Questo documento vuol offrire lo spunto per approfondire la discussione, nella rete Lilliput e non solo, rispetto alle forme di mobilitazione da utilizzare nel futuro. Risponde perciò all'esigenza di riflessione sull'ormai prossimo G8 (vedi anche documento di contenuto e proposte di mobilitazione del Tavolo Intercampagne) ma anche dall'esigenza inderogabile, dopo un anno e mezzo di lavoro della rete, di definire più in generale strategie e stili comuni di mobilitazione. Questa esigenza era già ben presente nella discussione di Marina di Massa e nel dibattito su violenza/nonviolenza e crediamo sia ulteriormente cresciuta registrando la crescente difficoltà ad organizzare grandi manifestazioni di piazza (v. Praga e Nizza) che comunichino appieno la ricchezza dei nostri contenuti e nelle stesse difficoltà che ha avuto finora la discussione tra le varie realtà in vista del G8. Questo documento è perciò solo l'avvio di un confronto tra tutti sulle nostre strategie di mobilitazione che fu un impegno preciso preso a Marina di Massa e che comincia ora a concretizzarsi con una discussione tramite mailing-list che avviamo tramite il prossimo incontro che si terrà a Genova il 23/24/25 febbraio. Altri incontri potranno ovviamente aggiungersi a questo percorso.
1. Da Seattle a Genova un bivio difficile?
La crescente difficoltà ad organizzare la nostra contestazione dei grandi vertici ufficiali e la voluta immagine di violenza che i mass-media trasmettono su questi eventi ci pongono di fronte ad un "bivio" piuttosto difficile. Non possiamo in alcun modo passare sotto silenzio la crescente "militarizzazione" del potere che tende a rendere impossibile il diritto a manifestare ed a contestare direttamente la legittimità di questi eventi, ma d'altro canto non possiamo neppure ridurci ad affrontare "militarmente" (portando sempre le situazioni alla massima tensione e vicino allo scontro) questa situazione, pena non solo i quasi inevitabili atti di violenza ma un' incapacità di comunicare la ricchezza e l'alternativa delle nostre proposte.
E' questo bivio che ci impone un'approfondita riflessione sulle strategie di mobilitazione che diventano altrettanto importanti dei contenuti per superare questo circolo vizioso.
Il "movimento" resosi evidente con l'evento Seattle si trova in una situazione definibile come "culmine provvisorio": significa che il futuro di questo "movimento", dei contenuti che promuove e dei simboli che rappresenta non è scontato. Se è vero che ha alle spalle un periodo di crescita, il suo prossimo futuro può essere di stasi, di ritorno alla crescita, ma anche di rapido declino. Tale futuro dipenderà quindi da ciò che viene deciso e attuato in questo periodo.
La crescita che abbiamo alle spalle è evidente: per crescita si intende un percorso in salita che ha accumulato da Seattle in poi ( ovviamente con parzialità, contraddizioni, limiti espliciti), alcuni evidenti fattori di successo, che sono ora visibili e che costituiscono il patrimonio del nostro "culmine":
La radicalità del "movimento" e la sua capacità di coniugare contenuti, partecipazione di massa, visibilità massmediatica, e di costituirsi come contropotere in grado di condizionare direttamente dalla piazza, evitando mediazioni e compromessi allo strapotere dei poteri forti ha "attivato" la miscela positiva prima evidenziata, i cui fattori costituiscono oggi un "sistema di valori" acquisito.
In questo quadro la "violenza" che la piazza ha più o meno espresso è stata (sia all'interno che all'esterno del "movimento") finora in parte tollerata come espressione della nascita di una mobilitazione nuova, eterogenea e spontanea, non ancora strutturata. E in parte è stata giustificata come "metafora" della radicalità e "non disponibilità simbolica" alla mediazione sui valori/contenuti in gioco, e quindi anche come fattore di successo relativo. L'obiettivo del "blocco dei vertici ufficiali", con le varie forme di contrapposizione o di disponibilità al "contatto fisico" che l'ha accompagnato ha in qualche modo contribuito là dove è rimasto episodio collaterale ad eventi ben più significativi sul piano della mobilitazione e dei contenuti all'iniziale successo-visibilità di un movimento che manifestava a partire dalle proprie stesse risorse. La rivendicazione della "azione diretta" manteneva una qualche proporzionalità con l'esclusione violenta che i poteri forti esercitano nei confronti della cosiddetta società civile.
