PAX CHRISTI

PUNTO PACE BOLOGNA

 

 

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EPIGRAFE PER I CADUTI DI MARZABOTTO

 Questa e' memoria di sangue
di fuoco, di martirio,
del piu' vile sterminio di popolo
voluto dai nazisti di von Kesserling
e dai loro soldati di ventura
dell'ultima servitu' di Salo'
per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell'altipiano
fucilati e arsi
da oscura cronaca contadina e operaia
entrano nella storia del mondo
col nome di Marzabotto.
Terribile e giusta la loro gloria:
indica ai potenti le leggi del diritto
il civile consenso
per governare anche il cuore dell'uomo,
non chiede compianto o ira
onore invece di libere armi
davanti alle montagne e alle selve
dove il Lupo e la sua brigata
piegarono piu' volte
i nemici della liberta'.

La loro morte copre uno spazio immenso,
in esso uomini d'ogni terra
non dimenticano Marzabotto
il suo feroce evo
di barbarie contemporanea.
                                                 (Salvatore Quasimodo)



Sugli Appennini sopra a Bologna tra il settembre e l'ottobre 1944 ci fu lo sterminio di un intera  popolazione, che viveva nei monti denominati zona di Monte Sole. La strage é più comunemente conosciuta come "strage di Marzabotto".

Quest'anno (2004), ricorre il 60° anniversario di quei tragici eventi.

La zona di Monte Sole si trova tra due fiumi: il Reno e il Setta. Il 29 settembre le truppe delle SS accerchiarono tutta la zona utilizzando i due fiumi come naturali fossati di confine e accompagnati da guide fasciste della zona incominciarono a risalire i monti.

In quel periodo “L’arcipelago di Monte Sole” era abitato dalla gente dei luoghi e dagli sfollati che vi erano rifugiati perché immaginavano di essere più sicuri che nelle proprie abitazioni di valle considerandole più pericolose all’imminente e sperato attacco degli alleati che già avevano sfondato la prima linea della linea Gotica.

In vari luoghi la popolazione pensò che le truppe nazifasciste stessero arrivando per gli uomini: considerati in tutti i modi possibili partigiani (lungo tutta la linea gotica, vi erano sparse varie brigate partigiane, in quella zona si era costituita da persone del luogo, da carabinieri e militari che avevano rifiutato la repubblica di Salò, da militari alleati sfuggiti alla prigionia tedesca, la brigata “Stella Rossa”) e utile manodopera di rastrellamento. Per questo gli uomini si nascosero nei boschi, mentre le donne, i bimbi e gli anziani rimasero nei villaggi.

Le truppe nazifasciste in ogni zona abitata uccidevano tutta la gente e bruciavano le case.

Alcune persone vedendo i primi focolai pensarono di rifugiarsi nelle chiese, ma non vi era alcuna pietà…  Alcuni uomini nascosti videro morire tutti i propri cari: moglie, figli, padre, madre, nonni, zii, amici, preti, conoscenti… 

Dopo una decina di giorni di saccheggio, di uccisioni, di distruzioni di case e chiese, le truppe sterminarono l’intera popolazione civile di 38 diverse localitá: oltre 770 persone tra cui  315 donne, 189 bambini fino ai 12 anni, 30 giovani dai 12 ai 18 anni, cinque sacerdoti e una suora.

“La larga striscia di territorio fra Grizzana e Monte Sole divenne "terra di nessuno": furono scavate trincee e buche per le postazioni di artiglieria e la zona venne abbondantemente minata e fatta oggetto di cannoneggiamenti e bombardamenti. I pochi sopravvissuti al massacro furono costretti a lasciare la montagna, e lo stesso fecero i partigiani.

L'abbandono del territorio tra Setta e Reno fu inesorabile. Sotto le bombe crollarono quasi tutti gli edifici e l'estensione dei campi minati rese insidiosa, anche dopo il termine della guerra, gran parte della zona. Forse anche per non convivere con i dolorosi ricordi di un massacro le cui reali dimensioni furono chiare solo alla fine della guerra, pochi hanno ricostruito le abitazioni perdute sulle montagne, nel frattempo riconquistate dalla natura.”
(Gli ultimi due paragrafi sono estrapolati dalla storia descritta dal sito della Regione E-R del parco storico di Monte Sole http://www.regione.emilia-romagna.it/parchi/montesole/ )

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Testimonianze dell’eccidio (tratte da "Le querce di Monte Sole" di mons. Luciano Gherardi)  

"La guerra e i suoi effetti collaterali"
Chi vide Monte Sole in quel tragico giorno di San Michele, lo paragona alla navata maggiore di una cattedrale nel rito lucernare della notte di Pasqua.
Tutta l'operazione, elaborata dal maggiore Loos, si svolse con teutonica pignoleria sotto il comando del gen. Simon mediante una classica manovra, in cui i vari reparti (c'erano persino dei russi di razza mongola) muovendo da Vergato, Pioppe-Sibano, Marzabotto, Vado, Rioveggio, investirono la zona «X» in una morsa di ferro. Cunei di SS penetrarono all'interno di questo sconosciuto lembo dell'Appennino, e colpirono spietata­mente .... Successivamente, alcuni ufficiali diranno di avere eseguito gli ordini con grande ripugnanza. A Cerpiano e a Casaglia, come alla Creda, dovettero verificarsi episodi di obiezione di coscienza da parte di soldati che reagirono agli orrori della carneficina. Attuando il piano di Kesselrìng di ripulire la zona a tergo della linea gotica dai partigiani della Stella rossa, le SS portarono a compimento l'escalation più volte minacciata nei proclami degli ultimi mesi: prima la rappresaglia - dieci ostaggi contro uno; poi la criminalizzazione di tutta la popolazione come complice dei ribelli; quindi la strage.

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San Giovanni di Sotto - la strage degli innocenti.  

A San Giovanni di Sotto non vi fu nessuna lotta, nessuna resistenza. Gli uomini si erano nascosti nei boschi; rimase allo scoperto chi riteneva di essere protetto dalla propria debolezza. E’ quanto deposero al processo-Reder Giuseppe Lorenzini e Gerardo Fiori. Si legge nell'estratto del dibattimento: “Lorenzini Giuseppe aveva lasciato al Casoncello la sua famiglia. La ritrovò bruciata a San Giovanni di Sotto. Gli uccisero un bimbo di 5 anni (Agostino) e uno di 4 (Pietro)... Rileva il Collegio che in questi bimbi il più sospettoso nemico non poteva intuire il minimo pericolo”…..
“Entrarono in San Giovanni dispiegandosi a tenaglia, sloggiando dalle case e dalle stalle gli occupanti e ammassandoli sullo sfondo della concimaia insieme agli altri che erano stati strappati dal rifugio. Li misero in fila con un macabro rituale: davanti i bimbi, dietro i giovani e gli anziani. Le mitragliatrici falciarono 50 vite umane. Fra le vittime, Maria Fiori con il collarino bianco e la tipica cuffietta delle Maestre Pie rendeva l'immagine di un angelo confortatore che, fino all'ultimo, aveva sostenuto quella folla inerme”.  
Antonietta Benni, nel suo memoriale, dà un particolare che fa capire l'immensità della tragedia riflessa nel volto di una bambina:
“A San Giovanni di Sotto - dice - vi furono ben 50 vittime; fra esse la numerosa famiglia Fiori con suor Maria che in quell'epoca era con i suoi cari. La nipotina Anna Maria di otto anni era rimasta viva. Per tre giorni è stata aggrappata al collo della mamma chiamandola, baciandola e piangendo...Il babbo, unico superstite, l'ha trovata così, morta di fame e di sfinimento".

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Le 33 ore di Cerpiano

A Cerpiano, quel tragico venerdì 29 settembre, Don Marchioni era atteso per celebrare la Santa Messa nell'Oratorio dedicato all'Angelo Custode.
Ma la paura più folle aveva invaso tutti, poiché i tedeschi stavano per arrivare. Qualcuno aveva suggerito di nascondersi nel rifugio del bosco, anzi il grosso della gente vi era già; ma ecco che si dice essere imprudente lasciare una casa così grande abbandonata: “Ci verranno a cercare, ci crederanno tutti partigiani nascosti e ci uccideranno”.
Qualcuno resta, ma una cinquantina ritorna indietro seguendo il consiglio di chi ha più autorità e rifugiandosi nella cantina del “Palazzo” dove abitualmente ci si riparava per le cannonate frequenti.
Arrivano i tedeschi.
Fanno salire queste 49 persone dalla cantina alla cappella attigua al “Palazzo”: sono 20 bambini, due vecchi quasi invalidi e 27 donne fra le quali tre maestre. Chiudono accuratamente le porte e poi...comincia il getto fatale delle bombe a mano. Sono le nove del mattino e 30 vittime sono immolate. Chi può ridire ciò che è passato fra quelle mura nella lunga giornata, nell'ancor più lunga notte e nella penosa mattinata del giorno 30?
Feriti che si lamentavano invocando disperatamente aiuto; bimbi che piangevano, mamme che tentavano di  proteggere le creature superstiti.
Una donna, Amelia Tossani, voleva fuggire ad ogni costo; aperta la porticina laterale è stata da un tedesco di guardia freddata sulla soglia, sicché il suo corpo è rimasto metà dentro e metà fuori e la notte i maiali randagi ne hanno rosicchiato il capo fra l'orrore di chi, impotente, assisteva a tale spettacolo.
Il povero vecchio Pietro Oleandri ha sentito una sua mucca muggire: non ne può più di stare in mezzo ai morti fra i quali c'è la sposa del unico figlio prigioniero in Germania e due dei nipotini amatissimi. Prende per mano il terzo nipote superstite di cinque anni e sta per uscire: una raffica...un uomo e un bimbo sono nell'eternità!
Una signora di Bologna, Nina Frabboni Fabris, da poco tempo sfollata lassù, è rimasta ferita gravemente e si lamenta per ore ed ore con alte grida. Un tedesco di guardia, senza cuore, seccato di questo urlare, entra e con un colpo di fucile uccide la disgraziata fra il terrore dei superstiti...
Chi gettò le bombe dalla finestra dell’oratorio, colpì nel “mucchio” considerando le vittime una massa anonima. In realtà sono loro, le truci SS, ad apparire una turba senza volto. 

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Casaglia - il racconto dei superstiti.

Nel coro a più voci si inserisce Antonietta Benni col noto promemoria ribadito al processo-Reder:
“Don Ubaldo Marchioni, quella mattina di San Michele, stava per venire a celebrare la santa Messa a Cerpiano, dopo aver fatto una devota e commovente funzione a San Martino esortando tutti a fare la preparazione della morte.
Passando dalla chiesa di Casaglia, dove si era proposto di consumare le sacre specie e trovandovi un centinaio di persone in preda al più comprensibile panico, si ferma tra i suoi figli recitando con loro il santo Rosario.
Ecco i temuti tedeschi: entrano in chiesa intimando a tutti di uscire per avviarli in corteo al cimitero.
C'è una povera donna paralizzata alle gambe, Vittoria Nanni, che tenta di muoversi seduta o aggrappata alla sua sedia; i tedeschi vogliono costringerla a lasciare l'appoggio e constatato che non le è possibile, la fucilano in chiesa in presenza di tutti.
Nel campanile restano, forse in un tentativo di nascondersi, la buona Enrica Ansaloni e Giovanni Betti di Gardelletta; sono fucilati lì nel campanile. Il marito dell'Enrica, Giuseppe Ansaloni, fratello del defunto arciprete, era con alcuni uomini sul Monte Sole dove anche i partigiani si erano ritirati. Di lassù assistette impotente all'eccidio del cimitero e impazzì quasi istantaneamente. Portato a Bologna morì pochi giorni dopo.
Elide Ruggeri racconta:
“Fummo avviati con le armi puntate ai fianchi verso il cimitero a duecento metri di distanza. Era recintato e la porta di ferro chiusa. La sfondarono coi calci dei fucili e ci fecero entrare tutti nel recinto e noi ci addossammo in mucchio contro la cappella.
Poi piazzarono una mitragliatrice all'ingresso e cominciarono a sparare, mirando in basso per colpire i bambini mentre dall'esterno cominciarono a lanciare su di noi decine di bombe a mano. Durò per tre quarti d'ora circa, e smisero solo quando fini l'ultimo lamento.
Ferita, restai tra i cadaveri... Con me uscirono vive altre quattro donne.
Anche il prete morì. Fu fucilato sull’altare della sua chiesa e dopo averlo ucciso i nazisti spararono sulle immagini sacre e incendiarono la chiesa e le case intorno con i lanciafiamme.
Tre giorni dopo, i tedeschi ordinarono ai civili di seppellire i cadaveri. Fecero una grande buca e li schiacciarono perché si erano irrigiditi”.                            
     

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I sacerdoti
    In aiuto ai vecchi parroci pieni di anni e di malanni l'arcivescovo Nasalli Rocca, che più volte aveva visitato Monte Sole, mandò due giovanissimi collaboratori: don Ferdinando Casagrande  e don Giovanni Fornasini.
    […] Il primo a mettere piede quassù fu don Casagrande, il 5 agosto 1938. Con lui si apre il capitolo dei pastori martiri di Monte Sole. Meteore della carità. Il loro sangue era nel conto della prima Messa.
    […] Sono sacerdoti secolari ordinati, come si dice, titulo paupertatis seu servitío dioecesis: volgarmente il «diritto della sporta». Appena freschi del crisma, e quindi senza lo spessore di esperienza di cui potevano disporre i colleghi anziani maturati nel periodo antecedente la dittatura fascista, si trovarono in mezzo a tensioni oltre ogni limite di sopportabilità.
    Erano andati sul campo di lavoro come bastoni della vecchiaia; ma ben presto, ancor prima del congedo dei vecchi parroci, diventarono loro i protagonisti.
    […] Don Ferdinando, don Giovanni e don Ubaldo, ultimo aggre­gato alla giovane schiera, seppero unire lo spirito di profezia a un'insolita concretezza. E fu il frutto della volontà e della grazia.
    Fra tutte le aree di questa topografia dell'Ecclesia patiens, Monte Sole rappresenta il punto culminante; e i nostri tre giovani preti si comportano in modo esemplare, come teleguidati dallo Spirito; ciascuno con un segno specifico e una sua luce. Don Giovanni fu l'angelo nel senso biblico, pronto per ogni emergenza, sempre e dovunque; don Ubaldo la sentinella di Dio sulla cima del monte; don Ferdinando un amico e un fratello per tutti.

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La morte di pastori e gregge, testimonianza di comunione.

