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EPIGRAFE PER I CADUTI DI MARZABOTTO Questa e' memoria di sangue I milleottocentotrenta
dell'altipiano La loro morte copre uno spazio
immenso,
Sugli Appennini sopra a Bologna tra il settembre e
l'ottobre 1944 ci fu lo sterminio di un intera
popolazione, che viveva nei monti denominati zona di Monte Sole. La
strage é più comunemente conosciuta come "strage di Marzabotto". Quest'anno (2004), ricorre il 60° anniversario di
quei tragici eventi. La zona di Monte Sole si trova tra due fiumi: il Reno e il Setta. Il 29 settembre le truppe delle SS accerchiarono tutta la zona utilizzando i due fiumi come naturali fossati di confine e accompagnati da guide fasciste della zona incominciarono a risalire i monti. In quel periodo “L’arcipelago di Monte Sole” era abitato dalla gente dei luoghi e dagli sfollati che vi erano rifugiati perché immaginavano di essere più sicuri che nelle proprie abitazioni di valle considerandole più pericolose all’imminente e sperato attacco degli alleati che già avevano sfondato la prima linea della linea Gotica. In vari luoghi la popolazione pensò che le truppe nazifasciste stessero arrivando per gli uomini: considerati in tutti i modi possibili partigiani (lungo tutta la linea gotica, vi erano sparse varie brigate partigiane, in quella zona si era costituita da persone del luogo, da carabinieri e militari che avevano rifiutato la repubblica di Salò, da militari alleati sfuggiti alla prigionia tedesca, la brigata “Stella Rossa”) e utile manodopera di rastrellamento. Per questo gli uomini si nascosero nei boschi, mentre le donne, i bimbi e gli anziani rimasero nei villaggi. Le truppe nazifasciste in ogni zona abitata uccidevano tutta la gente e bruciavano le case. Alcune persone vedendo i primi focolai pensarono di rifugiarsi nelle chiese, ma non vi era alcuna pietà… Alcuni uomini nascosti videro morire tutti i propri cari: moglie, figli, padre, madre, nonni, zii, amici, preti, conoscenti… Dopo una decina di giorni di saccheggio, di uccisioni, di distruzioni di case e chiese, le truppe sterminarono l’intera popolazione civile di 38 diverse localitá: oltre 770 persone tra cui 315 donne, 189 bambini fino ai 12 anni, 30 giovani dai 12 ai 18 anni, cinque sacerdoti e una suora. “La
larga striscia di territorio fra Grizzana e Monte Sole divenne "terra
di nessuno": furono scavate trincee e buche per le postazioni di
artiglieria e la zona venne abbondantemente minata e fatta oggetto di
cannoneggiamenti e bombardamenti. I pochi sopravvissuti al massacro furono
costretti a lasciare la montagna, e lo stesso fecero i partigiani. L'abbandono
del territorio tra Setta e Reno fu inesorabile. Sotto le bombe crollarono
quasi tutti gli edifici e l'estensione dei campi minati rese insidiosa,
anche dopo il termine della guerra, gran parte della zona. Forse anche per
non convivere con i dolorosi ricordi di un massacro le cui reali
dimensioni furono chiare solo alla fine della guerra, pochi hanno
ricostruito le abitazioni perdute sulle montagne, nel frattempo
riconquistate dalla natura.”
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"La guerra e i suoi effetti collaterali"
A Cerpiano, quel tragico venerdì 29
settembre, Don Marchioni era atteso per celebrare la Santa Messa
nell'Oratorio dedicato all'Angelo Custode.
Nel coro a più voci si inserisce
Antonietta Benni col noto promemoria ribadito al processo-Reder:
Don Fernando — dice — usciva di quando in
quando anche di giorno, specialmente nell’intervallo fra lo sgombero
delle SS e l’arrivo della Wehrmacht. Andava a visitare i suoi
parrocchiani rintanati qua e là. È venuto anche da me nel bosco. Ero
ferito e mi ha portato della tela per fasciarmi. Me la sono cavata per
miracolo, perché sotto le armi mi avevano fatto l’antitetanica...
L’eccidio
della Botte fu consumato il 1° ottobre, a vespro…In due gruppi gli
ostaggi erano stati condotti alla canapiera. Prima che venissero falciati
a colpi di mitraglia, don Comini aveva intonato le litanie della Vergine.
Il canto alla Regina del cielo sull’orlo dell’abisso si sente in
lontananza...
"Proprio
in questi giorni sono stata turbata e assediata dai giornalisti in seguito
alla supplica inviata ai Sindaco di Marzabotto dal maggiore Reder, uno dei
responsabili dell'eccidio e condannato all'ergastolo dal Tribunale
militare di Bologna. Implora dai superstiti e dai parenti delle vittime
il perdono. La rievocazione di questi fatti tanto dolorosi mi ha
turbato assai. Tuttavia come cristiana e come appartenente a un ordine
religioso, ho detto che io perdono.
Nel 1944 avevo 17 anni, abitavo alle Murazze, vicino alla ferrovia
Direttissima, posto
pericolosissimo per via dei bombardamenti alleati. Purtroppo già il 18
aprile di quell’anno avevo perso mio padre durante uno di questi a Vado.
Con il resto della mia famiglia decidemmo quindi di trasferirci a Cerpiano,
dove con la scuola delle Orsoline della maestra Antonietta Benni e con
l’oratorio, si poteva trovare un po’ di fermento, oltre che di
sicurezza. Avevamo molte speranze, gli Inglesi erano già a Monzuno e a
Lagaro, sull’altro versante.
