioni del pianeta, e le precedenti negli anni ‘80 e negli anni ‘90, hanno dimostrato chiaramente che l’attuale struttura del sistema finanziario internazionale necessita di una riforma, così come le istituzioni che hanno attualmente il mandato di garantirne la stabilità.

La crisi del sud est asiatico ha mostrato quanto la volatilità dei flussi di capitale possa minare profondamente la stabilità dei Paesi, soprattutto di quelli in via di sviluppo.

Ad esempio, nel 1996, 97 milioni di dollari approdarono in Tailandia, Indonesia, nelle Filippine, in Malesia e in Corea del Sud. L’anno successivo questi stessi Paesi sperimentarono una fuga di capitali dell’entità di 12 milioni di dollari. In termini reali, si è trattato di una sconvolgente inversione di ricchezza pari a 109 milioni di dollari.

Inoltre, nel 1998 e nel 1999 la maggioranza dei Paesi dell’America Latina attraversò una drammatica recessione economica che portò numerose imprese prima all’insolvenza e poi alla bancarotta.

La recessione comportò anche un forte deterioramento ed un aumento della fragilità del sistema bancario, facendo salire i livelli di disoccupazione e causando forti perdite del potere di acquisto di ampie fasce della popolazione. Molte analisi concordano nell’identificare nell’ingente aumento dei flussi di breve periodo una delle cause scatenanti della crisi. Dal 1990 al 1995, infatti, i flussi di capitale diretti nei mercati emergenti triplicarono. Inizialmente l’effetto provocato da questi capitali fu positivo in quanto finanziarono le importazioni, i prestiti al settore privato, i crediti al consumo e servirono anche a garantire il ripagamento del servizio al debito estero. Però, la natura stessa dei flussi di breve periodo ha una forte componente speculativa ed imprevedibile e massicce fughe di capitale inevitabilmente portano a crisi finanziarie e a recessioni economiche.

Se si osserva l’America Latina si rileva che il livello di crescita, pari al 5,3% nel 1997, scese al 2,3% nel 1998 e ad un mero 0,3% nel 1999.

E subito dopo la crisi, i Paesi dell’America Latina ricevettero dei prestiti di emergenza dalle Banche Multilaterali, operazioni che innalzarono drasticamente il livello di debito estero, che oggi in America Latina ammonta a 750 milioni di dollari.

Inoltre, i prestiti di salvataggio, pensati per tutelare i creditori internazionali, hanno, di fatto, legittimato il "moral hazard". Gli operatori finanziari, infatti, hanno potuto continuare ad effettuare attività di natura speculativa e ad alto rischio con la certezza che, in caso di crisi, le organizzazioni internazionali li avrebbero salvati.

Le crisi finanziarie hanno anche avuto delle concrete ripercussioni in termini di bilanci nazionali. In Brasile, ad esempio, subito dopo la crisi, furono attuati tagli nei settori dell’agricoltura, della protezione sociale, dell’ambiente, della sicurezza alimentare e dell’assistenza alle famiglie indigenti.

In particolare chiediamo al Governo italiano che si faccia portatore delle seguenti proposte.

La prima è nell’area dei controlli dei capitali. Fino a pochi anni fa i controlli dei capitali erano un tema tabù. Il primo settembre 1998 la Malesia divenne il primo paese asiatico colpito dalla crisi economica ad annunciare una serie di misure di controllo sui capitali e sul tasso di cambio nel tentativo di avviare una ripresa economica.

A livello accademico invece, il tabù contro i controlli dei capitali venne meno nell’Agosto del 1998 quando l’economista del M.I.T. Paul Krugman invitò i governi asiatici ad introdurre controlli sui capitali come unica via di uscita dalla crisi.

In primo luogo il Governo italiano potrebbe proporre una legittimazione politica della facoltà di introdurre controlli sui capitali in caso di rischio di crisi finanziaria.