Don Fernando — dice — usciva di quando in quando anche di giorno, specialmente nell’intervallo fra lo sgombero delle SS e l’arrivo della Wehrmacht. Andava a visitare i suoi parrocchiani rintanati qua e là. È venuto anche da me nel bosco. Ero ferito e mi ha portato della tela per fasciarmi. Me la sono cavata per miracolo, perché sotto le armi mi avevano fatto l’antitetanica...
Il racconto del Monari ci conforta e ci inquieta. Cos’è realmente avvenuto dal 29 settembre al 9 ottobre? Se un’esperienza umana e cristiana si giudica dai costi di fatica e di dolore, è solo in un registro mistico che si può valutare quella sequenza interminabile di ore, in cui Fernando, Giulia ed altri fra i pochi sopravvissuti vagarono come ombre.
Qualche indizio affiora dal silenzio: sprazzi di luce, gesti che illuminano la vita di una comunità sommersa. Una storia che non potrà essere mai scritta interamente.
Alla famiglia Casagrande nel suo rifugio naturale qualcuno portò dei viveri fin che fu possibile: Imelde Luccarini, Veglia Nadalini, Maria Vallisi..., almeno fino ai giorni della fame rodente a cui accenna l’agendina di Augusto. Inoltre i superstiti ebbero cura, fra rischi e stenti intuibili, di scavare le fosse comuni in cui raccolsero i loro morti. A questa impresa partecipò anche don Fernando. Pregò e collaborò con le donne e i vecchi che svolgevano il ruolo di fossori, in carenza dei giovani occultati nei boschi. Forse aspettava la notte — quando le SS si ritiravano nelle loro basi a fondo valle, stranamente addobbate come nights, a stordire nella droga la mala coscienza — per uscire dalla grotta e prendere contatto con la sua comunità dispersa. A suo modo fu quella la visita di Pasqua: un’ultima rassegna pastorale dei suoi parrocchiani. Visitò e benedisse dolenti figure di sepolti diurni…

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L’eccidio della Botte di Salvaro

L’eccidio della Botte fu consumato il 1° ottobre, a vespro…In due gruppi gli ostaggi erano stati condotti alla canapiera. Prima che venissero falciati a colpi di mitraglia, don Comini aveva intonato le litanie della Vergine. Il canto alla Regina del cielo sull’orlo dell’abisso si sente in lontananza...  
Solo una fantasia macabra poteva trasformare la cisterna della filanda in un poligono di tiro. Era, quella vasca quadrata, un‘immagine popolare, simbolo di una faticosa prosperità lungo la sponda del fiume. Lo stabilimento tessile, considerato come un fiore all’occhiello dalla popolazione del medio-Reno, entra nella topografia della strage con l’oratorio di Cerpiano, il cimitero di Casaglia, l’aia di San Martino, la concimaia di San Giovanni di Sotto, la rimessa della Creda...
Pio Borgia, scampato insieme ad Aldo Ansaloni — altri tre non fecero che trascinare per un piccolo tratto le loro membra straziate — riuscì ad arrivare alla canonica di Salvaro: “Con la faccia insanguinata — ricorda don Angelo Carboni junior — entrò in cucina, dove le donne e i bambini erano intorno al fuoco con il vecchio arciprete... Parzialmente coperto dal corpo di don Comini, era sfuggito alla scarica mortale; e, pur ferito, poté scorgere padre Martino che con uno sforzo immane si alzava dal fango della botte; e, premendosi con una mano il ventre orribilmente squarciato, con l’altra tracciava un segno di croce ampio e solen­ne sulle vittime della carneficina. Poi era ricaduto con le braccia aperte nella cisterna…”

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Il più grande frutto della Fede: il perdono delle vittime. (lettere di Antonietta Benni)

"Proprio in questi giorni sono stata turbata e assediata dai giornalisti in seguito alla supplica inviata ai Sindaco di Marzabotto dal maggiore Reder, uno dei responsabili dell'eccidio e condannato all'ergastolo dal Tribunale militare di Bologna. Implora dai superstiti e dai parenti delle vittime il perdono. La rievocazione di questi fatti tanto dolorosi mi ha turbato assai. Tuttavia come cristiana e come appartenente a un ordine religioso, ho detto che io perdono.
Ho fatto bene?, non lo so, Il mio parroco ha detto che ho fatto bene, ma certo che ho provocato nei parenti delle vittime che non si sentono di perdonare al massacratore, un po' di scalpore. Però quelli di Gardelletta, a me personalmente, non hanno detto niente. Si sono meravigliati che dopo tutto quello che ho sofferto abbia avuto il coraggio di perdonare
..."

Nello stesso contesto, in data 21 luglio, scrive alla nipote Maria:
"Sto bene, grazie a Dio, Il caldo torrido non mi dà fastidio. Mi hanno disturbato invece le numerose interviste. Ormai non ne potevo più; tanto che il 15 sono andata via dalla zona e anche a Marzabotto non sono andata... Il mio voto l'ho mandato per iscritto. Perdono cristiano sì, grazia no. Perdono cristiano si, perché ogni cristiano ha da Cristo l'esplicito ordine di perdonare, e se qualcuno non perdona diventa in fondo come Reder: cioè odia e l'odio porta a fare quello che ha fatto lui... La parola perdono non è piaciuta a molti e ha provocato molti commenti. Ad ogni modo io sono tranquilla e questo mi basta".

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Intervista a Francesco Pirini (testimone oculare della strage di Cerpiano)

Nel 1944 avevo 17 anni, abitavo alle Murazze, vicino alla ferrovia Direttissima,  posto pericolosissimo per via dei bombardamenti alleati. Purtroppo già il 18 aprile di quell’anno avevo perso mio padre durante uno di questi a Vado. Con il resto della mia famiglia decidemmo quindi di trasferirci a Cerpiano, dove con la scuola delle Orsoline della maestra Antonietta Benni e con l’oratorio, si poteva trovare un po’ di fermento, oltre che di sicurezza. Avevamo molte speranze, gli Inglesi erano già a Monzuno e a Lagaro, sull’altro versante.
La mattina del 29 settembre mi alzai presto perché stava piovendo e dovevo trovare erba da seccare per i conigli: aveva appena albeggiato, quando giù nella valle vidi bruciare le prime case. Un rastrellamento!
La voce si sparse subito e gli uomini che rischiavano la deportazione si affrettarono a rifugiarsi nel bosco. Con me, verso la cima di Monte Sole, si avviarono i partigiani che dormivano nel fienile, per lo più giovani della mia età senza esperienza militare e con tanta paura. Donne, anziani e bambini rimasero, era impensabile che avessero qualcosa da temere…era già successo che i Tedeschi buttassero giù le porte di Cerpiano in cerca di partigiani, per poi rimanere di sale nel vedere che lì non vi erano che bambini; il comandante stesso fu così turbato che si raccomandò di scrivere in italiano e in tedesco che quello era un asilo e niente più! Un segno che avevamo anche buoni rapporti con la Wermacht.
MA STAVOLTA ERA DIVERSO!
Salendo, i Tedeschi ci sparavano così vicino che mi spaventai e che decisi di ritornare indietro, nascondendomi nel fosso davanti al Palazzo per vedere ciò che accadeva. Così vidi le SS chiudere tutti nell’oratorio, vidi le bombe a mano lanciate attraverso le finestre, e sentii le grida e i lamenti innalzarsi subito e spegnersi molto lentamente, mentre nel Palazzo un tedesco suonava l’armonium. Paralizzato dalla paura, rimasi nel fosso, sotto la pioggia, fino a notte, poi scappai dal mio rifugio. Dalla prima casa che incontrai mi scacciarono dandomi un tozzo di pane: sapevano già che ero un testimone troppo pericoloso da ospitare. Così, intriso di pioggia, con quel pezzetto di pane e qualche castagna vagai nei boschi per 10 giorni, finché non incrociai una pattuglia di americani che mi inviò a Monzuno, dandomi una scatola “magica” con roba che non sapevo neanche esistesse: ma ricordo la cioccolata, soprattutto! Rimasi con loro per 7 mesi.
Grazie al lavoro di alcuni giornalisti tedeschi ho imparato pochi anni fa il nome dell’ufficiale che comandava la pattuglia che a Cerpiano ha sterminato la mia famiglia: Albert Meier. Era ottantenne e oramai paralitico, ferito sette volte in guerra, e, durante un’intervista, aveva detto che, se avesse ricevuto l’ordine, avrebbe ripetuto ciò che ha fatto. Dopo di ciò, si è presentato qui un giornalista dalla Germania che mi ha chiesto un parere su questa intervista: be’, io gli ho risposto che, se avessi incontrato Meier, l’avrei perdonato (con sua grande sorpresa, tanto che gliel’ho dovuto ripetere più d’una volta) e, anzi, che sua moglie l’avrei abbracciata, perché deve essere stato difficile vivere accanto ad un uomo simile. Nel frattempo, il Tribunale militare di La Spezia aveva avviato il procedimento per l’interrogatorio di Meier, ma lui è morto prima che potesse venite in Italia: mi è venuto da dire che adesso i conti li fa con qualcun altro di più importante! A queste considerazioni non sono arrivato facilmente, per niente: solamente per iniziare a parlare di questi fatti mi sono serviti vent’anni…e solo perché qualcuno ha insistito tantissimo sull’importanza che lo facessi. Non parlavo, ma scrivevo, segnavo su un foglietto tutti i nomi dei massacratori che emergevano dalle indagini: senza vendetta, ma dovevo ricordare e sapere.
Il ricordo personale è diventato una necessità già nell’immediato dopoguerra quando contemporaneamente si è fatto un pesante silenzio su alcuni fatti e una gran confusione su altri, poi nella nostra vita è entrata la politica e con essa le divisioni tra chi accusava i partigiani di essere la causa di tutto e chi manipolava l’ignoranza dell’accaduto a suo favore: le stesse testimonianze dei sopravvissuti cambiarono, a volte in funzione delle posizioni politiche assunte. Così, però si rischia, perché anche Meier magari era una persona normale e poi è stato manipolato dai nazisti.
E poi c’erano le difficoltà pratiche: chi è rimasto come me ha dovuto faticare non poco per difendere la propria dignità e i propri ricordi, aspettando prima la bonifica del territorio dalle migliaia di mine tedesche e rimboccandosi poi le maniche per la sua salvaguardia; solo nel 1975, con due sacerdoti polacchi, abbiamo avviato, come nostra personale iniziativa, la pulizia dei ruderi della chiesa di Casaglia. In questi frangenti mi sono dispiaciute in modo particolare l’assenza della Chiesa di Bologna da questi luoghi e la lontananza dai suoi abitanti, molti dei quali hanno perso la fede insieme alla famiglia. Io ci avrei tenuto molto, essendo praticante…ero il chierico di don Ubaldo quando veniva a celebrare a Casaglia.
Mi ricordo i sacerdoti, generosi, sempre pronti ad aiutare tutti: e anche ai partigiani non negavano mai loro un bicchiere di vino in canonica, anche se spesso gli ospiti non si comportavano in modo molto garbato.
Per Monte Sole avrei una idea: che si facesse un monumento che indichi le cifre dei morti nella zona, dei civili, sì, ma anche dei soldati, a ricordare che, soprattutto, erano figli, con una mamma e un papà che li aspettavano a casa.

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Dal "Corriere della Sera" del 30 settembre 2004

Con gli scampati nel cimitero della strage «Le SS ci spararono addosso per 7 ore»
Marzabotto, 60 anni fa l' eccidio nazista. Le vittime furono 1.836, tra loro 250 bambini «Mi afferrarono i capelli per vedere se ero vivo. Finsi di essere morto e mi salvai». Tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 la 16a divisione dei panzergranatieri delle SS, comandata dal maggiore Walter Reder, massacra quasi duemila civili tra Marzabotto, Monzuno e Grizzana, comuni dell' Appennino bolognese. Il dato ufficiale è di 1.836 vittime, i corpi identificati sono 1.562 (di cui quasi 800 nella sola Marzabotto). Le celebrazioni ufficiali del sessantenario della strage si terranno il 3 ottobre
Reportage 1944-2004
Mo Ettore