Marzabotto, 60 anni fa l' eccidio nazista. Le vittime furono 1.836, tra loro 250 bambini «Mi afferrarono i capelli per vedere se ero vivo. Finsi di essere morto e mi salvai». Tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 la 16a divisione dei panzergranatieri delle SS, comandata dal maggiore Walter Reder, massacra quasi duemila civili tra Marzabotto, Monzuno e Grizzana, comuni dell' Appennino bolognese. Il dato ufficiale è di 1.836 vittime, i corpi identificati sono 1.562 (di cui quasi 800 nella sola Marzabotto). Le celebrazioni ufficiali del sessantenario della strage si terranno il 3 ottobre Reportage 1944-2004 Mo Ettore I SOPRAVVISSUTI I soldati ci spinsero come un gregge di capre destinate al macello. Aprirono il fuoco. Altri lanciarono bombe a mano MARZABOTTO - È successo 60 anni fa, a fine settembre del ' 44: uno degli eccidi più atroci della seconda Guerra mondiale, che pure ne ha annoverati tanti, a cominciare dallo sterminio degli ebrei. Anche alla luce di quanto sta oggi avvenendo, con la sequela di stragi, sequestri, sgozzamenti e macellerie varie, scatenata dall' assalto alle Due torri, le barbarie commesse quell' autunno dai nazisti sull' Appennino emiliano mantengono il loro triste primato nella galleria degli orrori. Le celebrazioni ufficiali del sessantenario avranno luogo il 3 ottobre e nell' intenzione di Dante Cruicchi (ex sindaco di Marzabotto) e di tutti i membri del comitato organizzatore si concluderanno con «un messaggio di pace». Non sembrano più esserci zone d'ombra o angoli inesplorati della tragedia, essendo stata raccontata e «sviscerata» per oltre mezzo secolo, anche se gli anziani, che erano allora bambini, scuciono ancora dalla memoria qualche particolare. Pochissimi i superstiti - cioè, gli scampati alla morte - che sono via via scomparsi o vivono altrove. Comunque non più di una mezza dozzina. Passeggiando dentro questo paesaggio così verde e boscoso, e così pacifico, ne incontro tre: che, rassegnati/e, ripetono il racconto già fatto cento, mille volte. Anna Dainesi è ora una tranquilla signora di 68 anni, la incontro davanti al sacrario di Marzabotto, che custodisce le vittime della strage, tra cui 315 donne e 189 bambini. Racconta la strage del cimitero di Casaglia, dove gli uomini del maggiore Walter Reder - che comanda la 16ª Divisione dei panzergranatieri nella zona dell' Appennino bolognese ed è chiamato «il Monco» per un arto artificiale - ammassano la mattina del 29 settembre '44 centinaia di persone: «Io avevo 8 anni e mezzo - dice con la fretta di chi ripete a memoria una vecchia cantilena - e con la mamma mi ero rifugiata nel bosco ma in tempo per vedere la fila di gente che le SS spingevano a calci nel recinto del camposanto. Tra di loro c'era mio fratello Albertino, 15 anni, che non rividi più. Fu una mattanza. C'era anche il mio fratello più piccolo, Alfredo, 7 anni, che rimase ferito nella sparatoria e morì 40 giorni dopo. Se ho visto Reder? Altro che l' ho visto, il Monco. Veniva giù nello scantinato dove c'erano rifugiati e toccava le ragazze con quella sua mano di legno. Prendeva quelle più giovani e le portava al piano di sopra, dove insieme ai suoi uomini, le violentava. Ridiscendevano tra noi completamente nude, piene di lividi e ferite». Secondo gli storici, la gratuita feroce rappresaglia tedesca sulle popolazioni inermi dei villaggi dell'altopiano raggruppati attorno a Marzabotto, Monzuno, Grizzana viene intrapresa da Walter Reder in un momento di frustrazione per lo scarso (quasi nullo) successo delle operazioni militari fino ad allora tentate dalla 16a Divisione contro la formazione partigiana «Stella Rossa» che operava in zona sotto il comando del leggendario «Lupo», al secolo Mario Musolesi. I partigiani erano un grosso problema per le SS, perché tenevano sotto controllo le due principali ferrovie - la Porrettana e la Direttissima - attraverso cui l'Armata di Kesserling faceva arrivare sull'Appennino i rifornimenti (armi, materiale, viveri) alle proprie truppe attestate sulla Linea Gotica. La «Stella Rossa» - così ragionavano i tedeschi - poteva sopravvivere nei boschi e nelle forre soltanto grazie all'aiuto della popolazione locale, che sfamava e proteggeva i partigiani di Lupo nei loro spostamenti clandestini: quei contadini che giravano con la zappa in spalla e il tridente erano dunque dei «banditi» e dei «comunisti» e, come tali, andavano puniti. La fase più bestiale della repressione cominciò il 29 settembre ('44) e durò sette giorni. Vennero decimate famiglie intere. A San Giovanni e a San Martino (due frazioncine), il plotone d'esecuzione cancellò dalla faccia della terra in pochi minuti, Pietro e Anna Lorenzini e tutta la loro nidiata, dai 26 ai 3 anni, dieci in tutto: una «cellula» sovversiva di