Questo patrimonio è stato "agito" e rivendicato dalle manifestazioni che da Genova/Tebio (maggio 2000) in poi (Bologna, Praga, Nizza le principali ma non uniche occasioni) hanno esplicitamente rivendicato continuità con Seattle. Il risultato è di stasi, di attesa, di diffidenza. Vi è un senso diffuso di ripetitività cui corrisponde una maggior organizzazione dei "vertici" che si vorrebbe intaccare che riesce a tenere "a distanza" le manifestazioni, nonché la sensazione di una mancanza di strategia complessiva ove collocare e valorizzare le singole manifestazioni.
In questo quadro gli episodi di violenza seppur complessivamente marginali sempre più emergono come momenti centrali delle manifestazioni, in una sorta di "attesa" che catalizza le attenzioni del "prima" e determina le percezioni del "giorno dopo". I limiti dell'attuale situazione, e anche le polemiche-frustrazioni interne, sono visibile a quanti si pongano ad analizzare l'attualità in modo aperto, evitando (come invece fa una parte del "movimento") la logica "ogni manifestazione è una vittoria" e anche quella per cui se ci sono scontri essi servono comunque e sempre ad evidenziare la brutalità degli apparati repressivi e delle istituzioni, su cui esse stesse o gli organismi internazionali si basano per poter funzionare (autolegittimando così la propria "difesa attiva" o disponibilità al confronto violento).
Per Lilliput tutto ciò comporta tre principali conseguenze negative, che ci riportano agli obiettivi-presupposti da cui eravamo partiti, e che per realtà come la nostra possono costituire riferimenti centrali alla propria riflessione e proposta:
Il "culmine" nel quale ci troviamo pone quindi un problema serio: di fronte alla "sindrome da ripetitività" nella quale il movimento si trova, ad una leadership apparentemente non coerente con la complessità e l'eterogeneità della base, alla diffidenza diffusa verso i "controvertici" che sta sostituendosi alla simpatia, ogni azione successiva potrà fortemente contribuire o a dare un'identità più precisa e apprezzabile del movimento in grado di porsi in prospettiva e con tutte le sue eterogeneità come soggetto politico ad alta rappresentanza e in grado di guardare al futuro, o dissipando il patrimonio consolidato nell'ultimo anno, aumentando le distanze tra persone e organizzazioni, costituendo l'ennesima delusione per molti. Delusione che coinvolgerebbe inevitabilmente anche Lilliput.
La necessità oggi di dedicare un approfondita riflessione alle forme della mobilitazione deriva quindi non soltanto da un principio etico/valoriale insito nella stessa costituzione della Rete Lilliput (la non violenza come fattore irrinunciabile) ma anche dalla constatazione che il porre un accento eccessivo e quasi esclusivo sulla creazione di 'conflitto' di piazza nei confronti dei "grandi attori" internazionali di questo ordine economico ingiusto (siano essi la Banca Mondiale, il Fondo Monetario, il WTO, la Commissione Europea, l'OCSE i G8 o quant'altro) non riesce più a comunicare in maniera approfondita la ricchezza dei nostri contenuti e delle nostre proposte. Non si riesce insomma a creare intorno a questi momenti d'opposizione una sufficiente comunicazione che ci porti a creare un'opposizione sociale diffusa, una consapevolezza nell'opinione pubblica che non solo "un altro mondo è possibile" ma che esso è anche desiderabile. Per creare questo tipo di mobilitazione non possiamo che far appello a tutti i canali possibili di comunicazione e di coinvolgimento e quindi non suscitare il massimo della 'tensione' ma attivare tutta la ricchezza di una strategia nonviolenta.