I SOPRAVVISSUTI I soldati ci spinsero come un gregge di capre destinate al macello. Aprirono il fuoco. Altri lanciarono bombe a mano MARZABOTTO - È successo 60 anni fa, a fine settembre del ' 44: uno degli eccidi più atroci della seconda Guerra mondiale, che pure ne ha annoverati tanti, a cominciare dallo sterminio degli ebrei. Anche alla luce di quanto sta oggi avvenendo, con la sequela di stragi, sequestri, sgozzamenti e macellerie varie, scatenata dall' assalto alle Due torri, le barbarie commesse quell' autunno dai nazisti sull' Appennino emiliano mantengono il loro triste primato nella galleria degli orrori. Le celebrazioni ufficiali del sessantenario avranno luogo il 3 ottobre e nell' intenzione di Dante Cruicchi (ex sindaco di Marzabotto) e di tutti i membri del comitato organizzatore si concluderanno con «un messaggio di pace». Non sembrano più esserci zone d'ombra o angoli inesplorati della tragedia, essendo stata raccontata e «sviscerata» per oltre mezzo secolo, anche se gli anziani, che erano allora bambini, scuciono ancora dalla memoria qualche particolare. Pochissimi i superstiti - cioè, gli scampati alla morte - che sono via via scomparsi o vivono altrove. Comunque non più di una mezza dozzina. Passeggiando dentro questo paesaggio così verde e boscoso, e così pacifico, ne incontro tre: che, rassegnati/e, ripetono il racconto già fatto cento, mille volte. Anna Dainesi è ora una tranquilla signora di 68 anni, la incontro davanti al sacrario di Marzabotto, che custodisce le vittime della strage, tra cui 315 donne e 189 bambini. Racconta la strage del cimitero di Casaglia, dove gli uomini del maggiore Walter Reder - che comanda la 16ª Divisione dei panzergranatieri nella zona dell' Appennino bolognese ed è chiamato «il Monco» per un arto artificiale - ammassano la mattina del 29 settembre '44 centinaia di persone: «Io avevo 8 anni e mezzo - dice con la fretta di chi ripete a memoria una vecchia cantilena - e con la mamma mi ero rifugiata nel bosco ma in tempo per vedere la fila di gente che le SS spingevano a calci nel recinto del camposanto. Tra di loro c'era mio fratello Albertino, 15 anni, che non rividi più. Fu una mattanza. C'era anche il mio fratello più piccolo, Alfredo, 7 anni, che rimase ferito nella sparatoria e morì 40 giorni dopo. Se ho visto Reder? Altro che l' ho visto, il Monco. Veniva giù nello scantinato dove c'erano rifugiati e toccava le ragazze con quella sua mano di legno. Prendeva quelle più giovani e le portava al piano di sopra, dove insieme ai suoi uomini, le violentava. Ridiscendevano tra noi completamente nude, piene di lividi e ferite». Secondo gli storici, la gratuita feroce rappresaglia tedesca sulle popolazioni inermi dei villaggi dell'altopiano raggruppati attorno a Marzabotto, Monzuno, Grizzana viene intrapresa da Walter Reder in un momento di frustrazione per lo scarso (quasi nullo) successo delle operazioni militari fino ad allora tentate dalla 16a Divisione contro la formazione partigiana «Stella Rossa» che operava in zona sotto il comando del leggendario «Lupo», al secolo Mario Musolesi. I partigiani erano un grosso problema per le SS, perché tenevano sotto controllo le due principali ferrovie - la Porrettana e la Direttissima - attraverso cui l'Armata di Kesserling faceva arrivare sull'Appennino i rifornimenti (armi, materiale, viveri) alle proprie truppe attestate sulla Linea Gotica. La «Stella Rossa» - così ragionavano i tedeschi - poteva sopravvivere nei boschi e nelle forre soltanto grazie all'aiuto della popolazione locale, che sfamava e proteggeva i partigiani di Lupo nei loro spostamenti clandestini: quei contadini che giravano con la zappa in spalla e il tridente erano dunque dei «banditi» e dei «comunisti» e, come tali, andavano puniti. La fase più bestiale della repressione cominciò il 29 settembre ('44) e durò sette giorni. Vennero decimate famiglie intere. A San Giovanni e a San Martino (due frazioncine), il plotone d'esecuzione cancellò dalla faccia della terra in pochi minuti, Pietro e Anna Lorenzini e tutta la loro nidiata, dai 26 ai 3 anni, dieci in tutto: una «cellula» sovversiva di cui facevano parte partigiani e partigiane di tre, quindici, ventidue e ventisei anni. È rimasta l'agghiacciante testimonianza di un certo Giuseppe Lorenzini, scomparso da tempo, che raccontò all'inviato dell' «Europeo», Gian Franco Vené: «In realtà sono quattordici i miei parenti ammazzati. Dei miei figli ho ascoltato le urla. Gli altri li ho visti quando morivano. I nazisti battevano con il calcio del fucile per metterli in riga, davanti a casa mia. Sparavano con due mitragliatrici, poi con le rivoltelle, nel mucchio. Rovesciarono infine il mio carro di fascine sui cadaveri. Nascosero così tutti i morti sotto la legna, e bruciarono. Sotto la cenere, più tardi, trovammo ciò che restava dei nostri morti e li seppellimmo nell' aia. Non trovai la testa di mia nipote, cinque anni». Una delle tappe del nostro pellegrinaggio è il cimitero di Casaglia, che si raggiunge zigzagando lungo una strada che sale in alto tra boschi e prati verso la sommità del Monte Sole. Ci accompagna la signora Cornelia Paselli, che è venuta da Bologna - dove risiede - per raccontarci la sua storia. Settantotto anni, ma ben portati, i capelli biondi vaporosi senza tracce di neve, la camminata svelta. Questi luoghi li conosce molto bene e si è rassegnata a rivederli per offrirci in loco la sua personale testimonianza di quei giorni, quando di anni ne aveva diciotto. Ci fermiamo un attimo davanti ai ruderi della chiesa di Santa Maria Assunta (che è ora sotto il patrimonio dell'Unesco) perché «è qui - dice la signora Cornelia - che è cominciato tutto». «Quella mattina del 29 settembre - ricorda - ci siamo rifugiati nella chiesa, per paura dei tedeschi che pattugliavano la zona. Eravamo circa un centinaio. Sull'altare il parroco, don Ubaldo Marchioni, stava per celebrare la messa: ma ecco che di colpo piombano in chiesa le SS che intimano a noi tutti di uscire e di avviarci al cimitero. La prima vittima è una donna paralizzata su una sedia a rotelle che viene falciata in due. Poi i soldati fanno fuoco su don Ubaldo, che stramazza ai piedi dell'altare. Subito dopo comincia la nostra via crucis verso il cimitero, a poche centinaia di metri...». Ed eccolo qui, il camposanto di Casaglia, sessant'anni dopo. Un muro di cinta basso, poche zolle erbose, qualche cespuglio, qualche fiore, una dozzina di croci sbilenche. E tanta pace, tanto silenzio. «I soldati - riprende la donna - ci spingono dentro a forza, come un gregge di capre destinate al macello, dopo aver abbattuto il cancello di ferro. E comincia la mattanza. Ho visto un soldato inginocchiarsi, infilare il rotolo delle munizioni nella mitraglia e aprire il fuoco. Altri lanciavano bombe a mano. Cadevamo uno sopra l'altro, urlando. Ho sentito mia mamma che chiedeva: Cornelia, sei viva? I miei fratelli gemelli, Gigi e Maria, 10 anni, erano giù morti. Stavo sotto un mucchio di cadaveri col sangue che mi zampillava addosso, in bocca, sugli occhi. E se questo sangue fosse il mio? mi chiedevo. Dite l'atto di dolore, suggeriva qualcuno. No, no! Io da quel giorno, io non l'ho più recitato l'atto di dolore. Ho perso la fede. Neanche adesso riesco a dirlo. Ho sempre negli occhi quel tedesco che sparava nel mucchio e io dicevo a me stessa: no, non voglio morire a questa età. Hanno cominciato a sparare alle 9 e mezzo del mattino e hanno finito verso le quattro del pomeriggio. La mia mamma era ferita a una coscia, le ho fatto un laccio per fermare l'emorragia, ma non ce l'ha fatta, è morta due giorni dopo. Io sono riuscita a fuggire e adesso credo di aver ritrovato la fede. Ma l'atto di contrizione, no. No e poi no!». Da queste parti si cammina, annichiliti, da uno strazio all'altro, in compagnia di fantasmi evocati via via, sul sentiero, da livide targhe di pietra o da lapidi consunte che forniscono freddamente l'inventario dei morti ammazzati. E così apprendiamo che a Casaglia furono massacrate 195 persone, suddivise tra 28 famiglie, e che 50 bambini volarono dritti in cielo con le alucce insanguinate. In questo nugolo di pargoletti avrebbe dovuto esserci anche Fernando Piretti, che invece è qui con noi e ci scorazza attorno con la sua jeep per straducole impervie, schizzose, dove l'infarto è garantito per le vetture normali. Ha 69 anni, Fernando, è piuttosto basso ma asciutto e forte. La camminata svelta. Guida e ci racconta la sua infanzia, guida e ci porta proprio lassù (o laggiù), nel posto dove sessant'anni fa perse la mamma, Cesarina, e la sorella Teresa, tredici anni appena, ma uscì vivo e stremato sgusciando sotto il tappeto di cadaveri che per un giorno e per una notte lo tennero nascosto, mentre le belve SS bivaccavano intorno, vomitando vino e canzoni. Siamo davanti a un rudere che un tempo era l'oratorio delle Suore Orsoline nella frazioncina di Cerpiano. «Noi abitavamo più sotto - racconta Fernando -, ma quando, a settembre, le SS cominciarono a sparare per intimorire e snidare, presumibilmente, gli uomini della «Stella Rossa», ci consigliarono di spostarci in montagna. Sono arrivato a Cerpiano col papà, la mamma, la sorella Teresa, 13 anni. I miei fratelli più grandi, tre, stavano coi partigiani e non li avrei più visti. Kaput. Con tanti altri, le suore ci avevano sistemati in uno stanzone, attiguo all'oratorio. Io facevo il chierichetto. Poi venne la mattina del 29 settembre. Arrivarono i tedeschi e ci spinsero tutti qui dentro. Tre metri per quattro al massimo, noi ammucchiati alle pareti, il mitra puntato da una testa all'altra. L'ufficiale diede l'ordine di sparare. Sarei morto se la mamma non mi avesse coperto col suo corpo, rimasi solo ferito a una spalla. Mamma e Teresa morirono così. C'era anche una bambina di sei-sette anni, Paola Rossi, che aveva la faccia piena di sangue e si lamentava, ma alla fine, come me, ne è uscita viva. Ai feriti davano il colpo di grazia. A un certo punto una mano mi afferrò per il ciuffo e sollevò la mia faccia, che lasciò ricadere, credendomi morto. Anche la maestra Benni era ancora viva e ci bisbigliava: "Zitti bambini, zitti che tornano e ci ammazzano". I soldati rovistavano tra i cadaveri arraffando tutto quanto c'era da arraffare, anelli, catenine, spille, borse. Io facevo il morto e li vedevo, gli sciacalli». «Pietà per i morti di Cerpiano di Monzuno», c'è scritto sulla lastra di marmo, appesa al rudere, coi nomi delle 56 vittime dell'oratorio. Il ricordo del massacro non potrà mai essere cancellato, ma quassù, adesso, si respira un'aria diversa, depurata dall'angoscia del passato: «Un'aria di vera pace», suggerisce uno dei monaci della Piccola famiglia dell'Annunziata, una comunità davvero minuscola, fondata da Giuseppe Dossetti, che vi mise piede intorno all'85 e vive in francescana povertà. Ora et labora, è la massima di sempre: così nessuno deve sorprendersi se, per sbarcare il lunario, i fraticelli hanno allestito un laboratorio per la produzione dei tacchi a spillo. Dossetti, che si fece monaco dopo essere stato capo partigiano a Reggio Emilia, membro della Costituente e leader della sinistra nella Dc di De Gasperi, volle essere sepolto sull'Appenino, alle pendici del Monte Sole: e dal dicembre del ' 96 - anno della morte - riposa nel cimitero di Casaglia. Per lui, le piccole comunità tra i due fiumi - il Reno e il Setta - erano «comunità di fede», legate insieme dal filo di ferro dei valori tradizionali (casa e chiesa), mentre per lo storico Luciano Gherardi le parrocchie sulle due sponde sono «l'equivalente delle comunità ebraiche dell' Europa orientale»: e questo spiega il particolare accanimento dei nazisti che agivano in nome di un' altra «fede». Con Ubaldo Marchioni vennero trucidati altri quattro sacerdoti e la stessa fine toccò a una religiosa, Suor Maria Fiori, più nota come Suor Ciclamino per la sua indole gentile. Qualche giorno dopo il massacro, le SS tornarono nel cimitero di Casaglia vestiti da prete e «impiccarono al cancello Cristo e la Madonna»; altrove, abbatterono a raffiche di mitra le statue di legno dei santi. Con tutto ciò, la maestrina delle Orsoline, Antonietta Benni, sopravvissuta all' eccidio dell'oratorio, fu una delle quattro-persone-quattro che accordarono il perdono al maggiore Reder, quando lo chiese. È l'aprile del '67 quando, dalla sua cella nella fortezza borbonica di Gaeta, il maggiore Walter Reder - condannato all'ergastolo nel '51 dal tribunale di Bologna - scrive una lettera al sindaco di Marzabotto supplicandolo di intercedere presso la popolazione affinché «mi conceda il perdono per il sangue sparso e per i danni recati alla Città-Martire». Ma non è, il suo, l'appello di un pentito macerato dai rimorsi: ci mette di mezzo la madre, sua madre, «che ha già perso tre figli... e affranta dal dolore tende le mani verso Marzabotto» perché le restituisca «l'unico figlio che le è rimasto». Non sorprende che, turbati da tanta filiale delicatezza, i parenti delle 1.836 vittime delle SS abbiano ignorato la supplica, lasciandolo invecchiare in carcere. Rimesso in libertà nel gennaio del 1985, Reder il Monco tornò in patria, dove le associazioni combattentistiche germaniche lo consideravano la «vittima innocente di una sudicia congiura di comunisti italiani». Sollevato da questo verdetto assolutorio, l'ex comandante della 16a Divisione di panzergranatieri si spense a Vienna il 26 aprile '91. Certo, lassù, erano in molti ad aspettarlo: specie nello sterminato asilo infantile che il buon Dio aveva sistemato sui batuffoli più soffici delle nuvole e di cui, dopo Erode, Reder era stato il più solerte fornitore. In testa al Comitato d'accoglienza avrebbero messo Anna Pardini, che aveva solo 20 giorni quando, da Sant'Anna di Stazzema, fu sparata direttamente in paradiso. Finita la guerra, Marzabotto e gli altri paesi arroccati tra il Reno e il torrente Setta avevano più morti da piangere che tutti gli altri: ma nel clima arroventato dalle contese politiche cominciarono subito (e durarono a lungo) le polemiche sulla responsabilità e le dimensioni delle stragi. I partiti del centrodestra mettevano in discussione il ruolo di «Stella Rossa» e di altri gruppi partigiani, accusati di aver provocato la dura reazione dei nazifascisti, che altrimenti sarebbero stati buoni buoni con la popolazione locale, impegnati com'erano ad affrontare gli Alleati sulla Linea Gotica. C'era poi, tra la gente, un clima molto teso di disagio e sospetto per quei sette giorni di mattanza di fine settembre del '44, anche perché ogni documento ufficiale stava chiuso, anzi sigillato, negli archivi di Stato. Infatti, la storia di Marzabotto e di tante altre stragi naziste che insanguinarono l'Italia dal '43 al '45 era nascosta tra le pagine di 695 fascicoli, pigiati e custoditi in quello che sarebbe stato definito «L'Armadio della Vergogna». L'armadio - racconta Franco Giustolisi nel suo libro che conserva il «respiro» di un giallo nonostante la meticolosa documentazione storica - è stato rinchiuso per cinquant'anni in un palazzo cinquecentesco di Roma, sede della Procura generale militare, «rifilato in un vano recondito, protetto da un cancello con tanto di lucchetto». In 415 dei 695 fascicoli c'erano nomi e cognomi dei responsabili dell'eccidio a cominciare da Kappler e da Priebke. E pare sia stata svelata anche l'identità dell'infanticida di Sant'Anna di Stazzema. Quella che avrebbe dovuto essere un' «archiviazione provvisoria» è durata così mezzo secolo. L'occultamento dei fascicoli fu deciso dai vertici dello Stato per assecondare lo sviluppo dei nuovi equilibri internazionali ed europei nei giorni della «Guerra fredda» ed era parso opportuno ai nostri ministri d'allora lasciar riposare nella polvere di un armadio i lugubri fantasmi del passato, soprattutto quelli della Germania nazista e dell' Italia fascista. Ma le vecchie carte stavano per esplodere, avevano bisogno d'aria e qualche anno dopo il crollo del Muro di Berlino è saltato il lucchetto. Non so quanto conforto possa dare, ora, il recupero dei fascicoli: apprendere che anche a Marzabotto alcune SS parlavano un italiano perfetto: semplicemente perché «erano italiani». Le vecchie carte informano inoltre che dei tre assassini di Marzabotto individuati fino al 2003, «solo due sono ancora vivi: Albert Piepenschneider, 78 anni, di Braunschweig, sergente, e Franz Stockinger, 80 anni, di Mauth-Heinrichsbrunn». Sappiamo anche che quella di Marzabotto «fu una carneficina pianificata», come è stato confermato da due disertori SS, fatti prigionieri dagli Alleati, e che il feldmaresciallo Albert Kesserling si complimentò col comandante del reparto Panzer SS16, Walter Reder, per quell'«operazione» d'alta strategia. Insomma, tutti contenti. I giorni DEL MASSACRO LA RAPPRESAGLIA L'eccidio di Marzabotto fu commesso dalle SS, sotto il comando del maggiore Walter Reder, già responsabile delle stragi di Sant'Anna di Stazzema, Valla, Fivizzano. Fu giustificato come «legittima» rappresaglia alle azioni compiute dai partigiani I CIVILI Quello di Marzabotto è stato il più grande massacro compiuto dai nazisti in Italia. Nel paesino sull'Appennino bolognese, tra il 28 e il 30 settembre 1944 i soldati tedeschi uccisero 770 civili. La strage colpì anche altri paesi vicini I PAESI In tutto le vittime furono 1.836: oltre al territorio di Marzabotto, le SS infierirono anche a Grizzana e Vado di Monzuno. Tra i morti, anche 250 tra ragazzi e bambini: quindici di loro avevano meno di un anno, la più giovane era nata da 20 giorni I RESPONSABILI Il maggiore Walter Reder fu catturato dagli americani in Baviera. Nel 1951 venne condannato all' ergastolo dal tribunale militare di Bologna e incarcerato a Gaeta. Nel 1985 ottenne la grazia. Morì a Vienna nel 1991, a 76 anni

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Testimonianze video dei superstiti di Monte Sole

http://csa.scuole.bo.it/montesole/ms_video/ms_video_1.htm

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don Ferdinando CasagrandeIl Servo di Dio don Ferdinando
CASAGRANDE

Nato il 5 novembre 1914 a Castelfranco Emilia da Augusto e Ghermandi Anna, ordinato sacerdote nella chiesa di S. Martino di città il 16 luglio 1938 da S. Em.za il Cardinale Nasalli Rocca, cappellano a S. Martino di Caprara, poi parroco a Gugliara dal maggio 1944. Ucciso a S. Martino di Caprara il 9 ottobre 1944.