cui facevano parte partigiani e partigiane di tre, quindici, ventidue e ventisei anni. È rimasta l'agghiacciante testimonianza di un certo Giuseppe Lorenzini, scomparso da tempo, che raccontò all'inviato dell' «Europeo», Gian Franco Vené: «In realtà sono quattordici i miei parenti ammazzati. Dei miei figli ho ascoltato le urla. Gli altri li ho visti quando morivano. I nazisti battevano con il calcio del fucile per metterli in riga, davanti a casa mia. Sparavano con due mitragliatrici, poi con le rivoltelle, nel mucchio. Rovesciarono infine il mio carro di fascine sui cadaveri. Nascosero così tutti i morti sotto la legna, e bruciarono. Sotto la cenere, più tardi, trovammo ciò che restava dei nostri morti e li seppellimmo nell' aia. Non trovai la testa di mia nipote, cinque anni». Una delle tappe del nostro pellegrinaggio è il cimitero di Casaglia, che si raggiunge zigzagando lungo una strada che sale in alto tra boschi e prati verso la sommità del Monte Sole. Ci accompagna la signora Cornelia Paselli, che è venuta da Bologna - dove risiede - per raccontarci la sua storia. Settantotto anni, ma ben portati, i capelli biondi vaporosi senza tracce di neve, la camminata svelta. Questi luoghi li conosce molto bene e si è rassegnata a rivederli per offrirci in loco la sua personale testimonianza di quei giorni, quando di anni ne aveva diciotto. Ci fermiamo un attimo davanti ai ruderi della chiesa di Santa Maria Assunta (che è ora sotto il patrimonio dell'Unesco) perché «è qui - dice la signora Cornelia - che è cominciato tutto». «Quella mattina del 29 settembre - ricorda - ci siamo rifugiati nella chiesa, per paura dei tedeschi che pattugliavano la zona. Eravamo circa un centinaio. Sull'altare il parroco, don Ubaldo Marchioni, stava per celebrare la messa: ma ecco che di colpo piombano in chiesa le SS che intimano a noi tutti di uscire e di avviarci al cimitero. La prima vittima è una donna paralizzata su una sedia a rotelle che viene falciata in due. Poi i soldati fanno fuoco su don Ubaldo, che stramazza ai piedi dell'altare. Subito dopo comincia la nostra via crucis verso il cimitero, a poche centinaia di metri...». Ed eccolo qui, il camposanto di Casaglia, sessant'anni dopo. Un muro di cinta basso, poche zolle erbose, qualche cespuglio, qualche fiore, una dozzina di croci sbilenche. E tanta pace, tanto silenzio. «I soldati - riprende la donna - ci spingono dentro a forza, come un gregge di capre destinate al macello, dopo aver abbattuto il cancello di ferro. E comincia la mattanza. Ho visto un soldato inginocchiarsi, infilare il rotolo delle munizioni nella mitraglia e aprire il fuoco. Altri lanciavano bombe a mano. Cadevamo uno sopra l'altro, urlando. Ho sentito mia mamma che chiedeva: Cornelia, sei viva? I miei fratelli gemelli, Gigi e Maria, 10 anni, erano giù morti. Stavo sotto un mucchio di cadaveri col sangue che mi zampillava addosso, in bocca, sugli occhi. E se questo sangue fosse il mio? mi chiedevo. Dite l'atto di dolore, suggeriva qualcuno. No, no! Io da quel giorno, io non l'ho più recitato l'atto di dolore. Ho perso la fede. Neanche adesso riesco a dirlo. Ho sempre negli occhi quel tedesco che sparava nel mucchio e io dicevo a me stessa: no, non voglio morire a questa età. Hanno cominciato a sparare alle 9 e mezzo del mattino e hanno finito verso le quattro del pomeriggio. La mia mamma era ferita a una coscia, le ho fatto un laccio per fermare l'emorragia, ma non ce l'ha fatta, è morta due giorni dopo. Io sono riuscita a fuggire e adesso credo di aver ritrovato la fede. Ma l'atto di contrizione, no. No e poi no!». Da queste parti si cammina, annichiliti, da uno strazio all'altro, in compagnia di fantasmi evocati via via, sul sentiero, da livide targhe di pietra o da lapidi consunte che forniscono freddamente l'inventario dei morti ammazzati. E così apprendiamo che a Casaglia furono massacrate 195 persone, suddivise tra 28 famiglie, e che 50 bambini volarono dritti in cielo con le alucce insanguinate. In questo nugolo di pargoletti avrebbe dovuto esserci anche Fernando Piretti, che invece è qui con noi e ci scorazza attorno con la sua jeep per straducole impervie, schizzose, dove l'infarto è garantito per le vetture normali. Ha 69 anni, Fernando, è piuttosto basso ma asciutto e forte. La camminata svelta. Guida e ci racconta la sua infanzia, guida e ci porta proprio lassù (o laggiù), nel posto dove sessant'anni fa perse la mamma, Cesarina, e la sorella Teresa, tredici anni appena, ma uscì vivo e stremato sgusciando sotto il tappeto di cadaveri che per un giorno e per una notte lo tennero nascosto, mentre le belve SS bivaccavano intorno, vomitando vino e canzoni. Siamo davanti a un rudere che un tempo era l'oratorio delle Suore Orsoline nella frazioncina di Cerpiano. «Noi