2. Ribellarsi è naturale. Ribellarsi basta?
In questo contesto se la disponibilità all'azione diretta e la rivendicazione dei blocchi dei vertici ufficiali ha costituito uno degli ingredienti (ma non quello centrale, e soprattutto a Seattle) che ha permesso l'emergere e il consolidarsi del "movimento", oggi esso risulta non solo inefficace ma dannoso rispetto gli obiettivi politici che possiamo porci, e quindi da abbandonare con chiarezza e determinazione. Ammesso che abbia avuto un ruolo, esso (il blocco dei vertici e le relative forme per attuarlo) riguarda l'infanzia di un movimento che intende oggi porsi come soggetto politico e collettivo adulto, e quindi flessibile ma permanente. Flessibile nel suo convocarsi di volta in volta su occasioni/eventi diversi e con modalità diversificate, adeguate e rinnovate; permanente nel suo mobilitarsi con continuità sulla base di contenuti e principi di fondo (tra cui la nonviolenza) condivisi, consolidati e riconoscibili. Mutuando alcuni slogan a noi ben noti, un movimento "capace di futuro" che renda evidente che "un altro mondo è possibile" deve dotarsi di una strategia in grado di svincolarsi sia dall'ottusa ripetitività mirata su obiettivi contingenti (il "blocco") sia dal "dialogo istituzionale" fine a sé stesso (p. es. la mediazione sulle aperture dei vertici istituzionali alle ong), evidenziando oltre che i propri contenuti anche un'ampia base di consenso sociale che li promuove e condivide. Il blocco dei vertici o il puro e semplice "dialogo istituzionale" costituiscono obiettivi funzionali non al rafforzamento diretto di un'opposizione sociale capace di rendere visibile il dissenso, rivendicare cambiamenti, scoprire la fragilità delle istituzioni internazionali non democratiche, ma ad obiettivi propri di organizzazioni che interpretandosi come rappresentanti dell'opposizione giocano poi la loro sigla su altri piani.
Oggi è quindi indispensabile l'abbandono radicale delle forme di violenza che hanno fin qui accompagnato le mobilitazioni sulla globalizzazione, in quanto l'obiettivo generale del movimento post Seattle modificare l'equilibrio dei poteri che determina la globalizzazione, intervenendo in particolare sui contenuti a carattere sociale e ambientale, e sul concetto stesso di sviluppo può essere colto principalmente attraverso l'obiettivo specifico costituito da "consolidamento e visibilità di un'opposizione sociale consapevole", tanto in grado di agire tramite azioni di massa, che attraverso la promozione di contenuti in ambiti differenziati, e la disponibilità al confronto con altre organizzazioni sociali o politiche.
Ciò comporta l'abbandono esplicito di obiettivi connessi, nello svolgimento di "controvertici" come quello futuro di Genova/G8, della centralità del "blocco" degli eventi istituzionali, in quanto tale centralità distorcerebbe inevitabilmente alla sua logica con quegli effetti di dissipamento dell'eredità di Seattle prima richiamati qualsiasi mobilitazione alternativa. E soprattutto perché oggi tali obiettivi si porrebbero come alternativi all'obiettivo principale che la Rete di Lilliput (e tanti altri) in funzione dell'obiettivo generale intende promuovere: la più ampia partecipazione di persone e organizzazione possibile al "controvertice" e in particolare alle sue mobilitazioni di piazza, che espliciti l'adesione/mobilitazione rispetto ai contenuti promossi. Questo non significa ridurre, ma anzi 'esaltare' la radicalità dei nostri contenuti. Tale obiettivo del presente è connesso ad una strategia del futuro, ove l'opposizione che potrà per esempio rendersi visibile a Genova è non solo opposizione manifesta ai G8, ma anche percorso verso il consolidamento di una opposizione sociale consapevole, capace di attivarsi nei propri luoghi di organizzazione, azione e dialogo sociale.
Porre tale obiettivo (la più ampia partecipazione possibile) comporta la rinuncia esplicita a qualsiasi forma di violenza onde permettere una partecipazione ampia e eterogenea.