Il buon vecchio a stento riesce a frenare il tremito che dall'ottobre 1944 ha invaso le sue membra ed è andato aumentando con il crescere della sua ansia dolorosa. Ci guarda coi suoi occhi un po’ appannati, ma ancor vividi di luce intelligente. Una austerità misteriosa trapela dal suo volto scarnito.
— Volete che vi parli del mio don Ferdinando? — incomincia incerto. — Beh! vi dirò quel che so, e non potrà che fare un po’ di bene anche a me parlare di lui. Pensate! Ci è stato tolto a trentanni appena, da solo cinque mesi parroco a Gugliara. Eravamo tutti assieme lassù: mia moglie, i miei cinque figli! e son rimasto solo! Si vede che il Signore voleva così! — Sospira profondo, e ripiglia dopo una breve pausa in cui lo contempliamo in silenzio.
— Siamo al 22 settembre del '44. Di tanto in tanto si fa più aspra la lotta fra «quelli» nascosti nella montagna e le truppe tedesche. In una scaramuccia resta colpito mortalmente un soldato delle S.S.: ed ecco la rappresaglia. Tutte le case della borgata «la Quercia». ove è avvenuto lo scontro, sono interamente distrutte dal fuoco e s'inizia una caccia spietata alla gente del paese.
Il mio don Ferdinando, che si trovava proprio nel rifugio della galleria «La Quercia» fugge assieme alla sorella Gabriella, e viene a nascondersi nella casa «Calvane» ove eravamo già raccolti noi tutti. Laggiù alle «Quercie» dove era la nostra casa, non era più possibile la vita, e speravamo un po’ di pace lassù alle «Calvane» nella casa del nostro contadino.
Alle ore sei del 29 settembre siamo avvertiti da un contadino che ormai stanno per giungere i tedeschi. Dove fuggire? Ovunque c'era in agguato la morte: i tedeschi ci braccavano come selvaggina, gli alleati, ormai a pochi chilometri, ci tempestavano di proiettili.
Decidiamo di lasciare le donne, ed io, con don Ferdinando e l'altro figlio Giannino ci andiamo a nascondere in un piccolo rifugio dietro il cimitero di S. Martino di Caprara. Il rifugio ci parve sicuro: scavato nel tufo, su uno strapiombo con l'ingresso nascosto dal folto degli alberi, a cui si accedeva per un sentiero da capre, attraverso la roccia dello strapiombo. Nemmeno i tedeschi lo avrebbero saputo individuare.
Decidemmo di andar a prendere le nostre donne e così dal 1° ottobre ci ritrovammo ancora uniti e qui rimanemmo rintanati fino al nove ottobre.
Furono quelle, giornate di angoscia incredibile: sopra di noi stava in vedetta un soldato tedesco, e solo di notte, con mille precauzioni potevamo fare qualche sortita per cercare un po’ di alimenti. La sera dello stesso 1 ottobre, giunsero fino a noi gli spari dei tedeschi contro i disgraziati che si erano rifugiati nella chiesa di S. Martino, e anche l'acre odore nauseabondo dei loro cadaveri dati al fuoco.
Asseragliati come belve sentivamo, giorno e notte la terra sobbalzare sotto l'incessante martellamento dell'artiglieria alleata. Nessuno osava portarsi allo scoperto! si correva il rischio di lasciarci la pelle. Per tutti quei giorni, eterni e sfibranti, ci nutrimmo di castagne crude e di pere acerbe (bottino di una sortita notturna), una al mattino, una a mezzogiorno, una alla sera.
Vedevo i miei cari consumarsi a poco a poco, i volti sbiancati farsi più affilati, e anche il mio don Ferdinando, che era sempre stato magro, come vedete anche da quella fotografia (e ce l'addita appesa al muro), si era ridotto all'osso, i suoi occhi si erano affondati ancor più nell'orbita. Pure era sempre lui che ci teneva alta la fiamma della rassegnazione e della speranza, e fugava col suo esempio di fiducia in Dio la tristezza cupa che ci attanagliava di ora in ora sempre più.
Al nono giorno di tomba però don Ferdinando ha voluto salire al Comando tedesco, che aveva sede a S. Martino onde ottenere il permesso di uscire e di attraversare quelle zone proibite, perchè capiva che ormai non potevamo più resistere agli stimoli della fame. Sua sorella, la Giulia, che era maestra all'asilo della «Gardelletta», ha voluto accompagnarlo in quella missione e dividerne i pericoli. Li accompagnammo fino all'ingresso del rifugio, li abbracciammo, invocando l'aiuto di Dio per loro, li osservammo buttarsi fuori veloci e scomparire. Un cupo presagio ci rimase nel cuore, mentre, seduti in silenzio, ascoltavamo il fischio dei proiettili. Non li abbiamo più visti!... —
Il vecchio china il capo e tace a lungo per ricomporre la sua voce rotta da un singhiozzo. Attendiamo in religioso silenzio.
— Solo passati parecchi giorni ho potuto sapere la loro triste fine; e i particolari ci saranno forse per sempre sconosciuti.
Pare che don Ferdinando riuscisse a raggiungere il Comando tedesco e farsi rilasciale il permesso di transito. Ma lui e la Giulia avevano appena voltato le spalle per ritornare che quelle belve li colpirono a tradimento con scariche di mitraglia. Il mio don Fernando cadde sul sentiero con un proiettile nella nuca; la buona Giulia con cinque pallottole di mitraglia al petto. Sono morti abbracciati stretti, e dai tedeschi buttati così nel precipizio che fiancheggia il sentiero.
Col lento passare dei giorni compresi che ormai era vana la tormentosa attesa dei miei cari.
Ma non era finita l'ascesa al mio doloroso calvario!
L'11 ottobre, giornata piovosa, alle 11,30 precise, un proiettile che scoppia nei pressi del rifugio colpisce con una scheggia l'altra mia figlia, la Gabriella, uscita per un istante, e la butta a terra immersa nel suo sangue. Ne copriamo il cadavere con un panno e ci buttiamo giù verso il Setta in cerca di un luogo più sicuro.
Giunti al fondo de «La Conca» ci fermiamo nascosti nel folto del bosco, in attesa dell'ombra della notte per passare il fronte di guerra; ma appena calate le tenebre, poco dopo le 18, mentre stiamo rannicchiati sotto i bagliori degli scoppi che illuminano i tronchi degli alberi, una cannonata ci colpisce in pieno: mia moglie e gli altri due figli, Lina e Giannino, sono colpiti in pieno. Io ho il piede destro ferito e rimango solo vivo, tra il tormento della mia carne offesa, tra il sangue della moglie e di Giannino che più non possono rispondere alle mie invocazioni, tra gli urli strazianti della Lina che ha le gambe stroncate e chiede disperatamente aiuto... e davvero non so come il cuore non mi sia scoppiato in tanto strazio! —
Due lacrime rigano il suo volto patito e si perdono fra le rughe. Un singulto gli stronca ancora la parola. Pure si fa coraggio e prosegue la sua incredibile avventura.
— Ormai mi sentivo solo al mondo. Eppure quanto è grande nell'uomo l'attaccamento alla vita! Non volevo morire e speravo pazzamente che qualcuno dei miei si potesse ancora salvare: almeno la mia Lina!
Mi alzo per andare in cerca di soccorso. Barcollo, ogni passo è uno strazio: pure resisto, stringendo i denti e appoggiandomi al bastone, e vado solo solo!... vado cercando, invocando ad ogni passo i miei sei cari, disperatamente certo ormai del loro tragico destino!... vado, arrancando, verso posizioni ove speravo trovare aiuto!
A Rivabella c'erano dei civili, lo sapevo, e volevo giungere fin là. Invece, prima del «Beccadello» mi imbatto in una pattuglia di tedeschi che mi fanno prigioniero. Perquisito, derubato di tutto, perfino di una boccetta di aceto che mi serviva per medicare le ferite, mi trattengono con loro. Oh, la notte passata con essi, con la gamba ferita stesa su di una sedia, fra gli spasimi della carne e il martellamento dei ricordi che mi torturavano il cervello!
Al mattino del 12 ottobre, aiutato da una ragazza che era a servizio dai tedeschi, riesco a portarmi fino ad una stalla abbandonata ove buoni amici, che a stento mi riconoscono (ero calato venti chili!) mi hanno assistito e curato; ma non ci fu possibile portare aiuto alla mia cara Lina, e sempre io avevo davanti agli occhi la mia piccola, che illanguidiva a poco a poco, nella perdita del sangue.
Finalmente il 25 ottobre i tedeschi se ne andarono sconfitti e il 27 arrivarono gli alleati.
Io già mi sentivo in forze, la ferita era rimarginata bene ed avevo in cuore una smania che non mi dava riposo: «Bisogna che io vada, mi dicevo, che corra a seppellire la mia famiglia!».
Da Rivabella guardavo giù nella vallata, ma non riuscivo più a vedere nulla che mi orizzontasse: tutte le cose erano ridotte un cumulo di macerie; anche la Chiesa e il campanile di S. Martino di Caprara non apparivano più nel fondo della vallata: tutto il paese era raso al suolo.
Tuttavia sempre lo stesso pungolo mi tormentava il cuore e non mi dava pace: «Voglio vedere i miei cari. Bisogna che vada!».
E un giorno sono andato, appoggiato al mio bastone, con passo sempre più affrettato.
Chiedo, supplico informazioni agli abitanti del luogo. Tre miei amici mi aiutano e riusciamo a rintracciare le salme benedette. Le componiamo sotto la terra ancora sconvolta, con mani tremanti, bagnate di lacrime e di sangue.
Gli Americani poi ci hanno mandato tutti noi che eravamo a Rivabella senza casa, prima a Firenze, poi, in diverse tappe, fino a Roma, a «Cinecittà», ove anch'io sono stato alloggiato per sei mesi. —
Il buon vecchio tace ancora. Nel suo volto non c'è più l'abbattimento che vi aveva prodotto l'emozione del racconto: ora è sereno della serenità che bacia la fronte dei giusti, anche di quelli che sono stati sottoposti alle prove più dure. Con commozione gli stringiamo la mano.
(brano tratto dal sito "http://www.mascellaro.info/abes/_i/space.gif") 

Padre misericordioso,
consolazione e ricompensa di chi confida in te,
tu ami rivelare
la tua grandezza negli umili,
la tua potenza nei deboli,
e nel mistero adorabile della tua provvidenza
hai sostenuto don Ferdinando Casagrande
nei giorni più oscuri
del suo mistero sacerdotale
fino all'olocausto della sua vita.
Donaci di essere
sempre operatori di pace e di giustizia,
animati dalla fede viva
che affronta e supera il dolore e le difficoltà
nell'unione feconda
con la passione gloriosa del Cristo Signore.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

 

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don Giovanni Fornasini Il Servo di Dio don Giovanni
FORNASINI

Nacque a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna) il 23 febbraio 1915, da Angelo e Maria Guecini. Trasferitosi con la famiglia nel 1925 a Porretta Terme (Bologna), frequentò al collegio Albergati le tre classi del corso di avviamento commerciale; era ritenuto «un somarino che tirava, generosissimo ed entusiasta in ogni cosa. Non era un'aquila nello studio, ma nell'azione e nel sacrificio pochi riuscivano a tenere il suo passo» (don Enrico Marini).

Dopo essere stato di aiuto al parroco don Goffredo Minelli, decise di farsi prete. Entrò nel seminario di Borgo Capanne nell'ottobre 1931. Seguì poi il corso degli studi a Bologna nel seminario arcivescovile di Villa Revedin e nel seminario regionale, partecipando con intensità all'esperienza formativa offertagli. Subito dopo l'ordinazione a diacono, nel 1941, venne inviato a Sperticano di Marzabotto in aiuto dell'anziano arciprete don Giovanni Roda. Per un anno, sino all'ordinazione sacerdotale, fece la spola, in quegli anni inconsueta, tra il seminario e la parrocchia. Ordinato sacerdote il 28 giugno 1942, venne immediatamente nominato vicario coaudiatore a Sperticano.

Morto don Roda, il 20 luglio 1942 venne nominato economo spirituale, e il 21 agosto arciprete di Sperticano. Numerose testimonianze concordano nel sottolineare che il giovane arciprete trasformò la canonica in un «cantiere della carità», caratterizzato dalle più diverse iniziative pastorali e sociali, ma soprattutto dalla costante attenzione del sacerdote per i suoi parrocchiani, tutti.

Affrontò il periodo dell'occupazione tedesca e del trasferimento del conflitto sul suolo italiano, cogliendo con immediata consapevolezza la funzione che avrebbe dovuto svolgere come sacerdote cattolico.

Grazie ad una «resistenza incredibile», «correva dappertutto», «per cercare di liberare la gente dalle difficoltà, di risolvere i loro problemi. Non aveva paura. Era un uomo di gran fede e sempre coerente». Nei giorni dell'eccidio di Monte Sole, nei quali si perse il significato della vita e della morte, la testimo­nianza di amore di don Fornasini non ebbe sosta.

La sua morte è «ancora immersa nel mi­stero»: non se ne conosce la ragione specifica, l'autore, la modalità. In quei giorni, subito do­po, poi sempre, sino ad oggi, don Fornasini è considerato l'angelo di Marzabotto. «Prima della sua eroica morte avvenuta per un moti­vo direi soprannaturale, aveva già un corredo di virtù, di opere sante, di azioni generose che possono testimoniare della sua santità. Altri sono stati in qualche modo coinvolti dalle circostanze. Lui, no... Io sapevo quello che la gente diceva di lui; e posso dire che è la figura più bella, più caratteristica: quell'uomo merita la canonizzazione» (padre Lino Cattoi). Ritenuto «commovente esempio di carità e di fortezza eroiche» (mons. Danio Bolognini, 1946), alla sua memoria venne decretata nel 1950 la medaglia d'oro.

Il 19 agosto 1998 la Congregazione delle Cause dei Santi ha dato il nulla osta per l'inchiesta diocesana sulla vita e le virtù del servo di Dio, iniziata poi il 18 ottobre dello stesso anno.
(Alessandro Albertazzi)

 

Ti ringraziamo, Padre onnipotente, Dio fedele:
nella vita e nella morte
del sacerdote Giovanni Fornasini
hai donato alla Chiesa di Bologna
un segno ammirevole
della presenza amorosa e indefettibile
del Buon Pastore.
Fà che anche oggi i giovani
sappiano gustare profondamente
il fascino sublime del Signore Gesù
per corrispondere con entusiasmo
al tuo disegno di salvezza.
Il tuo Spirito di fortezza e di sapienza
riaccenda in noi la passione per la verità
e ci sostenga nella via della carità,
per il vero bene di ogni fratello.
Per Cristo nostro Signore.

 

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don Ubaldo MarchioniIl Servo di Dio don Ubaldo
MARCHIONI

Nato il 19 maggio 1918 a Vimignano di Grizzana da Augusto e Smerigli Antonietta; ordinato sacerdote il 28 giugno 1942 da S. Em.za il Card. Nasalli Rocca, cappellano a Monzuno fino al 17 maggio 1944, quando fu nominato parroco a Gugliara e subito trasferito a San Martino di Caprara di cui prese possesso 1’8 settembre 1944. Trovò la morte nella chiesa di Casaglia di Caprara il 29 settembre 1944.