abitavamo più sotto - racconta Fernando -, ma quando, a settembre, le SS cominciarono a sparare per intimorire e snidare, presumibilmente, gli uomini della «Stella Rossa», ci consigliarono di spostarci in montagna. Sono arrivato a Cerpiano col papà, la mamma, la sorella Teresa, 13 anni. I miei fratelli più grandi, tre, stavano coi partigiani e non li avrei più visti. Kaput. Con tanti altri, le suore ci avevano sistemati in uno stanzone, attiguo all'oratorio. Io facevo il chierichetto. Poi venne la mattina del 29 settembre. Arrivarono i tedeschi e ci spinsero tutti qui dentro. Tre metri per quattro al massimo, noi ammucchiati alle pareti, il mitra puntato da una testa all'altra. L'ufficiale diede l'ordine di sparare. Sarei morto se la mamma non mi avesse coperto col suo corpo, rimasi solo ferito a una spalla. Mamma e Teresa morirono così. C'era anche una bambina di sei-sette anni, Paola Rossi, che aveva la faccia piena di sangue e si lamentava, ma alla fine, come me, ne è uscita viva. Ai feriti davano il colpo di grazia. A un certo punto una mano mi afferrò per il ciuffo e sollevò la mia faccia, che lasciò ricadere, credendomi morto. Anche la maestra Benni era ancora viva e ci bisbigliava: "Zitti bambini, zitti che tornano e ci ammazzano". I soldati rovistavano tra i cadaveri arraffando tutto quanto c'era da arraffare, anelli, catenine, spille, borse. Io facevo il morto e li vedevo, gli sciacalli». «Pietà per i morti di Cerpiano di Monzuno», c'è scritto sulla lastra di marmo, appesa al rudere, coi nomi delle 56 vittime dell'oratorio. Il ricordo del massacro non potrà mai essere cancellato, ma quassù, adesso, si respira un'aria diversa, depurata dall'angoscia del passato: «Un'aria di vera pace», suggerisce uno dei monaci della Piccola famiglia dell'Annunziata, una comunità davvero minuscola, fondata da Giuseppe Dossetti, che vi mise piede intorno all'85 e vive in francescana povertà. Ora et labora, è la massima di sempre: così nessuno deve sorprendersi se, per sbarcare il lunario, i fraticelli hanno allestito un laboratorio per la produzione dei tacchi a spillo. Dossetti, che si fece monaco dopo essere stato capo partigiano a Reggio Emilia, membro della Costituente e leader della sinistra nella Dc di De Gasperi, volle essere sepolto sull'Appenino, alle pendici del Monte Sole: e dal dicembre del ' 96 - anno della morte - riposa nel cimitero di Casaglia. Per lui, le piccole comunità tra i due fiumi - il Reno e il Setta - erano «comunità di fede», legate insieme dal filo di ferro dei valori tradizionali (casa e chiesa), mentre per lo storico Luciano Gherardi le parrocchie sulle due sponde sono «l'equivalente delle comunità ebraiche dell' Europa orientale»: e questo spiega il particolare accanimento dei nazisti che agivano in nome di un' altra «fede». Con Ubaldo Marchioni vennero trucidati altri quattro sacerdoti e la stessa fine toccò a una religiosa, Suor Maria Fiori, più nota come Suor Ciclamino per la sua indole gentile. Qualche giorno dopo il massacro, le SS tornarono nel cimitero di Casaglia vestiti da prete e «impiccarono al cancello Cristo e la Madonna»; altrove, abbatterono a raffiche di mitra le statue di legno dei santi. Con tutto ciò, la maestrina delle Orsoline, Antonietta Benni, sopravvissuta all' eccidio dell'oratorio, fu una delle quattro-persone-quattro che accordarono il perdono al maggiore Reder, quando lo chiese. È l'aprile del '67 quando, dalla sua cella nella fortezza borbonica di Gaeta, il maggiore Walter Reder - condannato all'ergastolo nel '51 dal tribunale di Bologna - scrive una lettera al sindaco di Marzabotto supplicandolo di intercedere presso la popolazione affinché «mi conceda il perdono per il sangue sparso e per i danni recati alla Città-Martire». Ma non è, il suo, l'appello di un pentito macerato dai rimorsi: ci mette di mezzo la madre, sua madre, «che ha già perso tre figli... e affranta dal dolore tende le mani verso Marzabotto» perché le restituisca «l'unico figlio che le è rimasto». Non sorprende che, turbati da tanta filiale delicatezza, i parenti delle 1.836 vittime delle SS abbiano ignorato la supplica, lasciandolo invecchiare in carcere. Rimesso in libertà nel gennaio del 1985, Reder il Monco tornò in patria, dove le associazioni combattentistiche germaniche lo consideravano la «vittima innocente di una sudicia congiura di comunisti italiani». Sollevato da questo verdetto assolutorio, l'ex comandante della 16a Divisione di panzergranatieri si spense a Vienna il 26 aprile '91. Certo, lassù, erano in molti ad aspettarlo: specie nello sterminato asilo infantile che il buon Dio aveva sistemato sui batuffoli più soffici delle nuvole e di cui, dopo Erode, Reder era stato il più solerte fornitore. In testa al Comitato d'accoglienza