L’esperienza del decennio appena trascorso mostra chiaramente quanto i capitali stranieri di natura speculativa possano nuocere allo sviluppo di un Paese.


I Paesi del Sud del Mondo hanno un disperato bisogno di investimenti esteri, questo è fuori discussione, ma di investimenti a lungo termine, produttivi e compatibili con il perseguimento di obiettivi di sviluppo sociale e sostenibile.

In secondo luogo, al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi il Governo italiano istituiscano un’imposta sulle transazioni valutarie.

L’applicazione di quest’imposta potrebbe:

  1. ridurre l’incidenza dei capitali speculativi di breve periodo,
  2. rafforzare l’autonomia politica nazionale,
  3. rafforzare le potenzialità di gettito fiscale degli stati nazionali erosa dall’internazionalizzazione dei mercati,
  4. ridistribuire in modo più equo la pressione fiscale tra i diversi settori dell’economia e
  5. monitorare i movimenti di capitale per combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio dei proventi di traffici illeciti, inter alia, armi, sostanze stupefacenti, prostituzione, attività malavitose.

In aggiunta a questi obiettivi, questa tassa potrebbe reperire risorse da destinare ad obiettivi globali quali la lotta alla povertà, la tutela dei diritti umani e del patrimonio ambientale.

Risulta però fondamentale che le risorse generate da un’imposta sulle transazioni valutarie non si sostituiscano alla realizzazione di impegni cruciali assunti dai Paesi donatori a livello internazionale, come quello di destinare lo 0,7% del Prodotto Interno Lordo alla cooperazione allo sviluppo, impegno il cui raggiungimento dovrebbe diventare un obiettivo prioritario.

 

Dopo il fallimento della terza conferenza interministeriale del WTO tenutasi a Seattle alla fine del 1999, nonostante le grandi dichiarazioni di democrazia e trasparenza, poco è cambiato dentro l'Organizzazione. Non ci sembra ci sia stata nessuna reale pausa di riflessione, né si è cercato di interpellare i cittadini dei paesi membri per chiedere un parere o avviare una consultazione sui principali temi in discussione.

Al contrario, attraverso diversi incontri, sia il commissario europeo per il commercio Pascal Lamy, che rappresenta anche la posizione italiana, sia i vari ministri del commercio estero dei paesi industrializzati, compreso il ministro italiano dell'industria e del commercio estero Letta, si sono impegnati per superare quella che hanno sempre ritenuto una semplice "battuta d'arresto" nell'inarrestabile cammino di abbattimento di ogni ostacolo al mercato globale delle merci e dei servizi.

Si sono inoltre riavviate negoziazioni relative al TRIPs (Trade Related Intellectual Property Rights) ed al GATS (General Agreement on Trade Services).

Nel corso del 2000 i paesi più poveri hanno più volte ribadito che, prima di un nuovo round di negoziati occorre correggere le diseguaglianze contenute negli accordi attuali.

I paesi più ricchi non hanno risposto a queste richieste ed in tutte le riunioni del General Council del WTO hanno evitato di prendere decisioni nella direzione delle richieste dei PVS. Al contrario, si e' assistito ad una continua pressione da parte dei rappresentanti USA ed UE (e dei suoi membri) per convincere i paesi riluttanti della necessita' di avviare il Millennium Round.