29 settembre 1944: nella montana chiesetta di Casaglia di Caprara, attorno al sacerdote che sta devotamente celebrando, un centinaio di fedeli, in prevalenza donne e bambini, prostrati nella trepidazione di un pericolo imminente, affisano gli occhi a quell'altare su cui si rende presente la Vittima Divina.
— Pietà, Signore — è il grido che erompe più angosciato da ogni petto quando più violente e più vicine si fanno le raffiche delle mitragliatrici, più sinistri i bagliori degli incendi, più basse e dense le cupe ondate di fumo che si alzano nel cielo sereno dalle case in fiamme.
Sono stati svegliati all'alba dai ripetuti spari nelle boscaglie attorno e specie sulle cime del Monte di Caprara, su cui ha sede un Comando di Partigiani, e presto si è sparsa fra loro l'agghiacciante notizia portata da qualche montanaro in fuga:
— I tedeschi danno la caccia ai Partigiani, e bruciano tutto! Scappate! — Da Sperticano, da Pioppe, da Gardelletta, da «La Quercia» infatti l'irruenza nemica si stringe e incalza.
Gli uomini in parte hanno raggiunto i boschi più scoscesi verso il Setta, le donne e i bambini hanno sperato una salvezza nella sacra inviolabilità del tempio, e a gruppi o isolati, col cuore in gola, si sono raccolti nel piazzale e nell'interno della chiesa.
Non c'è l'Economo che è il Parroco di S. Martino di Caprara, don Ubaldo Marchioni, il giovane zelante sacerdote che ha incarico di provvedere anche a questa parrocchia che sovrasta la sua Caprara. Egli, oltre a celebrare la Messa nei giorni festivi a Casaglia, si inerpica, appena può, anche alla chiesina di Cerpiano, anch'essa affidata alle sue cure.
Ma quei buoni montanari sanno per esperienza lo zelo di d. Ubaldo ed hanno aspettato fiduciosi, come le pecorelle cadute in una sterpaia inestricabile chiamano e aspettano il pastore che le liberi.
E d. Ubaldo è venuto.
È venuto nonostante le pressioni dei suoi congiunti che lo scongiuravano di restare in casa in quella mattina che già si presentava con sì tristi presagi, mentre attorno cominciavano a levarsi al cielo le prime colonne di fumo dai cascinali in fiamme. Don Ubaldo ha sentito più forte l'appello di una voce superiore. Ha ricordato che quando prese possesso della sua parrocchia di S.Martino, parlando ai suoi fedeli, aveva loro detto: — Ben volentieri e di gran cuore io mi sacrificherò per le anime vostre! — Ed ora è giunto il momento di mantenere quella promessa. Anche lassù vi è una parte del suo gregge esposto al pericolo, anche lassù vi è il Ss.mo Sacramento che può essere profanato, e bisogna provvedere: consumare le Sacre Specie, fare Comunioni anche lassù e a Cerpiano, se è possibile!, come poco prima ha fatto nella sua chiesa di Caprara con i molti popolani che si sono riversati nel tempio, in canonica e nei locali adiacenti.
— Bisogna che vada! — ha deciso don
Ubaldo. — Pregate. Sarà quel che Dio vuole!
— E anche il padre non ha saputo più trattenerlo.
Sua intenzione era di giungere prima fino a Cerpiano, la località più isolata e più scomoda, provvedere alla sicurezza di quella chiesina e degli abitanti, poi ritornare a Casaglia e infine ritirarsi ancora presso i suoi a S. Martino.
Ma passando da Casaglia si è visto circondale da quel numeroso gruppo già da tempo in attesa fiduciosa. Gli si sono stretti attorno:
— D. Ubaldo, resti con noi! Non ci abbandoni, d. Ubaldo! —
Si sono levate mani tremanti a supplicarlo; tanti occhi, nuotanti nelle lacrime e dilatati dal terrore, lo hanno fissato con ostinata fiducia; le mamme gli hanno presentato i loro piccoli stretti alle loro sottane:
— Pei nostri bambini, d. Ubaldo —
E d. Ubaldo è restato rinunciando a recarsi a Cerpiano ove forse l'avrebbe atteso in agguato un diverso martirio.
È entrato in chiesa e si è preparato per la Messa: tutti si sono riversati attorno all'altare e si sono prostrati a terra.
È il giorno di San Michele Arcangelo. — Fortis in bello! — pensa d. Ubaldo e invoca fortezza per i suoi che si dibattono inermi in una delle aberrazioni più mostruose della guerra.
Al momento della Comunione molti si appressano al Banchetto degli Angeli battendosi il petto. Le Sacre Specie sono consumate.
La Messa è celebrata; d. Ubaldo depone i paramenti, passa tra la folla che non lascia la chiesa e dice ancora una parola di conforto mostrando l'intenzione di dare una scappata a Cerpiano.
Ma la popolazione è troppo agitata: sente, ed è ben triste presentimento!, che il pericolo si fa più vicino. Già giungono dalle alture i comandi gutturali dei rastrellatori a caccia dei partigiani e dei civili; e tutti si stringono intorno a lui. È una barriera di corpi e di anime che non si può superare e d. Ubaldo ancora si commuove:
— Recitiamo il Rosario, allora. —
Tutti hanno un sospiro di sollievo e, mentre ancora si inginocchiano, sentono alleviarsi il panico che li opprimeva. D. Ubaldo estrae la corona, si inginocchia sui gradini dell'altare e intona il rosario. I fedeli fanno coro.
L'irruzione in chiesa di un gruppetto di tedeschi col mitra puntato interrompe la preghiera.
D. Ubaldo si alza in piedi, le donne e i bambini ammutoliscono. I tedeschi avanzano verso il prete: lo riconoscono:
— Il grande partigiano! —
Così l'avevano chiamato da tempo, sapendo del suo aiuto disinteressato a tutti coloro che bussavano alla sua porta; anche e specialmente ai partigiani, poichè i partigiani erano i più bisognosi.
Quando fin dal gennaio 1944 le montagne che sovrastano la sua chiesa si popolarono di partigiani, di renitenti alla leva o di ribelli alla repubblichetta di Salò egli fu in mezzo a loro come un missionario di Cristo, perchè, oltre al pane per rifocillare i loro corpi, sapeva dire la parola buona che consola lo spirito, sapeva diffondere gli elementi dottrinali della Democrazia Cristiana per illuminare le loro menti e confortarli ad ideali più puri. È per questo che «La Punta», il periodico clandestino della Democrazia Cristiana, riporterà poi nel numero di febbraio 1945, una sua breve biografia, esaltandone l'opera a favore dei patrioti unendola all'opera degli altri sacerdoti:
«L'olocausto di d. Marchioni si aggiunge ai troppi ormai offerti dai sacerdoti delle nostre terre. È il tributo meraviglioso dei sacerdoti italiani alla causa della carità e della libertà».
Ed ora il «gran partigiano» è in loro mano! È giunto il momento della vendetta.
D. Ubaldo si fa avanti, sfidando il mitra spianato e, rivolto al comandante spiega, supplica:
— Non sono partigiani questi! Lo vedete! sono donne, bambini, gente che abita sul posto da anni. Sono tutti innocenti! — 
La parola è convincente, riboccante di sincerità e di carità: è parola di padre che trepida per la sorte dei figli.
Un ordine suona: — Tutti fuori! —
Escono terrorizzati e sono incolonnati, in numero di 84, verso il cimitero di Casaglia.
C'è in chiesa una povera donna, Nanni Vittoria, semi-paralizzata alle gambe, che non può muoversi e che si aggrappa convulsa allo schienale della sedia nel tentativo di ubbidire. I tedeschi le impongono di lasciare l'appoggio e, visto che non le è possibile reggersi da sola, la fucilano sul posto fra l'orrore dei fedeli che stanno uscendo e che hanno il triste presagio della loro fine.
Mentre d. Ubaldo è piantonato all'altare, vengono frugati tutti i locali adiacenti. Nel campanile sono trovati nascosti, in un ultimo tentativo di sfuggire alle loro ricerche, una donna: Enrica Ansaloni, cognata del defunto arciprete, e Giovanni Betti di Gardelletta. Una scarica di mitraglia li abbatte sul posto.
Mentre la colonna penante della porzione migliore del suo gregge ondeggia verso il luogo del suo martirio, d. Ubaldo, rimasto solo nella chiesetta fra quelle belve, privato anche della consolazione di assistere fino all'ultimo i suoi fedeli in pericolo, china il capo alla volontà di Dio e si prepara all'ultimo olocausto.
Non abbiamo particolari sulla sua morte.
Un fucile gli è spianato contro, e il degno sacerdote stramazza sulla predella dell'altare maggiore sul quale, pochi istanti prima, si ergeva con la bianca Ostia fra le mani quale intermediario fra Dio e l'umanità. Un'ora dopo la chiesa è in preda alle fiamme.
Due giovani nel pomeriggio dello stesso giorno entrano in chiesa, incuranti delle fiamme che ancora si sprigionano attorno, e vedono il giovane sacerdote disteso sulla predella dell'altare, mentre le fiamme lo circondano, quasi timorose di lambire quel corpo che, come vittima propiziatoria, giace immolata ai piedi dell'altare. Leggono accanto un grande cartello: «Ribelli questa è la vostra sorte».
E forse fu sorte beata quella di d. Ubaldo che non vide lo strazio del gregge, che non seppe le esosità usate verso la sua famiglia.
Non videro gli occhi suoi di buon pastore il cimitero, il luogo consacrato al riposo dei giusti, imporporato dal sangue di tanti innocenti, ben settanta fra donne e bambini! Non vide egli il muro di cinta e la cappella mortuaria scrostati dalla falcidia dei colpi di mitraglia di quei forsennati! Non vide cadere l'uno sull'altro madre e figli! Non udì l'ultimo urlo saturo di terrore; non rabbrividì allo scoppio di pianto sconsolato del piccolo Tonelli del «Possatore», rimasto illeso sui cadaveri della madre e di cinque fratelli: «Io voglio morire con loro!»
Gli è risparmiato lo strazio della mostruosa profanazione della chiesa di Cerpiano che, in quello stesso giorno di S. Michele Arcangelo, si trasforma in un raccapricciante carnaio dove 43 vittime innocenti sono squarciate e dilaniate a colpi di bombe a mano! E non sente il cuore spezzarsi alle parole della piccola Rossi Paola di sei anni che, rizzandosi fortunosamente incolume, fra la strage dei suoi, singhiozza guardandosi sgomenta intorno: «Tutti morti! la mia mamma! la mia zia! la mia nonna Giovanna! il mio fratellino!... Tutti morti!»
Gli è risparmiata l'ansia angosciosa per la famiglia.
Difatti mentre il padre, la madre e una sorella di 14 anni stanno in penosa apprensione, verso il mezzogiorno dello stesso 29 settembre, giungono alla canonica di S. Martino quattro tedeschi che perquisiscono la casa. Stanno per partire. Uno di loro tranquillizza il padre:
— Qui nulla fare... Non avere trovato armi. — E chiedono da bere.
Mentre viene loro offerto del vino, un soldato nota sul caminetto della cucina un po’ di polvere nera, residuo di sassi scalfiti e di legna spaccata.
Questo essere esplosivo! — gridano i barbari, a caccia di un pretesto qualsiasi per abusare del loro potere.
Il padre si affanna a spiegare, nel miglior modo, che sono in errore, ma quelli non vogliono sentile ragioni.
Bruciare! bruciare! — E partono infuriati appiccando il fuoco a due fienili adiacenti alla chiesa.
Fu allora solo rimandata la strage della famiglia.
Purtroppo più tardi anche la madre e la figlia Maria troveranno la morte e il padre di d. Marchioni resterà solo, peregrinante col cuore spaccato dal dolore.
Quando ritornerà per rintracciare i suoi cari non potrà che dar sepoltura a resti talmente carbonizzati e sì bestialmente sparsi, da riuscire appena a identificarli.
Il primo ottobre infatti i tedeschi avevano fatto uscire dalla chiesa di San Martino, ove avevano trovato scampo, una quarantina di persone fra uomini donne e bambini, «dando una fucilata a ciascun uscente». Di quei corpi ancora agonizzanti ne avevano fatto un cumulo e, aspersili di benzina, avevano appiccato loro il fuoco. Un falò tragico si era alzato nella notte in uno spettacolo sinistro.
Chi ha seppellito, dopo alcuni giorni, il buon d. Ubaldo nella grande fossa che accoglie le 84 vittime di Casaglia di Caprara, ha assicurato di averlo trovato in chiesa tutto carbonizzato e senza un piede.
Particolare curioso questo piede che non si è potuto, ritrovare! Quel piede che tante miglia ha percorse, tanto spesso ha pigiato sul, pedale, tante volte ha arrancato veloce sui dirupi, pei sentieri boscosi, in perpetua ricerca delle sue pecorelle!
«O quam speciosi pedes evangelizantium pacem. evangelizantium bona» torna spontaneo alle labbra.
Gli angeli forse l'hanno riposto, come reliquia preziosa degna di somma venerazione, a simbolo della gloria riservata alle fatiche e, ancor più, al sangue degli apostoli di Cristo.
Così era immolata la prima vittima sacerdotale nei massacri di Marzabotto.
(brano tratto dal sito "http://www.mascellaro.info/abes/_i/space.gif") 

Suscita ancora nella tua Chiesa,
Padre onnipotente e santo,
sacerdoti e generosi,
ardenti dell'amore per Cristo e per i fratelli,
testimoni autentici e fedeli
dei misteri che celebrano.
Tu hai dato a don Ubaldo Marchioni
la forza e la grazia
di restare fedele al suo gregge
in mezzo al quale la cieca violenza degli uomini
lo immolò ai piedi dell'altare
del sacrificio dell'Agnello.
Dona a noi tutti sollecitudine instancabile
nel cooperare secondo la nostra vocazione
all'avvento del tuo Regno
di amore e di pace.
Per Cristo nostro Signore.

 

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Il Servo di Dio padre Elia
COMINI

padre Elia Comini

Don Elia Comini nacque il 7 maggio 1910 a Calvenzano, comune di Vergato (Bologna), dove fu battezzato nella chiesa parrocchiale il giorno seguente, 8 maggio. La casa natale sorge a fianco del Santuario detto della Madonna del Bosco. Con la famiglia si trasferì (1914) in località "Casetta", parrocchia di Salvaro, comune di Grizzana (Bologna); sempre sulle sponde del fiume Reno, lungo la strada Porrettana. Alla morte del padre Claudio (1926), Elia trovò un secondo padre nell'Arciprete di Salvaro, Mons. Fidenzio Mellini, che stimava molto il giovane per la sua bontà, religiosità e capacità intellettuali. 
Dopo il noviziato, Elia fece la prima Professione religiosa a Castel de' Britti (Bologna) nel 1926; completò gli studi a Torino Valsalice; si laureò presso l'Università statale di Milano e fu consacrato sacerdote nella cattedrale di Brescia, dal Vescovo Mons. Giacinto Tredici, il 16 marzo 1935. Don Elia Comini fu sacerdote ed insegnante, apostolo ed educatore di giovani, nelle scuole salesiane di Chiari (Brescia) presso il convitto "Rota" e presso l'aspirantato "Santuario Salesiano di Treviglio (Bergamo). Il 1 ottobre 1944 muore a Pioppe di Salvaro.

 

   20 luglio 1944. - Un giovane
   sacerdote, che ha i fianchi recinti 
   da un cordone nero, bussa alla porta
   della casa parrocchiale di Salvaro. 
   Gli viene ad aprire un altro giovane
   sacerdote, alto, di aspetto sereno
   come è serena la sua anima. Sbircia
   dal la porta socchiusa e con un «oh»
   di sorpresa si slancia a stringere
   ripetutamente la mano al nuovo
   venuto:
   — Oh! padre Martino! Finalmente ti
   sei deciso! Entra, entra! —
   E don Elia lo accompagna fino alla
   poltrona del vecchio arciprete, Mons.
   Fidenzio Mellini.
   La domenica 23 luglio si ha la 
   prima crudele rappresaglia tedesca. 
   Il cadavere di un soldato viene 
   trovato sulla strada porrettana, 
   proprio nella zona fra Pioppe e
   Salvaro. Subito i tedeschi fermano i
   primi dieci civili che incontrano e li
   uccidono, saccheggiano le case
   coloniche sull'altro versante di
   Malfolle, a Salvaro e le incendiano.
   29 settembre: festa di San Michele
   Arcangelo, Titolare della parrocchia 
   di Salvaro.
   È giorno festivo per gli abitanti della
   zona.
   Il cielo si imporpora ai primi sprazzi 
   di luce che calano dalle alture di
   Monte Salvaro e sembra anch'esso
   voler partecipare alla festa del grande
   Arcangelo, mentre le campane
   chiamano festose alla prima Messa.
   Ma i parrocchiani e gli sfollati non
   dormono più da tempo.
   Una sinfonia cupa di spari che si
   incrociano da ogni parte li aveva fatti
   balzare presto dal letto ed, ancora fra
   il primo baluginare dell'alba, si erano
   affrettati verso la chiesa. Ed ora il
   piazzale e l'atrio rigurgitano già di
   persone che discutono animatamente,
   sospirano sommessi, singhiozzano col
   terrore della morte vicina.
   Da ogni parte del Monte Salvaro si
   moltiplicano i crepitii delle
   mitragliatrici e ogni tanto una
   fiammata si alza al cielo col suo
   pennacchio di fumo e si va ad unire
   alle altre che già numerose si levano
   da ogni parte.
Mons. Mellini dà ordine che siano aperte le porte della chiesa, e il popolo vi si riversa impaziente, fiducioso di trovare un rifugio sicuro nel luogo sacro.
P. Martino celebra subito la prima Messa alla quale seguiranno immediatamente quella dell'Arciprete e di d. Elia. Non è possibile seguire l'orario festivo, come si era fissato per quel giorno.
Durante la Messa di P. Martino, d. Elia cerca in canonica e nelle adiacenze della chiesa un rifugio per gli uomini, che sono i più esposti al pericolo; e lo trova.
Finita la Messa, P. Martino, come se tutto fosse normale, va a portare i Sacramenti ad un'ammalata, e d. Elia, mentre celebra l'arciprete, sgombera una piccola sagrestia, adiacente alla grande, che era servita fin allora ad una famiglia sfollata, vi fa entrare una settantina di uomini e poggia contro l'ingresso un armadio, dopo aver raccomandato il silenzio. Poi va a celebrare. L'ultima sua Messa!
Giunge intanto una grave notizia.
Alla casa «Creda» le S.S. germaniche, assieme a repubblichini italiani, hanno arrestato come ribelli 69 persone: un uomo è riuscito a fuggire e chiede aiuto.
Non c'è da esitare: il cuore dell'apostolo non trema anche davanti ai pericoli più gravi quando si tratta del bene del prossimo.
Pochi istanti dopo i due apostoli moderni, d. Elia e P. Martino, incuranti del pericolo, sordi alle esortazioni dei fedeli che li scongiurano di non andare, P. Capelli munito ancora degli Olii Santi, salgono dalla «Serra», attraverso le mulattiere, verso casa «Caposena» e la più lontana «Creda», sotto il fuoco nemico, fra il sibilo delle pallottole.
Ma alla «Creda» i tedeschi li fanno prigionieri. A nulla valgono le proteste, la veste che indossano.
— Siete spie! — insistono quegli energumeni.
Li trattano brutalmente, li costringono a trasportare munizioni caricandoli come giumenti, compiacendosi di vederli affannali sotto il peso, su e giù per le dure rampe, sotto la loro rigorosa sorveglianza, e facendoli assistere impotenti alle più raccapriccianti violenze verso poveri innocenti.
La mattina del 30 settembre, i tedeschi li passano in rivista, li esaminano ad uno ad uno, scelgono gli uomini più robusti, una ottantina, e li spediscono in appositi campi di concentramento per i lavori in Germania. Gli altri, meno abili al lavoro, sono di nuovo rinchiusi nella scuderia della Canapiera.
Sono ore di trepida attesa e di penoso sconforto.
Si forma un tribunale per interrogarli sommariamente e giudicarli. Presiede un ufficiale tedesco, assiste al suo fianco un giovanotto diciassettenne di Calvenzano, un vigliacco traditore che tutto il giorno prima avea guidate le S.S. alla caccia dei partigiani e dei civili che egli indicava come favoreggiatori, assicurando di poterlo fare, perchè da tempo si era finto partigiano e viveva in mezzo a loro per spiarli.
Passano ad uno ad uno.
P. Basilio è interrogato sul modo come è stato rastrellato, se conosce il parroco di San Martino di Caprara, il centro dei partigiani, e alla sua risposta negativa viene messo in un angolo ove già attendono gli altri sacerdoti: P. Allusi, d. Venturi e d. Fornasini. Assieme verranno poi inviati a Bologna per avere da Sua Em.za il Card. Arcivescovo un documento che comprovi la loro qualità di sacerdoti.
Si avanza P. Martino: è tranquillo, della tranquillità che è frutto della innocenza. Ma ecco che il giovane traditore di Calvenzano gli punta il dito contro:
— Ti ho visto coi ribelli a S. Martino di Caprara! — accusa inesorabile.
Il Padre rimane un po’ sorpreso, poi si difende: sì, era stato infatti a Caprara il 15 agosto e dal 7 all'11 settembre vi aveva tenuto un corso di predicazioni per le feste della Madonna del Rosario; allora si era anche incontrato con dei partigiani, che, ricordate?, l'avevano persino minacciato!
Ma le sue parole sincere non possono cancellare la perfida accusa del bandito, e viene rimandato nella scuderia.
Poco dopo anche d. Elia, sotto la stessa accusa, lo raggiunge nello stanzone e gli getta le braccia al collo. Comprendono che la loro sorte è segnata.
Fuori intanto continuano sinistri gli spari lungo la vallata del Reno e per le alture si alzano vorticose le fiamme dalle case, dai pagliai e dai roghi ferali ove i cadaveri, cosparsi di benzina, bruciano con odore nauseabondo.
Domenica: primo ottobre.
A Salvaro si celebra la festa della Beata Vergine del Rosario e fin dal primo mattino i fedeli si riversano in chiesa, si buttano supplici ai piedi di Maria per strapparle la più grande grazia: la liberazione dei loro cari.
Nel pomeriggio vengono tolti ai 45 prigionieri i documenti, i portafogli, gli orologi e quanto tengono nelle tasche.
È il colpo fatale ad ogni loro illusione: capiscono che ormai è vana ogni speranza e che bisogna morire.
P. Martino, fino allora taciturno e spesso immerso nella preghiera, si accosta a d. Elia, si abbracciano fraternamente, si appartano in un angolo della stanza, parlano fra loro sommessamente e poco dopo i circostanti vedono i segni di croce che si tracciano a vicenda. È l'ultima confessione: la preparazione prossima a presentarsi al tribunale di Dio.
Ore 19,30. Già il sole è calato dietro le creste di Monte Pero e il roseo sfrangiato delle nubi si va incupendo nella foschia del crepuscolo.
Un triste corteo si incolonna sulla strada dalla scuderia della Canapiera e si dirige, scortato dai mitraglieri, alla «botte» (*) della Canapiera. La «botte» è senz'acqua, il fondo è un alto strato di melma.
A pochi metri vengono piazzate le mitragliatrici. A tutti si tolgono le scarpe, a qualcuno anche la giacca, ai sacerdoti il soprabito; poi li dispongono in fila sui margini della «botte».
D. Elia Gomini si riscuote, guarda attorno, alza la mano e a voce alta dice le parole dell'assoluzione. Molte mani si levano nel segno della croce. Poi rivolge gli occhi fiammeggianti al cielo e grida più volte:
— Pietà!... Pietà, Signore! —
È l'accorata supplica del pastore che invoca per le sue pecorelle; è l'incontenibile invocazione dell'animo innocente che non sa capire perchè la morte debba raggiungere vilmente ingiusta tanti innocenti.
Ma la sua voce angosciata viene troncata da una spietata raffica di mitraglia.
Sono le 19,35; cadono le vittime riverse. e a poco a poco anche gli ultimi soffocati gemiti vanno spegnendosi.
Ad uno ad uno sono passati in rassegna e sui meno colpiti si accaniscono ancora i carnefici a colpi di fucile.
Poi tutti sono rovesciati nella melma della «botte».
Ancora gettano, in quel carnaio, delle bombe a mano e gli aguzzini se ne vanno soddisfatti.
Alcuni giorni dopo due di essi si millanteranno in paese:
— Due Pastoren kaput! —