avrebbero messo Anna Pardini, che aveva solo 20 giorni quando, da Sant'Anna di Stazzema, fu sparata direttamente in paradiso. Finita la guerra, Marzabotto e gli altri paesi arroccati tra il Reno e il torrente Setta avevano più morti da piangere che tutti gli altri: ma nel clima arroventato dalle contese politiche cominciarono subito (e durarono a lungo) le polemiche sulla responsabilità e le dimensioni delle stragi. I partiti del centrodestra mettevano in discussione il ruolo di «Stella Rossa» e di altri gruppi partigiani, accusati di aver provocato la dura reazione dei nazifascisti, che altrimenti sarebbero stati buoni buoni con la popolazione locale, impegnati com'erano ad affrontare gli Alleati sulla Linea Gotica. C'era poi, tra la gente, un clima molto teso di disagio e sospetto per quei sette giorni di mattanza di fine settembre del '44, anche perché ogni documento ufficiale stava chiuso, anzi sigillato, negli archivi di Stato. Infatti, la storia di Marzabotto e di tante altre stragi naziste che insanguinarono l'Italia dal '43 al '45 era nascosta tra le pagine di 695 fascicoli, pigiati e custoditi in quello che sarebbe stato definito «L'Armadio della Vergogna». L'armadio - racconta Franco Giustolisi nel suo libro che conserva il «respiro» di un giallo nonostante la meticolosa documentazione storica - è stato rinchiuso per cinquant'anni in un palazzo cinquecentesco di Roma, sede della Procura generale militare, «rifilato in un vano recondito, protetto da un cancello con tanto di lucchetto». In 415 dei 695 fascicoli c'erano nomi e cognomi dei responsabili dell'eccidio a cominciare da Kappler e da Priebke. E pare sia stata svelata anche l'identità dell'infanticida di Sant'Anna di Stazzema. Quella che avrebbe dovuto essere un' «archiviazione provvisoria» è durata così mezzo secolo. L'occultamento dei fascicoli fu deciso dai vertici dello Stato per assecondare lo sviluppo dei nuovi equilibri internazionali ed europei nei giorni della «Guerra fredda» ed era parso opportuno ai nostri ministri d'allora lasciar riposare nella polvere di un armadio i lugubri fantasmi del passato, soprattutto quelli della Germania nazista e dell' Italia fascista. Ma le vecchie carte stavano per esplodere, avevano bisogno d'aria e qualche anno dopo il crollo del Muro di Berlino è saltato il lucchetto. Non so quanto conforto possa dare, ora, il recupero dei fascicoli: apprendere che anche a Marzabotto alcune SS parlavano un italiano perfetto: semplicemente perché «erano italiani». Le vecchie carte informano inoltre che dei tre assassini di Marzabotto individuati fino al 2003, «solo due sono ancora vivi: Albert Piepenschneider, 78 anni, di Braunschweig, sergente, e Franz Stockinger, 80 anni, di Mauth-Heinrichsbrunn». Sappiamo anche che quella di Marzabotto «fu una carneficina pianificata», come è stato confermato da due disertori SS, fatti prigionieri dagli Alleati, e che il feldmaresciallo Albert Kesserling si complimentò col comandante del reparto Panzer SS16, Walter Reder, per quell'«operazione» d'alta strategia. Insomma, tutti contenti. I giorni DEL MASSACRO LA RAPPRESAGLIA L'eccidio di Marzabotto fu commesso dalle SS, sotto il comando del maggiore Walter Reder, già responsabile delle stragi di Sant'Anna di Stazzema, Valla, Fivizzano. Fu giustificato come «legittima» rappresaglia alle azioni compiute dai partigiani I CIVILI Quello di Marzabotto è stato il più grande massacro compiuto dai nazisti in Italia. Nel paesino sull'Appennino bolognese, tra il 28 e il 30 settembre 1944 i soldati tedeschi uccisero 770 civili. La strage colpì anche altri paesi vicini I PAESI In tutto le vittime furono 1.836: oltre al territorio di Marzabotto, le SS infierirono anche a Grizzana e Vado di Monzuno. Tra i morti, anche 250 tra ragazzi e bambini: quindici di loro avevano meno di un anno, la più giovane era nata da 20 giorni I RESPONSABILI Il maggiore Walter Reder fu catturato dagli americani in Baviera. Nel 1951 venne condannato all' ergastolo dal tribunale militare di Bologna e incarcerato a Gaeta. Nel 1985 ottenne la grazia. Morì a Vienna nel 1991, a 76 anni
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Nato
il 5 novembre 1914 a Castelfranco Emilia da Augusto e Ghermandi Anna,
ordinato sacerdote nella chiesa di S. Martino di città il 16 luglio 1938
da S. Em.za il Cardinale Nasalli Rocca, cappellano a S. Martino di Caprara,
poi parroco a Gugliara dal maggio 1944. Ucciso a S. Martino di Caprara il
9 ottobre 1944. Il
buon vecchio a stento riesce a frenare il tremito che dall'ottobre 1944 ha
invaso le sue membra ed è andato aumentando con il crescere della sua
ansia dolorosa. Ci guarda coi suoi occhi un po’ appannati, ma ancor
vividi di luce intelligente. Una austerità misteriosa trapela dal suo
volto scarnito.