Ma anche proporre la consapevolezza che si intende giocare la radicalità dei propri contenuti e della propria critica su un piano più alto che non quello di una cultura machista e virilista che pensa di "aver vinto" laddove abbia conquistato un metro in più di piazza o abbia retto per più minuti il confronto violento con la polizia, o abbia rimandato di mezzora un brindisi inaugurale. Questo atteggiamento è da denunciare e rigettare non solo in quanto compromesso con la violenza, specchio delle istituzioni cui si oppone, antidemocratico in quanto pochi decidono sempre per tutti. Ma anche e soprattutto in quanto totalmente inefficace sul piano politico (cioè: aver obiettivi di contenuto e azioni utili a perseguirli) ed espressione di una visione angusta della politica, del confronto sociale, delle forme di mobilitazione del dissenso (oltre che di "interessi privati"). Il piano dove collocare la propria critica radicale può invece essere quello di una manifestazione del dissenso che associando manifestazioni di piazza nonviolente al rifiuto della mediazione sui contenuti e al non riconoscere come interlocutori gli enti cui ci si rivolge (p. es. i G8) evidenzi l'isolamento e la delegittimazione degli organismi verso cui rivolge la propria critica. Dietro una tale impostazione vi è un'idea dell'azione politica e della proposta di contenuti capace di considerare il fattore tempo, ove il controvertice non è il momento conclusivo dell'opposizione alle dinamiche della globalizzazione cui ci si oppone, ma parte di un movimento complesso che richiede modifiche profonde nelle "procedure globali". Dove si costruisce un sistema di alleanze/affidabilità (o almeno di dialogo e reciproca disponibilità al confronto) sia con le organizzazioni/persone coinvolte, che cosa non meno importante con le organizzazioni/persone non coinvolte ma che assistono e possono essere coinvolte in futuro.
3. Un altro modo (di mobilitarsi) è possibile?
In base alla riflessione proposta, la forza della nostra iniziativa sta quindi nella nostra capacità di relazione: chiarezza dei contenuti proposti, chiarezza sugli obiettivi a breve e lungo termine, da cui discendono le forme della mobilitazione del presente e gli appelli alla presenza. Quindi il massimo delle energie deve essere posto non nell'impostare il confronto (attivo o passivo che sia) con le forze dell'ordine o nel perseguire il blocco dei vertici ufficiali, ma nel divulgare i contenuti attraverso i quali si chiama alla mobilitazione, e il mettersi il più possibile in relazione con i soggetti che potrebbero parteciparvi. Da qui può discendere inoltre la legittimazione a rivendicare (vedi sempre il caso di Genova) l'agibilità di spazi ove manifestare il proprio dissenso, e anche eventualmente possibili azioni di disobbedienza civile (che abbiano sempre come limite la nonviolenza) nel caso di risposte non soddisfacenti.
Teniamo inoltre presente in questo dibattito sulle forme di mobilitazione 3 "cardini" importanti su cui abbiamo cercato d'impostare il lavoro della rete in questo suo primo anno di vita:
Da queste considerazioni scaturiscono alcune possibili priorità anche per gli "stili di mobilitazione":
Noi crediamo che la nonviolenza e le forme pacifiche di contestazione dei vertici debbano essere la nostra strategia che ci permette non solo di contestare la logica della militarizzazione di queste occasioni, ma anche di comunicare con il nostro reale obiettivo "l'opinione pubblica". Non ci serve quindi "concentrare" le nostre energie verso i momenti più clamorosi di espressione del dissenso quanto riuscire ad essere presenti in maniera continua in queste occasioni.
4. Per un mondo di modi!
Ovviamente oltre a questo ci serve trovare le forme più varie, comunicative e colorate di stare "in Piazza" sia in ogni città in cui riusciremo a produrre le nostre mobilitazioni-sensibilizzazioni sia in occasione delle grandi manifestazioni. Crediamo sia importante riuscire ad inventarsi dei "simboli" che possano colpire facilmente la fantasia della gente e comunicare anche "il piacere" di manifestare. Ma questo non è ovviamente il compito di questo documento, tocca alla fantasia ed alla creatività di ognuno di noi aggiungere anche questo indispensabile elemento.