(*) La «botte» è un serbatoio d'acqua alla fine del canale, a fianco del Reno, e serve per regolare l'acqua che dà l'energia elettrica alla canapiera.

Il Servo di Dio padre Martino
CAPELLI

padre Martino Capelli

Nato a Nembro (Bergamo) da Martino e Teresa Bonomi il 20 settembre 1912. Nel 1924 entrò nella Scuola Apostolica di Albino, nel 1930 emise la prima Professione religiosa nel Noviziato di Albisola Superiore; fu ordinato sacerdote a Bologna il 26 giugno 1938 dal Card. Arcivescovo Nasalli Rocca; dall'ottobre 1943 era professore allo Studentato delle Missioni sfollato a Castiglione; il 1 ottobre 1944 muore a Pioppe di Salvaro.

(le biografie e il brano sono tratti dal sito "http://www.mascellaro.info/abes/_i/space.gif")

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don Giuseppe DossettiDon Giuseppe Dossetti nacque il 13 febbraio 1913 a Genova dove il padre si era trasferito per ragioni contingenti Giovane di Azione Cattolica, a 21 anni è già laureato, a Bologna, in Giurisprudenza. Poi è in Cattolica a Milano, professore incaricato di diritto ecclesiastico. E' un uomo che brucia le tappe. E che non si rifugia in facili neutralismi, quando la coscienza dice che è il momento di fare la guerra: antifascista, è presidente del CLN di Reggio Emilia; rifiuterà sempre però di portare le armi. La sua carriera politica nella Democrazia Cristiana è rapidissima: vice segretario del partito nel 1945. Sempre nel 1945 Dossetti è chiamato a fare parte della Consulta Nazionale e poi della "Commissione dei '75" per la stesura della Costituzione. Nonostante la lucidità e l'acume che contraddistinsero poi la sua attività di politico e parlamentare nelle file della Democrazia Cristiana, a soli 39 anni Dossetti si ritira dalla vita politica: nel 1959 viene ordinato sacerdote e celebra la sua prima messa nella Parrocchia di S. Terenziano a Cavriago. Fu anche anche chiamato al Concilio Ecumenico Vaticano II dal cardinale Lercaro, che lo volle con sè come suo perito personale. Al concilio don Giuseppe Dossetti non si limitò a dare le sue competenze di giurista, formulando proposte per lo svolgimento dei lavori conciliari (Ordo Concilii), ma espresse anche la sua ansia e la sua aspirazione per una Chiesa che fosse "povera" per essere realmente "Chiesa dei poveri". La sua vita ascetica era la migliore testimonianza della purezza di questo suo desiderio. Ma la sua presenza al Concilio non è sopportata in alcuni ambienti e Dossetti si ritira, come sempre in silenzio, senza contestazioni. Pro-vicario della sua diocesi, si dedica sempre con passione alla vita della sua comunità, nella ferma volontà che rimanga sempre saldamente radicata al Vangelo, in fedeltà creativa al Concilio e ai segni dei tempi da discernere.Costituisce a Monteveglio il primo nucleo della Piccola Famiglia dell'Annunziata e sceglie il ritiro monacale e il definitivo silenzio dalla vita pubblica e politica. Nel 1985 stabilisce un insediamento anche a Casaglia di Montesole, teatro, negli anni bui, di un eccidio nazista. Nessun insediamento è casuale; Dossetti, anche da religioso, è sempre una spina nel fianco, è sempre un testardo testimone dell'amore per Cristo e quindi per l'uomo. Testimone sul luogo in cui non dimenticare l'abisso nazista, testimone a Gerico sui territori occupati nella guerra dei Sei Giorni da Israele , a cui ricordare in silenzio il primato dell'Amore sulla forza.All'alba del 15 dicembre 1996 Don Giuseppe Dossetti si spegne con il conforto dei fratelli e delle sorelle della Piccola Comunità di Monteveglio. Tre giorni dopo verrà sepolto nel cimitero di Casaglia a Monte Sole.

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Brano tratto dal discorso tenuto il 15 settembre 1985, giorno in cui il card. Biffi consegnò alla Piccola Famiglia dell'Annunziata, la pisside «schiacciata e colpita dai proiettili, trovata sotto le macerie della chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia.»

Eminenza e Venerato Padre, […]
esattamente un anno fa, Ella ci dava il mandato di venire e restare qui a rappresentarvi tutta la comunità diocesana, con illa pisside «schiacciata e colpita dai proiettili, trovata sotto le macerie della chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia.» compito dell'orazione di suffragio per tutti quanti hanno imporporato del loro sangue non solo questi luoghi ma tutta la regione, col compito della preghiera per la concordia tra i popoli e per la conversione dei cuori, col compito di dare a quanti vengono qui pellegrini l'annuncio della pace, della pace messianica.
[…] Lei, venerato Padre, ci consegna il corpo del Signore nella pisside schiacciata e colpita dai proiettili, trovata sotto le macerie della chiesa di Santa Maria Assunta di Casaglia
Noi, ricevendola da Lei, la riceviamo idealmente da don Ubaldo Marchioni che fu l'ultimo a toccarla, poco prima dell'olocausto, nel giorno di san Michele del 1944: egli la vuotò, questa pisside, distribuendo il corpo di Cristo alla comunità riunita nella chiesa. Quasi immediatamente dopo egli fu ucciso sull'altare, e la comunità di donne, di vecchi e di bambini fu sterminata!
Quindi, tramite Lei, la riceviamo anche da tutte le altre comunità di fedeli e dai loro pastori morti in quei tragici giorni: li vogliamo nominativamente ricordare ancora una volta: oltre a don Ubaldo Marchioni, don Giovanni Fornasini, don Ferdinando Casagrande, p. Elia Comini e p. Martino Capelli.
Questa sera li sentiremo ben presenti, e speriamo che entrino con noi a prendere possesso della “Casetta”: soprattutto sentiamo presenti le anime dei bimbi, i cui angeli vedevano e vedono la faccia del Padre che è nei cieli (cfr. Mt 18, 10). Nella nostra adorazione speriamo di essere circondati e sostenuti dalla loro adorazione, per trarne ispirazione di purezza, di umiltà, di offerta sacrificale veramente immacolata e irreprensibile. Soprattutto da loro, che secondo la parola del Signore sono “i più grandi nel regno dei cieli”, ci proponiamo di trarre incitamento e aiuto per conservarci sempre in una autentica piccolezza evangelica.
Mentre la ringraziamo ancora, La preghiamo di guidare e mantene­re con mano ferma tutta la nostra Famiglia e il nucleo che si insedia quassù, in questa via di rinuncia fedele e di concreta piccolezza, che ci farà - speriamo - capaci di mitezza, di mansuetudine, di discrezione, di rispetto religioso verso tutti.
Soltanto così noi potremo da qui contribuire a - quella pace che non sia per il nostro peccato né pace di parte né irenismo ambiguo, pace che non è astratta ma concretissima, perché è una persona, è lui stesso, il Signore Cristo.
 

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Brani tratti: dall’introduzione di don G. Dossetti a “Le querce di Monte Sole”  

Per ricordare bene, per agire bene.
La prima cosa da fare, in modo molto risoluto, sistematico, profondo e vasto, è l'impegno per una lucida coscienza storica e perciò ricordare: rendere testimonianza in modo corretto degli eventi.
A tutti i livelli. Dalla pura ma rigorosa ricostruzione dei fatti, alla loro documentazione, rielaborazione e rimeditazione sul piano storico e sul piano politico, e finalmente su quello filosofico e teologico. Corona di tutto questo “ricordare” deve essere la memoria espressa, non occasionale ma costante, nella preghiera, individuale e comunitaria. Non si deve pensare che ciò contrasti col tassativo dovere cristiano di perdonare e di avvolgere tutto, qualsiasi cosa, anche la più tremenda, in un'atmosfera viva e conseguente di vera pace cristiana. (…)  
In secondo luogo, il ricordo deve essere continuato, divulgato e deve assumere sempre più ispirazione, scopi e forme comunitarie, cioè per noi, ecclesiali.
Non basta un ricordo e una testimonianza individuale e neppure tante testimonianze che si moltiplichino; deve esserci la memoria comunitaria, la memoria della Chiesa. Perciò il libro di Gherardi ha un pregio particolare e può contribuire già non solo alla diagnosi, ma anche a una certa terapia preliminare: perché il suo oggetto, come abbiamo rilevato, è la comunità cristiana.  
Ciò che conta e che veramente edifica è il fatto che come sono stati comunitari gli eventi, così la loro memoria sia ricevuta, incorporata e assimilata dalla memoria e dalla testimonianza della Chiesa in quanto tale. E perché questo avvenga e sia efficace e salvifico, occorre che la Chiesa assuma questi fatti, anche scrutando e confessando le proprie colpe a monte e in atto e persino post-factum. Occorre perciò che la comunità cristiana non li assuma con una dialettica esterna (cioè in contrasto con qualcuno) e neppure interna - con turbamento, rossore, reticenze - ma con una sincerità incondizionata e progressivamente sempre più sovrannaturale: allora non sarà una veridicità solo umana, ma sarà un parlare “come mossi da Dio, sotto lo sguardo di Dio, in Cristo”

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Dalla coscienza storica alla testimonianza personale.
In terzo luogo, occorre proporsi di conservare una coscienza non solo lucida, ma vigile, capace di opporsi a ogni inizio di sistema di male finché ci sia tempo.

Una memoria adeguatamente recepita dalla comunità cristiana è indispensabile per reagire tempestivamente a tutto ciò che ha in sé potenza di coagulo negativo, sistematico, anche se, specie in particolari congiunture storiche, presentasse certe ambivalenze e persino certi vantaggi seduttori per la Chiesa (…)  
Pio XI aveva già individuato e denunciato con l'enciclica Mit brennender Sorge nel nazismo non solo una serie di errori dottrinali ma anche una volontà di “lotta fino all'annientamento” del cristianesimo. (…)  
Non aver ripreso e avvalorato quel giudizio, in quel momento - fu indubbiamente un caso significativo di mancanza di vigilanza lucida e preveniente contro il “male sistematico”.Tale vigilanza con ogni probabilità non avrebbe evitato certe catastrofi, ma avrebbe per lo meno in ogni caso fatta salva la funzione di testimonianza e conservato alla Chiesa, in quella circostanza, il suo ruolo più proprio, più evangelico, moltiplicando energie disperse all'interno della Chiesa e dell'opinione pubblica mondiale, cose alle quali i nazisti e Hitler  stesso mostrarono  di non essere del tutto insensibili (…)
Anche riguardo a questo non si vuole sostituire un facile giudizio a posteriori, ma soltanto affermare che in condizioni di innegabili (ma non imprevedibili) necessità, piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l'iniziativa, non per velleità di protagonismo, ma con cuore umile e mosso solo da parrhesia evangelica - di professare pubblicamente la legge evangelica dell'amore e del rispetto dovuto ad ogni uomo.  


In quarto luogo, occorre compiere una revisione rigorosa di tutto il proprio patrimonio culturale e specialmente religioso, purificandolo radicalmente da ogni infiltrazione emotiva e da ogni elemento spurio, che non attenga al nucleo essenziale della fede e che possa favorire anche solo in. maniera indiretta ritorni materialistici o idealistici capaci di alimentare miti classisti, nazionalisti, razzisti, ecc.
Questa revisione e già in corso nel seno delle Chiese cristiane, e specialmente nella Chiesa Cattolica dal Concilio Vaticano II in poi: ma e ancora inadeguatamente svolta e soprattutto insuffi­cientemente divulgata. E anzi in questi ultimi tempi, nonostante il Concilio, si può avere l’impressione che non poche Chiese locali, del vecchio e del nuovo mondo, rischino di ridursi a un piatto spirito nazionalistico, che non ha niente a che vedere con una autentica pluriformità propriamente ecclesiale e spirituale.