Nacque
a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna) il 23 febbraio 1915, da
Angelo e Maria Guecini. Trasferitosi con la famiglia nel 1925 a Porretta
Terme (Bologna), frequentò al collegio Albergati le tre classi del corso
di avviamento commerciale; era ritenuto «un somarino che tirava,
generosissimo ed entusiasta in ogni cosa. Non era un'aquila nello studio,
ma nell'azione e nel sacrificio pochi riuscivano a tenere il suo passo»
(don Enrico Marini). Dopo
essere stato di aiuto al parroco don Goffredo Minelli, decise di farsi
prete. Entrò nel seminario di Borgo Capanne nell'ottobre 1931. Seguì poi
il corso degli studi a Bologna nel seminario arcivescovile di Villa
Revedin e nel seminario regionale, partecipando con intensità
all'esperienza formativa offertagli. Subito dopo l'ordinazione a
diacono, nel 1941, venne inviato a Sperticano di Marzabotto in aiuto
dell'anziano arciprete don Giovanni Roda. Per un anno, sino
all'ordinazione sacerdotale, fece la spola, in quegli anni inconsueta,
tra il seminario e la parrocchia. Ordinato sacerdote il 28 giugno 1942,
venne immediatamente nominato vicario coaudiatore a Sperticano. Morto
don Roda, il 20 luglio 1942 venne nominato economo spirituale, e il 21
agosto arciprete di Sperticano. Numerose testimonianze concordano nel
sottolineare che il giovane arciprete trasformò la canonica in un «cantiere
della carità», caratterizzato dalle più diverse iniziative pastorali e
sociali, ma soprattutto dalla costante attenzione del sacerdote per i
suoi parrocchiani, tutti. Affrontò
il periodo dell'occupazione tedesca e del trasferimento del conflitto
sul suolo italiano, cogliendo con immediata consapevolezza la funzione
che avrebbe dovuto svolgere come sacerdote cattolico. Grazie
ad una «resistenza incredibile», «correva dappertutto», «per cercare
di liberare la gente dalle difficoltà, di risolvere i loro problemi.
Non aveva paura. Era un uomo di gran fede e sempre coerente». Nei giorni
dell'eccidio di Monte Sole, nei quali si perse il significato della
vita e della morte, la testimonianza di amore di don Fornasini non ebbe
sosta. La
sua morte è «ancora immersa nel mistero»: non se ne conosce la
ragione specifica, l'autore, la modalità. In quei giorni, subito dopo,
poi sempre, sino ad oggi, don Fornasini è considerato l'angelo
di Marzabotto. «Prima della sua eroica morte avvenuta per un motivo
direi soprannaturale, aveva già un corredo di virtù, di opere sante, di
azioni generose che possono testimoniare della sua santità. Altri sono
stati in qualche modo coinvolti dalle circostanze. Lui, no... Io sapevo
quello che la gente diceva di lui; e posso dire che è la figura più
bella, più caratteristica: quell'uomo merita la canonizzazione» (padre
Lino Cattoi). Ritenuto «commovente esempio di carità e di fortezza
eroiche» (mons. Danio Bolognini, 1946), alla sua memoria venne decretata
nel 1950 la medaglia d'oro. Il
19 agosto 1998 la Congregazione delle Cause dei Santi ha dato il nulla
osta per l'inchiesta diocesana sulla vita e le virtù del servo di Dio,
iniziata poi il 18 ottobre dello stesso anno.
Nato
il 19 maggio 1918 a Vimignano di Grizzana da Augusto e Smerigli
Antonietta; ordinato sacerdote il 28 giugno 1942 da S. Em.za il Card.
Nasalli Rocca, cappellano a Monzuno fino al 17 maggio 1944, quando fu
nominato parroco a Gugliara e subito trasferito a San Martino di Caprara
di cui prese possesso 1’8 settembre 1944. Trovò la morte nella chiesa
di Casaglia di Caprara il 29 settembre 1944. — Pietà, Signore — è il grido che erompe più angosciato da ogni petto quando più violente e più vicine si fanno le raffiche delle mitragliatrici, più sinistri i bagliori degli incendi, più basse e dense le cupe ondate di fumo che si alzano nel cielo sereno dalle case in fiamme. Sono stati svegliati all'alba dai ripetuti spari nelle boscaglie attorno e specie sulle cime del Monte di Caprara, su cui ha sede un Comando di Partigiani, e presto si è sparsa fra loro l'agghiacciante notizia portata da qualche montanaro in fuga: — I tedeschi danno la caccia ai Partigiani, e bruciano tutto! Scappate! — Da Sperticano, da Pioppe, da Gardelletta, da «La Quercia» infatti l'irruenza nemica si stringe e incalza. Gli uomini in parte hanno raggiunto i boschi più scoscesi verso il Setta, le donne e i bambini hanno sperato una salvezza nella sacra inviolabilità del tempio, e a gruppi o isolati, col cuore in gola, si sono raccolti nel piazzale e nell'interno della chiesa. Non c'è l'Economo che è il Parroco di S. Martino di Caprara, don Ubaldo Marchioni, il giovane zelante sacerdote che ha incarico di provvedere anche a questa parrocchia che sovrasta la sua Caprara. Egli, oltre a celebrare la Messa nei giorni festivi a Casaglia, si inerpica, appena può, anche alla chiesina di Cerpiano, anch'essa affidata alle sue cure. Ma quei buoni montanari sanno per esperienza lo zelo di d. Ubaldo ed hanno aspettato fiduciosi, come le pecorelle cadute in una sterpaia inestricabile chiamano e aspettano il pastore che le liberi. E d. Ubaldo è venuto. È venuto nonostante le pressioni dei suoi congiunti che lo scongiuravano di restare in casa in quella mattina che già si presentava con sì tristi presagi, mentre attorno cominciavano a levarsi