Inoltre, nella sede ginevrina del WTO sono proseguite, nella consueta riservatezza, le trattative per il rinnovo dell'accordo sull'agricoltura e di quello relativo al commercio dei servizi dove, per espandere la copertura del GATS, si stanno utilizzando i più svariati cavilli tecnici, per ottenere i maggiori risultati possibili verso la liberalizzazione di settori relativi ai servizi di base. Relativamente alla revisione dell'accordo TRIPs, nonostante gli sforzi dei paesi africani per rivedere approfonditamente il testo dell'accordo (soprattutto la revisione dell'articolo 27.3 (b) che riguarda la brevettabilità delle forme viventi, l'effetto dei diritti di proprietà intellettuale sulla vita e la sicurezza alimentare, sui diritti delle comunità locali, l'accesso alle risorse e gli effetti sull'ambiente) i paesi occidentali considerano come unica concessione possibile l'allungamento dei tempi concessi per l'implementazione dell'accordo. Sinora purtroppo, nulla di concreto e' stato fatto per recepire le valide richieste dei paesi in via di sviluppo e della società civile che ha manifestato a Seattle. All’inizio di dicembre il commissario Lamy ha dichiarato che la proposta dell’Unione Europea andrà riformulata per venire incontro alle attese dei paesi in via di sviluppo, sottolineando pero' che non tutti i paesi membri concordano su questa posizione. Al termine del 2001 avrà luogo il prossimo meeting ministeriale e con grande probabilità, l'attività diplomatica per evitare un mancato accordo come a Seattle sarà molto intensa.

Chiediamo al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi stabiliscano che

- non venga avviato il Millennium Round,

- gli accordi WTO non si estendano ad aspetti determinanti per il benessere degli esseri umani e dei sistemi naturali, come l'acqua, il cibo, i servizi sociali di base, la salute e la sicurezza, la protezione degli esseri viventi. Quindi le trattative per il rinnovo del GATS non devono riguardare settori come la sanità, l'educazione, l'energia e altri servizi di base che non devono essere soggetti alle regole internazionali del libero commercio;

- venga rivisto l'accordo TRIPs secondo le indicazioni suggerite dal Gruppo dei paesi africani nel documento presentato dal Kenya (WT/GC/W/302 del 6.9.1999) dove si chiede che piante, animali, microorganismi e tutti gli altri esseri viventi nonché loro parti, non possano essere brevettate. Invitiamo i paesi del G8 a sostenere questa proposta e ad avviare la revisione, in tempi rapidi, attuando una moratoria sull'attuazione dell'accordo sino alla sua scadenza;

- la revisione dell'accordo non permetta l'incremento del prezzo dei medicinali nei paesi del sud del mondo;

- le misure prese per promuovere e proteggere la sicurezza e la sovranità alimentare, l'agricoltura di sussistenza, le pratiche di allevamento e l'agricoltura sostenibile non devono sottostare alle regole internazionali del libero commercio, essendo il cibo un diritto umano di base. Di questo le trattative per il rinnovo dell'accordo sull'agricoltura devono avere piena considerazione. Sosteniamo che tutti i paesi, ma soprattutto i paesi più poveri, devono avere il diritto di adottare scelte politiche autonome, basate sulle rispettive esigenze e priorità;

- si ripristino gli accordi di settore con lo scopo di stabilizzare produzione e prezzi. Ciò sarebbe di fondamentale importanza per settori come il caffè, le banane, il cacao per evitare eccessi di produzione che provocano cadute di prezzi rovinose per i piccoli contadini e per i salari dei braccianti;

- il WTO avvii un processo di radicale revisione della propria struttura e del proprio modo di operare per diventare un'istituzione democratica e trasparente, proprio perché tutti i popoli hanno il diritto di conoscere e decidere circa gli impegni che li riguardano sul piano del commercio internazionale.

 

La mancanza di controllo democratico e di vincoli alle attività delle agenzie di credito all'esportazione crea una situazione grazie alla quale le imprese multinazionali possono dare il via ad una corsa verso il basso, scegliendo di rivolgersi a quelle agenzie che hanno regole più deboli o superficiali e permettendo loro cosi' di operare senza alcun vincolo. E' di fatto la stessa situazione che si stava per concretizzare con l'eventuale approvazione dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti: (MAI) la differenza in questo caso e' che la corsa verso il basso verrebbe finanziata direttamente con i soldi del pubblico contribuente.