Ci resta da dire ciò che dovrebbero fare, in ogni caso, i cristiani — i singoli e le Chiese — alla luce di eventi come quelli di Monte Sole. Procederemo solo per accenni: perché ormai se ne parla da alcuni anni, anche se certamente c’è ancora molto da fare nel chiarimento dottrinale (storico, teologico ed esegetico) e ancora più nelle iniziative o negli orientamenti. pratici (dove regna ancora molta improvvisazione, sia pure ben intenzionata, ma non per questo meno confusa).
La prima cosa da fare, in modo molto risoluto, sistematico, profondo e vasto, e l’impegno per una lucida coscienza storica e perciò ricordare: rendere testimonianza in modo corretto degli eventi.
A tutti i livelli. Dalla pura ma rigorosa ricostruzione dei fatti, alla loro documentazione, rielaborazione e rimeditazione sul piano storico e sui piano politico, e finalmente su quello filosofico e teologico. Corona di tutto questo ricordare deve essere la memoria espressa, non occasionale ma costante, nella preghiera, individuale e comunitaria.
Non si deve pensare che ciò contrasti col tassativo dovere cristiano di perdonare e di avvolgere tutto, qualsiasi cosa, anche La più tremenda, in un’atmosfera viva e conseguente di vera pace cristiana.
Elie Wiesel anche in questo può insegnarci. Egli per esempio non ha concordato col processo israeliano ad Eichmann, pur essendo ben convinto che Eichmann era colpevole, anzi l’incar­nazione del male. Ha visto Eichmann due volte: una alla stazione di Sighet mentre partiva il suo treno con gli altri ebrei deportati, e l’altra a Gerusalemme durante il processo. Eppure Wiesel dice di avere abbassato lo sguardo davanti ad Eichmann, perché ha sentito «paura di se stesso» e delle proprie potenze di male, della possibilità di divenire anche lui un carnefice, e ha sentito La colpevolezza di tutti fuorché dei morti: tutti quanti eravamo vivi allora e non siamo morti, per il fatto solo di essere vivi, abbiamo una certa misura di colpa. I morti solo sono innocenti.
Si sarà osservato che in queste pagine io mi sono dato cura il più possibile di non fare mai un nome delle persone colpevoli, morte o viventi che siano: appunto per La convinzione che a Monte Sole innocenti in assoluto siano stati solo gli uccisi e specialmente i bimbi.
Ma questo radicatissimo convincimento e lo stesso che mi fa dire che non le persone singole ma il sistema — ciò che impersonalmente ho sempre chiamato il III Reich — e le SS come il corpo scelto dei suoi sacrificatori specializzati, quelli sì bisogna ricordarli. Bisogna studiarli, enuclearli, scoprirne sempre meglio le origini, Le occasioni, le implicazioni, i fatti, le procedure; per rendere sempre più evidenti e inconfutabili le responsabilità del sistema e per poterci sempre più convincere come e perché, e con quali complicità, anche nostre, esplicite o implicite, prossime e remote, coscienti e incoscienti, abbiano potuto verificarsi queste catastrofi umane.
Tutto questo non può turbare la pace, personale o comunitaria, ma è l’unica via autentica per fondarla ed edificarla stabilmente.  

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Comunità di fede e di resistenza.
... La prima cosa che colpisce è che «soggetto di questa storia è la comunità nel suo insieme: la gente umile e inerme, che trema come una foglia, ma reagisce in modo splendido»: le vittime di Monte Sole sono state intere comunità unite precipuamente dal vincolo religioso che le qualificava e che nell'ora estrema è emerso - con molta semplicità e senza enfasi - in modo inequivoco attraverso qualche originale e inimitabile elemento di vita, proprio di ognuna di esse, sempre caratterizzate come comunità di fede.
A Casaglia la strage è compiuta prelevando la gente dalla chiesa, dopo la preghiera eucaristica presieduta dal sacerdote, Ubaldo Marchioni, alla sua volta sacrificato ai piedi dell'altare.
A Cerpiano le vittime sono state riunite e massacrate nell'oratorio dell'asilo dedicato all'Angelo Custode.
A Salvaro e a Malfolle un teste ricorderà, nei giorni precedenti, «chiesate piene di gente». Dopo gli arresti e la selezione che li stiperà nella scuderia antistante la chiesa, gli inabili, le braccia inutili e due preti, don Elia Comini e padre Martino Capelli, furono portati nella canapiera, La cisterna della filanda fu trasformata in poligono di tiro: don Elia intonò le Litanie della Vergine e padre Martino, già colpito a morte, si alzò dal fango della botte premendosi con una mano il ventre orribilmente squarciato e «con l'altra tracciò un segno di croce ampio e solenne sulle vittime della carneficina». Ben a ragione, a questo punto, Luciano Gherardi fa osservare «la carità esercitata giorno per giorno fino al sacrificio, la fraternità sacerdotale e religiosa, il morire pregando e benedicendo, la comunione totale in vita e in morte con il popolo affidato per una sola estate, e quasi per caso, al loro ministero»: comunione fra tutti effettiva e reale, voluta ed operata non da una forza umana, ma dallo stesso Cristo Signore.
Le comunità, dunque, in quanto tali rivivono principalmente come comunità di fede.
È ovvio che si stagliano sul loro sfondo tanti protagonisti o comprimari: non solo in ambito ecclesiale, ma anche in ambito civile, sociale, educativo e resistenziale.
I cinque sacerdoti caduti e tutta la catena dei pastori precedenti: dì ciascuno dei quali è colta, almeno per qualche accenno o sviluppo, la fisionomia propria; e poi gli amministratori comunali, i promotori della incipiente rete di organizzazioni sociali e sindacali; le maestre; i capi delle formazioni partigiane.

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Il senso della Fede nella storia.
... A questo punto sorge proprio il problema più grave dì tutti. Mentre i riti demoniaci si celebravano in tutta
Europa e dovunque il III Reich imperava e arrivavano i suoi sacrificatori, le SS, si immolavano le loro vittime, intanto il Dio unico e vero, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo, dove era? E per quanto invocato e supplicato - soprattutto da tanti innocenti, e con le parole più sante e più efficaci, perché da Lui stesso ispirate, e già tantissime volte esaudite nei Padri - perché rimaneva muto, come muti dovrebbero essere invece solo gli idoli?
... La fede che la vita per l'uomo credente - ebreo o cristiano - sta nella parola che Dio incessantemente gli rivolge, come si può conciliare con questo ostinato silenzio dei Dio vivente? In tutta quell'Europa che per migliaia di anni aveva riecheggiato, più di qualunque altra parte della terra, di questa Parola di Dio!
E come si può conciliare, per il cristiano, con l'avvento di Cristo e con la sua già avvenuta vittoria sulle Potenze negative divenute «pubblico spettacolo dietro al suo corteo trionfale» (Col. 2,14-15), questo scatenamento delle loro forze che sembra travolgere tutto e tutti?
Era o non era ancora valida la promessa pasquale di Colui che aveva detto: «è la Pasqua dei Signore. In quella notte io passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto»; non solo, ma aveva soggiunto «così farò giustizia di tutti gli dei dell'Egitto. lo sono il Signore» ? (Es. 12,12).

... È un dato incontestabile che Auschwitz non è stato un puro episodio isolato se pure tremendo e nemmeno un certo periodo della storia moderna, ma un punto di svolta, un'era nuova, in cui il progresso tecnologico, la pianificazione politica, gli odierni sistemi burocratici, e l'assoluta scomparsa di vincoli morali tradizionali si sono combinati per rendere la distruzione umana di massa una possibilità sempre presente.
Se ad Auschwitz si aggiunge Hiroshirna - e quello che in questi quarant’anni dal 6 agosto 1945 si è fatto per accrescere le potenzialità distruttive in mano all'uomo - il problema si fa ancora più stringente, e sembra raggiungere il limite non solo della Impossibilità di risolverlo, ma della stessa impossibilità di formularlo. 0 non ci si pensa, o se ci si pensa è tremendo e ineffabile.
... Eppure, dice Neher, la fede nasce proprio in questo punto e fa germinare il Sì dalle radici dei No.
Sulla scia del midrash Neher rovescia il versetto della Presenza: «Chi è come Te fra gli dei» nel versetto
dell'Assenza: «Chi è come Te fra i muti». t a questo punto e in questo totale rovesciamento che nasce la fede nuda e vera.
…Ancora più esplicito, e soprattutto più argomentato, è il libro di Jurgen Moltrnann, il Dio crocifisso, secondo il quale oggi dopo non sarebbe più possibile fare teologia se Dio stesso non fosse stato ad Auschwìtz soffrendo con i martirizzati e gli assassinati.
Ecco l'unica risposta, o meglio la direzione in cui può essere ricercata una risposta valida, in cui può essere effettuato un recupero non superficiale e non occasionale: ossia un recupero permanente, più ancora che della teologia, della fede, oggi dopo.
Con tutte le conseguenze. Anzitutto che nella incarnazione «fino alla morte di croce» non ci ritroviamo di fronte a un nascondimento di Dio, ma all'alienazione del suo abbassamento, dove egli si ritrova interamente presso di sé e interamente nell'altro, nei non-uominí. L'umiliazione fino alla morte di croce risponde all'essenza di Dio nella contraddizione dell'abbandono.

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ELENCO DELLE VITTIME DELL’ECCIDIO DI MONTE SOLE (MARZABOTTO) SETTEMBRE-OTTOBRE 1944(*)

(*) L'elenco delle vittime dell'eccidio di Monte Sole, è tratto dal volume "Marzabotto. Quanti, chi e dove" Comitato Regionale per le onoranze ai
     Caduti di Marzabotto

COMUNE DI MARZABOTTO

Cognome/Nome Età Cognome/Nome Età
Acquaviva Gaudenzio

02

Mazzanti Romana 21
Albertini Giuseppe 40 Mazzanti Sisto 66
Alvisi Bruno 28 Mazzei Bianca 54
Amaroli Roberto 54 Mazzini Luciano 16
Amaroli (Armaroli) Quirico 49 Melega Aldo 51

Ambrogi Olimpio 28 Mengoli Alberto 14
Amici Anna Maria 09 Mengoli Francesco 44
Amici Iris 15 Mengoli Giorgio 11
Amici Marisa 03 Mengoli Lucio 08
Andreoli Ettore 84 Mengoli Luisa 15


Angelini Santuzza 21 Mengoli Marcello 18
Angiolini Gabriella 06 Mengoli Rodolfo 52
Angiolini Giancarlo 09 Migliori Anna 06
Ansaloni Giuseppe 66 Migliori Armando 08
Astrali Anna Rosa 10 Migliori Dante 24

Astrali Gabriella 20 Migliori Enrico 73
Astrali Ida 24 Migliori Fernanda 22
Bacci Alfonso 61 Migliori Franco 05
Baietti Amelia 54 Migliori Lina 03
Balugani Giuseppina 24 Migliori Marino 04


Barattoli Edmea 30 Migliori Norina 29
Baravelli Illuminata 47 Migliori Vittoria 01
Baravelli Somiglia 27 Migliorin Olga 24
Barbari Alfredo 44 Minelli Domenico 34
Barbari Mario 26 Moli Achille 68


Barbari Rino 31 Monachini Luciano 13
Barbieri Arrigo 11 Monari Alberto 61
Barbieri Catterina (Caterina) 20 Monari Vittorio 45
Barbieri Evaristo 45 Monetti Augusto 41
Barbieri Evaristo 44 Monetti Primo 70

Barbieri Ines 30 Montecristi Ivana 05
Barbieri Luigi 25 Montecristi Nara 08
Barbieri Remo 20 Monti Argia 51
Barbieri Vittorina 12 Monti Clelia 45
Bartolini Venusta 32 Monti Emilio 76


Bartolini (Bertolini) Clementina 30 Monti Fernando 37
Beccari Pietro 31 Monti Lena 08
Beghelli Arseno 49 Moschetti Bruna 13
Beltrami Vivilla 48 Moschetti Dario 37
Benassi Caterina 20 Moschetti Ferdinando 67


Benassi Giorgio 6 mesi Moschetti Maria Concetta 11
Benassi Silvio Flaminio 45 Moschetti Mario 3 mesi
Benini Adele 49 Moschetti Vittoria 4 mesi
Benini Armando 27 Musiani Olga 63
Benini Giovanna 02 Musolesi Amalia 22

Benini Giovanni 63 Musolesi Bruna 02
Benini Maria 05 Musolesi Mario “Lupo” 30
Bernardoni Maria 38 Muzzarini Maria 51
Berti Clara 24 Nadalini Germano 12
Bertucci Carlo 05 Nadalini Ildegarda (Edoarda) 05


Betti Armando 38 Nadalini Natalìa 51
Betti Bianca 15 Naldi Anna 18
Betti Cleofe 53 Naldi Assunta 35
Betti Francesco 29 Naldi Maria 47
Betti Giovanni (Fulvio Giovanni) (1) 45 Nannetti Bice 64


Bettini Mercede 32 Nanni Augusto 58
Bevilacqua Maria 29 Nanni Augusto (Giovanni) 63
Bevilacqua Nello 05 Nanni Caterina 62
Bignami Anna 15 Nanni Elide 44
Bonaiuti Agenore 52 Nanni Fedora 34

Bondioli Amalia 56 Nanni Gabriella 8 mesi
Bonetti Leone 50 Nanni Giulia 70
Bonfiglioli Pietro 84 Nanni Lucia 07
Boninsegna Filomena 70 Nanni Marcello 31
Borgia Alfredo 61 Nanni Nerina 24


Bortolucci Teresina 49 Nanni Vittoria (6) 27
Boscarin Candida 34 Negri Emma 32
Brighetti Armando 28 Negri Gaetano 77
Buganè Marisa (Maria) 11 Neri Dionigio 81
Buganè Zaira 06 Nicoletti Maria 55


Burzi Marcellino 64 Opali Nazzarena 35
Buttelli Renzo 21 Pacchi Adriana 03
Caduto Ignoto // Pacchi Dario 07
Caduto Ignoto // Pacchi Giuseppe 28
Caduto Ignoto // Pacchi Luciano 09

Caduto Ignoto // Paganelli Maria (Vittoria) 07
Caduto Ignoto // Palandri Fiore 33
Caduto Ignoto // Palma Martino 25
Caduto Ignoto // Palmieri Elena 78
Caduto Ignoto // Pantaleoni Ester 57


Caduto Ignoto // Parenti Cesarina 51
Caduto Ignoto // Paselli Anna 03
Caduto Ignoto // Paselli Cecilia 49
Caduto Ignoto // Paselli Claudio 02
Caduto Ignoto // Paselli Dante 18


Calzolari Camillo 36 Paselli Fedelia 20
Calzolari Francesco 18 Paselli Franco 1 mese
Calzolari Natale (Natalino) 08 Paselli Genoveffa 21
Calzolari Nella 21 Paselli Ildebrando (7) 26
Calzolari Pierino (Pietro) 06 Paselli Malvina 15

Camaggi Clelia 57 Paselli Pietro 70
Canè Giuseppe 56 Pasqui Pietro 32
Capponi Edoardo 32 Passarini Paola 06
Cardi Giuseppe 30 Passini Fernando 18
Casagrande don Ferdinando 29 Pedriali Amilcare 63


Casagrande Gabriella (2) 31 Pedriali Franca 03
Casagrande Giovannino (2) 34 Pedriali Gabriele 05
Casagrande Giulia 27 Pedriali Luigi 7 mesi
Casagrande Lina (2) 22 Petrizzi Maria 09
Casalini Lina 31 Pierantoni Dolores 15


Casalini Pietro 29 Pierantoni Enea 46
Castagnari Ernestina (Albertina) 24 Piretti Domenico 08
Castagnari Franco 01 Piretti Emma 58
Castagnari Odoardo (Edoardo) 61 Piretti Enzo 11
Castori Orfeo 18 Piretti Maria 43

Catti Avellina Giuseppina 57 Piretti Riccardo 06
Cavallini Estiva 25 Pirini Annunziata 42
Ceri Giovanni 02 Pirini Damiano 03
Ceri Giuseppina 03 Pirini Giorgio 15
Chinni Amedeo 17 Pirini Giuseppina 60


Chirici Ginetta 19 Pirini Giuseppina 09
Cinti Maria 16 Pirini Marta 12
Cioni Giacomo 57 Pirini Martino 05
Cioni Remo 24 Pirini Olimpia 13
Ciottolini Lucia 30 Pirini Rosanna 07


Coltelli Alberto 58 Pizzoli Paola 03
Comastri Alfiero 21 Possati Augusta 39
Comastri Bianca 02 Predieri Renato Fernando 22
Comastri Marcellina 23 Puccetti Emilia 54
Comelli Fermo Luigi 60 Quadri Luigia 28