al cielo le prime colonne di fumo dai cascinali in fiamme. Don Ubaldo ha sentito più forte l'appello di una voce superiore. Ha ricordato che quando prese possesso della sua parrocchia di S.Martino, parlando ai suoi fedeli, aveva loro detto: — Ben volentieri e di gran cuore io mi sacrificherò per le anime vostre! — Ed ora è giunto il momento di mantenere quella promessa. Anche lassù vi è una parte del suo gregge esposto al pericolo, anche lassù vi è il Ss.mo Sacramento che può essere profanato, e bisogna provvedere: consumare le Sacre Specie, fare Comunioni anche lassù e a Cerpiano, se è possibile!, come poco prima ha fatto nella sua chiesa di Caprara con i molti popolani che si sono riversati nel tempio, in canonica e nei locali adiacenti. — Bisogna che vada! — ha deciso don Ubaldo. — Pregate. Sarà quel che Dio vuole! — E anche il padre non ha saputo più trattenerlo. Sua intenzione era di giungere prima fino a Cerpiano, la località più isolata e più scomoda, provvedere alla sicurezza di quella chiesina e degli abitanti, poi ritornare a Casaglia e infine ritirarsi ancora presso i suoi a S. Martino. Ma passando da Casaglia si è visto circondale da quel numeroso gruppo già da tempo in attesa fiduciosa. Gli si sono stretti attorno: — D. Ubaldo, resti con noi! Non ci abbandoni, d. Ubaldo! — Si sono levate mani tremanti a supplicarlo; tanti occhi, nuotanti nelle lacrime e dilatati dal terrore, lo hanno fissato con ostinata fiducia; le mamme gli hanno presentato i loro piccoli stretti alle loro sottane: — Pei nostri bambini, d. Ubaldo — E d. Ubaldo è restato rinunciando a recarsi a Cerpiano ove forse l'avrebbe atteso in agguato un diverso martirio. È entrato in chiesa e si è preparato per la Messa: tutti si sono riversati attorno all'altare e si sono prostrati a terra. È il giorno di San Michele Arcangelo. — Fortis in bello! — pensa d. Ubaldo e invoca fortezza per i suoi che si dibattono inermi in una delle aberrazioni più mostruose della guerra. Al momento della Comunione molti si appressano al Banchetto degli Angeli battendosi il petto. Le Sacre Specie sono consumate. La Messa è celebrata; d. Ubaldo depone i paramenti, passa tra la folla che non lascia la chiesa e dice ancora una parola di conforto mostrando l'intenzione di dare una scappata a Cerpiano. Ma la popolazione è troppo agitata: sente, ed è ben triste presentimento!, che il pericolo si fa più vicino. Già giungono dalle alture i comandi gutturali dei rastrellatori a caccia dei partigiani e dei civili; e tutti si stringono intorno a lui. È una barriera di corpi e di anime che non si può superare e d. Ubaldo ancora si commuove: — Recitiamo il Rosario, allora. — Tutti hanno un sospiro di sollievo e, mentre ancora si inginocchiano, sentono alleviarsi il panico che li opprimeva. D. Ubaldo estrae la corona, si inginocchia sui gradini dell'altare e intona il rosario. I fedeli fanno coro. L'irruzione in chiesa di un gruppetto di tedeschi col mitra puntato interrompe la preghiera. D. Ubaldo si alza in piedi, le donne e i bambini ammutoliscono. I tedeschi avanzano verso il prete: lo riconoscono: — Il grande partigiano! — Così l'avevano chiamato da tempo, sapendo del suo aiuto disinteressato a tutti coloro che bussavano alla sua porta; anche e specialmente ai partigiani, poichè i partigiani erano i più bisognosi. Quando fin dal gennaio 1944 le montagne che sovrastano la sua chiesa si popolarono di partigiani, di renitenti alla leva o di ribelli alla repubblichetta di Salò egli fu in mezzo a loro come un missionario di Cristo, perchè, oltre al pane per rifocillare i loro corpi, sapeva dire la parola buona che consola lo spirito, sapeva diffondere gli elementi dottrinali della Democrazia Cristiana per illuminare le loro menti e confortarli ad ideali più puri. È per questo che «La Punta», il periodico clandestino della Democrazia Cristiana, riporterà poi nel numero di febbraio 1945, una sua breve biografia, esaltandone l'opera a favore dei patrioti unendola all'opera degli altri sacerdoti: «L'olocausto di d. Marchioni si aggiunge ai troppi ormai offerti dai sacerdoti delle nostre terre. È il tributo meraviglioso dei sacerdoti italiani alla causa della carità e della libertà». Ed ora il «gran partigiano» è in loro mano! È giunto il momento della vendetta. D. Ubaldo si fa avanti, sfidando il mitra spianato e, rivolto al comandante spiega, supplica: — Non sono partigiani questi! Lo vedete! sono donne, bambini, gente che abita sul posto da anni. Sono tutti innocenti! — La parola è convincente, riboccante di sincerità e di carità: è parola di padre che trepida per la sorte dei figli. Un ordine suona: — Tutti fuori! — Escono terrorizzati e sono incolonnati, in numero di 84, verso il cimitero di Casaglia. C'è in chiesa una povera donna, Nanni Vittoria, semi-paralizzata alle gambe, che non può muoversi e che si aggrappa convulsa allo schienale della sedia nel tentativo di ubbidire. I tedeschi le impongono di lasciare l'appoggio e, visto che non le è possibile reggersi da sola, la fucilano sul posto fra l'orrore dei fedeli che stanno uscendo e che hanno il triste presagio della loro fine. Mentre d. Ubaldo è piantonato all'altare, vengono frugati tutti i locali adiacenti. Nel campanile sono