I governi dei paesi più ricchi, il club del G8 che di fatto dominano su scala mondiale i flussi di garanzie per il credito all'esportazione ed assicurazioni sugli investimenti, si sono impegnati a concludere entro il 2001, anno nel quale il vertice si terrà in Italia, un processo di adozione di linee guida comuni per trasparenza e valutazione di impatto ambientale.

Tale processo negoziale viene svolto nell'ambito dell'OCSE. L'Italia e' il fanalino di coda: solo a marzo e' stato redatto uno studio di fattibilità per l'eventuale adozione di procedure di valutazione di impatto ambientale.

Chiediamo al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi:

-adottino entro il 2001 criteri sociali ed ambientali vincolanti per le attività delle agenzie di credito all'esportazione

- definiscano una "lista - nera" di progetti che la SACE non dovrebbe sostenere in alcun caso, quali:

a. centrali nucleari o inceneritori di rifiuti e impianti termoelettrici che non rispettino gli standard più elevati riguardo l'efficienza energetica e la riduzione progressiva di emissioni di gas-serra;

b. grandi dighe;

c. l'esportazione di armi, di sostanze tossiche o nocive messe al bando dalle Convenzioni Internazionali;

d. esportazione di tecnologia e prodotti che potrebbero essere utilizzati da forze di polizia e militari a scopi repressivi e che potrebbero comportare violazione dei diritti umani (dual-use goods);

e. progetti di sviluppo o infrastrutture in aree protette, riserve naturali e parchi che non siano compatibili con le finalità dei parchi;

f. nuovi progetti di esplorazione e sfruttamento di combustibili fossili (petrolio, carbone, gas) in zone sensibili dal punto di vista sociale ed ambientale quali foreste primarie e vergini,

g. attività su scala industriale di estrazione e trasformazione (processing) di legname all’interno di foreste primarie, tropicali, temperate e boreali,

h. progetti infrastrutturali che comportino l’evacuazione forzata di oltre 1000 persone;

- definiscano una lista-bianca di progetti e tecnologie che dovrebbero usufruire di condizioni favorevoli ed altre forme di incentivi assicurativi e finanziari dalla SACE. In questa categoria rientrerebbero ad esempio progetti e tecnologie sostenibili ed a basso impatto, come ad esempio fonti energetiche rinnovabili e su piccola scala (fotovoltaico, geotermico, eolico), al fine di incentivare il trasferimento di tecnologie sostenibili nei Paesi in Via di Sviluppo e Paesi ad Economia in Transizione e l'espansione delle piccole e medie imprese operanti nel settore;

- individuino un meccanismo di valutazione preventiva dei progetti che non rientrano nelle categorie di cui sopra, che preveda l'introduzione di diverse categorie di progetti, a seconda del loro potenziale effetto sociale ed ambientale, al fine di determinare la necessità di sottoporre lo stesso a valutazione di impatto; la Banca Mondiale ad esempio usa categorie A, B e C a seconda dell'impatto ambientale, e fissa l'obbligo per chi richiede il finanziamento di condurre e pubblicare i risultati della VIA per i progetti di categoria A;

- individuino criteri di valutazione ispirati agli "standard" più elevati riconosciuti internazionalmente, utilizzando come punto di partenza quelli seguiti dalle agenzie IFC e MIGA della Banca mondiale e quelli del Development AssistanceCommittee dell'OCSE;

- istituiscano l’obbligo di pubblicare ogni anno un elenco dei progetti sostenuti ed approvati, che specifichi quali misure sono state intraprese per ridurre l'impatto di progetti particolarmente rischiosi.

  

Rete Lilliput

Promossa da: Aifo, Beati Costruttori di Pace, Bilanci di Giustizia, Campagna chiama l’Africa, Campagna dire mai al MAI, Campagna globalizza-azione dei popoli, Campagna Sdebitarsi, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, CoCoRiCò, CTM Altromercato, Mani Tese, Nigrizia, Pax Christi, Riforma della Banca Mondiale, WWF