trovati nascosti, in un ultimo tentativo di sfuggire alle loro ricerche, una donna: Enrica Ansaloni, cognata del defunto arciprete, e Giovanni Betti di Gardelletta. Una scarica di mitraglia li abbatte sul posto. Mentre la colonna penante della porzione migliore del suo gregge ondeggia verso il luogo del suo martirio, d. Ubaldo, rimasto solo nella chiesetta fra quelle belve, privato anche della consolazione di assistere fino all'ultimo i suoi fedeli in pericolo, china il capo alla volontà di Dio e si prepara all'ultimo olocausto. Non abbiamo particolari sulla sua morte. Un fucile gli è spianato contro, e il degno sacerdote stramazza sulla predella dell'altare maggiore sul quale, pochi istanti prima, si ergeva con la bianca Ostia fra le mani quale intermediario fra Dio e l'umanità. Un'ora dopo la chiesa è in preda alle fiamme. Due giovani nel pomeriggio dello stesso giorno entrano in chiesa, incuranti delle fiamme che ancora si sprigionano attorno, e vedono il giovane sacerdote disteso sulla predella dell'altare, mentre le fiamme lo circondano, quasi timorose di lambire quel corpo che, come vittima propiziatoria, giace immolata ai piedi dell'altare. Leggono accanto un grande cartello: «Ribelli questa è la vostra sorte». E forse fu sorte beata quella di d. Ubaldo che non vide lo strazio del gregge, che non seppe le esosità usate verso la sua famiglia. Non videro gli occhi suoi di buon pastore il cimitero, il luogo consacrato al riposo dei giusti, imporporato dal sangue di tanti innocenti, ben settanta fra donne e bambini! Non vide egli il muro di cinta e la cappella mortuaria scrostati dalla falcidia dei colpi di mitraglia di quei forsennati! Non vide cadere l'uno sull'altro madre e figli! Non udì l'ultimo urlo saturo di terrore; non rabbrividì allo scoppio di pianto sconsolato del piccolo Tonelli del «Possatore», rimasto illeso sui cadaveri della madre e di cinque fratelli: «Io voglio morire con loro!» Gli è risparmiato lo strazio della mostruosa profanazione della chiesa di Cerpiano che, in quello stesso giorno di S. Michele Arcangelo, si trasforma in un raccapricciante carnaio dove 43 vittime innocenti sono squarciate e dilaniate a colpi di bombe a mano! E non sente il cuore spezzarsi alle parole della piccola Rossi Paola di sei anni che, rizzandosi fortunosamente incolume, fra la strage dei suoi, singhiozza guardandosi sgomenta intorno: «Tutti morti! la mia mamma! la mia zia! la mia nonna Giovanna! il mio fratellino!... Tutti morti!» Gli è risparmiata l'ansia angosciosa per la famiglia. Difatti mentre il padre, la madre e una sorella di 14 anni stanno in penosa apprensione, verso il mezzogiorno dello stesso 29 settembre, giungono alla canonica di S. Martino quattro tedeschi che perquisiscono la casa. Stanno per partire. Uno di loro tranquillizza il padre: — Qui nulla fare... Non avere trovato armi. — E chiedono da bere. Mentre viene loro offerto del vino, un soldato nota sul caminetto della cucina un po’ di polvere nera, residuo di sassi scalfiti e di legna spaccata. — Questo essere esplosivo! — gridano i barbari, a caccia di un pretesto qualsiasi per abusare del loro potere. Il padre si affanna a spiegare, nel miglior modo, che sono in errore, ma quelli non vogliono sentile ragioni. — Bruciare! bruciare! — E partono infuriati appiccando il fuoco a due fienili adiacenti alla chiesa. Fu allora solo rimandata la strage della famiglia. Purtroppo più tardi anche la madre e la figlia Maria troveranno la morte e il padre di d. Marchioni resterà solo, peregrinante col cuore spaccato dal dolore. Quando ritornerà per rintracciare i suoi cari non potrà che dar sepoltura a resti talmente carbonizzati e sì bestialmente sparsi, da riuscire appena a identificarli. Il primo ottobre infatti i tedeschi avevano fatto uscire dalla chiesa di San Martino, ove avevano trovato scampo, una quarantina di persone fra uomini donne e bambini, «dando una fucilata a ciascun uscente». Di quei corpi ancora agonizzanti ne avevano fatto un cumulo e, aspersili di benzina, avevano appiccato loro il fuoco. Un falò tragico si era alzato nella notte in uno spettacolo sinistro. Chi ha seppellito, dopo alcuni giorni, il buon d. Ubaldo nella grande fossa che accoglie le 84 vittime di Casaglia di Caprara, ha assicurato di averlo trovato in chiesa tutto carbonizzato e senza un piede. Particolare curioso questo piede che non si è potuto, ritrovare! Quel piede che tante miglia ha percorse, tanto spesso ha pigiato sul, pedale, tante volte ha arrancato veloce sui dirupi, pei sentieri boscosi, in perpetua ricerca delle sue pecorelle! «O quam speciosi pedes evangelizantium pacem. evangelizantium bona» torna spontaneo alle labbra. Gli angeli forse l'hanno riposto, come reliquia preziosa degna di somma venerazione, a simbolo della gloria riservata alle fatiche e, ancor più, al sangue degli apostoli di Cristo. Così era immolata la prima vittima sacerdotale nei massacri di Marzabotto. (brano tratto dal sito "http://www.mascellaro.info/abes/_i/space.gif")
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ELENCO DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO DI MONTE SOLE (MARZABOTTO) SETTEMBRE-OTTOBRE 1944(*)
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