Comellini Alfonsa (Alfonsina) 51 Quercia Enrica Maria 78
Comissari Ermenegildo 76 Raimondi Alberto 40
Commissari Giovanni 37 Rambelli Ugo 34
Commissari Maria Celsa 57 Rami Oreste 51
Costa Luigi 58 Ricci Francesco 23


Cristalli Lea 36 Ricolini Luciano 11
Cristiani Rino 19 Ridolfi Maria Luisa 9 mesi
Cucchi Fernando 38 Righetti Elena 20
Cuppi Emilio 69 Righetti Evelina 17
Dainesi Alberto 14 Righetti Mentore 56


Dainesi Rufina Maria 55 Righi Angela 70
Daini Giuseppe 04 Righini Maria 30
Daini Guido 06 Rocca Luigia 35
Daini Lucia 02 Rocca Maria Assunta 55
Daini Teresa 1 mese Romanelli Graziella 07

Dall’Omo Augusto 87 Rosa Alberto 27
Dani Lea 18 Rosa Alda 44
Dani Maria Amelia 49 Rosa Armando 11
Dani Pietro 16 Rosa Clelia 41
Degli Esposti Cleto 59 Rosa Cleonice 42


Donati Clarice 56 Rosa Corrado 09
Dondarini Arternio 20 Rosa Ferdinando 07
Ecchia Errninia 50 Rosa Gaetano 75
Esperidi Giovanna 55 Rosa Livia 05
Fabbri Adelma 62 Rosi Gemma 23


Fabris Alfredo 05 Rossi Callisto 50
Fabris Federico 39 Rossi Giuseppe 04
Fabris Giovanna 09 Rossi Ida 71
Fantazzini Vittoria 16 Rossi Gastone (8) 16
Fanti Attilio 82 Rosti Augusto 35

Fanti Claudia 60 Rosti Ettore 32
Fantini Imelde 40 Rovigo Pietro 12
Farina Gastone 20 Rovinetti Ettore 56
Felci Bernardo 65 Rubini Ionio 19
Ferretti Adolfo 04 Rubini Livia 43


Ferretti Adriano 14 Ruggeri Augusto 14
Ferretti Anna Maria 1 mese Ruggeri Attilio Pietro 54
Ferretti Aurelio 11 Ruggeri Giulio 59
Ferretti Catterina 47 Ruggeri Lina 05
Ferretti Claudio 02 Ruggeri Maria Anna (Maria) 15


Ferretti Ersilia 08 Sabbioni Adriana 10
Ferretti Luigi 40 Sabbioni Bruna 02
Ferretti Maria // Sabbioni Desiderio 73
Ferri Livia 31 Sabbioni Gaetano 37
Fini Gina 29 Sabbioni Giovanna 07

Fini Luigi 62 Sabbioni Irene 04
Fini Maria 43 Sabbioni Otello 12
Fiori Adriana 03 Sabulli Adele 36
Fiori Bruna 17 Sabulli Francesco 74
Fiori Cesare 05 Salvador Elisabetta 22


Fiori Elvira 31 Sammarchi Giuseppina 59
Fiori Enrico 10 Sammarchi Raffaele 44
Fiori Franca 01 Sandrolini Silvano 17
Fiori Giuseppe 14 Santini Rita 77
Fiori Lea 02 Sartini Giordano Bruno 18


Fiori Maria Anna (Anna Maria) 07 Sassi Anna Rosa 02
Fiori suor Maria 43 Sassi Celso 32
Fiori Sergio 10 Sassi Gianna 05
Fornasini don Giovanni(3) 29 Sassi Graziella 29
Fortuzzi Iolanda 17 Sassi Maria Martina 22

Fortuzzi Luigi 57 Scandellari Angiolina 34
Frabboni Anna 40 Scandellari Pasquino 59
Franceschini Lodovico 62 Serenari Gelso 48
Frascaroli Giulia 25 Serenari Ernesta 55
Frontini Giuseppe // Serenari Giovanni 55

Gamberini Gino 21 Serra Annita (Anita) 20
Gamberini Luciano 19 Serra Giulia 49
Gandolfi Ines 23 Serra Ines 29
Ghelfi Maria 46 Serra Maria 51
Gherardi Anna 02 Simoncini Augusto 63

Gherardi Armando 58 Simoncini Linda 48
Gherardi Clelia 25 Simonini Valentino 54
Gherardi Enrica 29 Smerigli Antonietta 53
Gherardi Luigi 84 Soldati Franca 15
Gherardi Tina 30 Soldati Vincenzo 04

Ghidini Bruno 39 Stanzani Aldo 32
Gigli Florinda 41 Stanzani Antonio 79
Giovanetti Maria 40 Stanzani Emilio 47
Golfetti Pietro 34 Stanzani Marino 24
Gottardi Erminia 23 Stefanelli Ersilia 53

Govoni Romeo 67 Stefanelli Gaetano 04
Grani Giuseppe 11 Stefanelli Gino 12
Grani Maria 20 Stefanelli Marino 38
Grilli Eleonora 33 Stefani Egle 35
Grilli Tommaso 46 Stefani Marta 03

Guermandi Anna (4) 60 Tedeschi Adalgisa 06
Indovini Maria 28 Tedeschi Antonina 37
Iubini Bruno 05 Tedeschi Paolo 02
Iubini Emma 09 Tedeschi Zeno 04
Iubini Giorgio 11 Teglia Emilia 62

Iubini Giuseppe 08 Teglia Giuseppe 22
Iubini Ines 13 Testi Italina 15
Iubini Lucia 12 Testi Laura 20
Iubini Roberto 24 giorni Testi Lucia 09
Laffi Armando 11 Tiviroli Alfonso 62

Laffi Armida 22 Tiviroli Luigia 12
Laffi Arrigo 06 Tomesani Anselmo 13
Laffi Demetrio 05 Tondi Antonio 10
Laffi Dino 11 Tondi Giacomo 05
Laffi Ettore 32 Tondi Giuseppina 07

Laffi Fernando 08 Tondi Marta 03
Laffi Francesco 02 Tondi Norma 15
Laffi Franco 06 Tondi Paolina 02
Laffi Giorgio 07 Tondi Pia 17
Laffi Giovanni 28 giorni Tonelli Alberto 03

Laffi Giuseppe 60 Tonelli Alfredo 03
Laffi Italo 06 Tonelli Argentina 12
Laffi Lea 26 Tonelli Bruno 10 mesi
Laffi Marina 13 Tonelli Giovanna (Giovanni) 05
Laffi Massimo 3 mesi Tonelli Giuseppe 14

Laffi Mirella 5 mesi Tonelli Maria 49
Laffi Natale 58 Tonelli Maria 10
Laffi Pietro 03 Tonelli Mario 34
Laffi Primo 07 Tonelli Vittorio 08
Laffi Vincenzo 68 Tonioli (Tugnoli) Dante 44

Landini Elvira 68 Tossani Amelia 46
Lanzarini Alfredo 17 Tossani Domenico 83
Lanzarini Anna 06 Valdiserra Antonietta 14
Lanzarini Celso 81 Valdiserra Mario 06
Lanzarini Gino 18 Valeriani Giuseppe 61

Lanzarini Lucia 8 mesi Vannini Lodovico 07
Lanzarini Rosanna 06 Vannini Dino 09
Lanzarini Vittorina 12 Vannini Primo 38
Lastrucci Vittorio 39 Vannini Vito 07
Lava Ilia 06 Vegetti Imelde 46

Lava Paolo 8 mesi Ventura Adelmo 43
Lazzari Gaetano 43 Ventura Amelia 19
Leonesi Eva Tomasina 28 Ventura Anna 21
Leoni Armando 26 Ventura Argia 33
Leoni Nello 32 Ventura Armando 30

Leoni Rina 12 Ventura Clara 02
Lolli Fanny 45 Ventura Linda 12
Lolli Giuliana 15 Ventura Maria 18
Lolli Olga 28 Ventura Maria 23
Lolli Riccardo 36 Ventura Mario 30

Lorenzini Agostina 03 Ventura Nello 28
Lorenzini Anna 08 Ventura Primo 25
Lorenzini Augusta 09 Ventura Teresa 80
Lorenzini Clara 04 Ventura Vittorina 16
Lorenzini Marcella 03 Venturi Domenico 63

Lorenzini Maria Luisa 22 Venturi Enrico 54
Lorenzini Nerina 15 Venturi Gaetano 42
Lorenzini Rita Pia 26 Venturi Giuseppe 55
Luccarini Albina 15 Venturi Letizia 43
Luccarini Anna 12 Venturi Liana //

Luccarini Cesare 06 Venturi Luigi 64
Luccarini Luigi 12 Venturi Maria 37
Luccarini Prima 23 Venturi Martino 34
Luccarini Rita 09 Venturi Vilelma 64
Macchelli Maria 29 Verucchi Pia 42

Macchiavelli Fernanda 24 Vetri Ada 73
Magnani Costanzina 54 Vicinelli Lodovico 48
Marabini Amelia 47 Vigetti Zeffirino 66
Marabini Luigi 81 Zagnoni Augusto 41
Marcacci Zefferino 57 Zagnoni Rina 13

Marchetti Ersilia 58 Zanardi Francesco 50
Marchi Angelo 54 Zanetti Oreste 21
Marchi Elvira 65 Zanna Raffaele 75
Marchi Iole 3 mesi Zannini Rosa 52
Marchi Irma 19 Zannini (Zanini) Gelso 75

Marchi Luigi 69 Zanotti Tullio 34
Marchi Tommassina 42 Zappoli Albertina 25
Marchioni Marta 14 Zassi Iole 24
Marchioni don Ubaldo (4) 26 Zazzaroni Ersilia 40
Marescalchi Enrica (4) 67 Zebri Bruna 17

Mascagni Adalgisa (Adalcisa) 38 Zebri Bruno 10
Mascagni Catterina 41 Zebri Matilde 19
Masotti Armando 37 Zuarzi Emma 35
Massa Anna 03
Massa Maria 23

Massa Mario 08
Mattarozzi Roberto 43
Mattioli Augusto 54
Mazzanti Giulia 34
Mazzanti Giuseppina 43

(1) Ucciso in Chiesa di Casaglia e inumato nella Fossa Comune al Cimitero
(2) Dal Diario del padre Casagrande Augusto risulterebbero deceduti per scoppio di granata (Fondo di Comunità di Fede e Resistenza)
(3) Il Capo di Stato Maggiore della Brigata «Stella Rossa» Giuseppe Castrignano in data 6.10.1987 ha rilasciato dichiarazione nella quale si legge:
     «Per esperienza diretta degli eventi e delle persone, posso attestare di aver conosciuto personalmente il Rev. Don Giovanni Fornasini, in occasione di
      sue venute presso il Comando della Brigata e dichiaro che il medesimo non è mai stato partigiano combattente della «Stella Rossa», mentre come
      parroco della zona, così come altri, ha avuto rapporti di collaborazione, di amicizia e di assistenza spirituale con quanti si rivolgevano a lui». (Fondo di
      Comunità di Fede e Resistenza)
(4) Dal Diario del marito Casagrande Augusto risulterebbero deceduti per scoppio di granata (Fondo di Comunità di Fede e Resistenza)
(5) Uccisi in Chiesa di Casaglia e inumati nella Fossa Comune al Cimitero
(6) Uccisa in Chiesa di Casaglia e inumata nella Fossa Comune al Cimitero
(7) Ucciso sotto il Poggio e inumato nella Fossa Comune di S. Giovanni di Sotto
(8) Risulta deceduto per ferita d'arma da fuoco per fatto accidentale durante il servizio in Brigata (Comunicazione al C.U.M.E.R. del Comando di Brigata
     Fondo Istituto Regionale F. Parri per la Storia del Movimentazione di Liberazione)

 

COMUNE DI MONZUNO

Cognome/Nome Età Cognome/Nome Età

Baldazzi Arturo

50

Gherardi Mario

31
Baldazzi Ezio 11 Gherardi Vincenzo 18
Barbieri Antonietta 29 Gianassi Gino 33
Bartolini Clara 19 Giorgi Angelo 56
Bartolini Ornella 14 Gnudi Fortunata 75

Bartolini Raffaele 31 Laffi Adalgisa 56
Bartolini Ruffina 65 Lamberti Giovanni 68
Beccaccia Bruno 13 Lazzaroni Giuseppina 47
Benassi Adelfa 25 Lenzarini Arrigo 42
Benassi Germana 81 Lepri Carlo 31

Benassi Giacomo 78 Lorenzini Augusto (Agostino) 04
Benassi Pellegrino 74 Lorenzini Pietro 03
Benassi Riccardo 32 Macchiavelli Clementina 67
Benini Mario 15 Marzadori Alfonso 60
Bernardini Ida 69 Mazzanti Angiolina 44

Bernardini Luigi 61 Menarini Dario 18
Bertacci Elisa 37 Mingarelli Domenico 67
Bianconcini Arseno 41 Mingarelli Maria 18
Bonfiglioli Giuseppe (detto Costante) 20 Musolesi Alfredo 29
Bonfiglioli Pietro 84 Musolesi Carlo 47

Budriesi Elio 20 Musolesi Cleto 05
Buganè Elvira 23 Musolesi Evangelista 60
Buganè Federico 51 Musolesi Gino 28
Buganè Fulvia 20 Musolesi Giovanni 20
Buganè Gaetano 64 Musolesi Pietro 22

Buganè Pietro 17 Naldi Maria Filomena 70
Buganè Primo 60 Nanni Alberto 09
Buganè Renato 40 Nanni Romeo 49
Buganè Roberto 34 Nanni Silvano 16
Buganè Tullio 48 Nanni Sofia 38

Burzi Enrico 53 Nannoni Amedeo 16
Burzi Luigia 76 Neri Ada 39
Calzolari Augusta 54 Neri Nello 15
Calzolari Emma 51 Nerozzi Amalia 55
Calzolari Giuseppe 83 Nerozzi Francesco 15

Calzolari Remo 21 Nerozzi Primo 57
Caramalli Enrico 86 Oleandri Domenico 04
Carboni Maria 53 Oleandri Franco 04
Cella Giuseppe 66 Oleandri Giuseppe 05
Cerre (Ceri) Cesarina 49 Oleandri Pietro 77

Cevenini Giuseppe 57 Oleandri Sirio 07
Cincinnati Celestina 09 Olghini Olga 40
Cincinnati Dante 08 Parazza Amelia 33
Cincinnati Dino (Bruno) 01 Paselli Luigi 10
Cincinnati Giuseppe (Carlo) 05 Paselli Luigia 64

Cioni Antonio 28 Paselli Maria 10
Collina Tarcissa 17 Pasqui Augusto 68
Comellini Angelo 75 Passini Mirca 30
Comellini Livia 22 Pedretti Evaristo 19
Commissari Augusta (Filomena) 43 Peri Ferdinando 31

Commissari Cleonice 40 Persiani Ersilia 53
Coramelli Clelia 40 Piccolo Antonio 34
Dalle Vedove Alberto 64 Piretti Teresa 11
Dani Alfonso 20 Piretti Virginia 15
Domenichini Claudia 80 Pirini Alda 59

Elmi Sergio Gabriele 35 Pirini Margherita 57
Fabbiani Alfonso 71 Poli Mario 26
Fabbri Giovanni (detto Olindo) 30 Prosperi Arturo 17
Fabbri Luigi 29 Pudioli Maddalena 79
Fabbri Maria 29 Rossi Olderina (Ulderina) 52

Facchini Amabile 26 Rubini Eliseo 74
Faggioli Bruno 17 Rubini Maria 43
Fanti Amelia // Ruggeri Gino 36
Fanti Armando 51 Sabattini Pompeo 65
Fanti Emilio 08 Sabattini Aldo 34

Fanti Maria 19 Sammarchi Rosa 78
Fanti Rosina 23 Sandri Agostino 09
Fantini Augusto 50 Sandri Alfredo 07
Fantini Massimo 69 Sandri Annita (Anita) 02
Fedrigon Giuseppe 79 Santi Alfredo 16

Ferretti Dario 08 Santi Ida 31
Ferretti Giancarlo 11 Scala Alfredo 54
Ferretti Martina 06 Scala Augusto 64
Fiorini Armando 40 Serra Mario 35
Franchi Amedea 61 Sordi Gaetano 32

Galantini Emilio 65 Tedeschi Anna 18
Galantini Paolina 28 Teglia Augusto 67
Galli Marta 32 Tugnoli Pietro 50
Gamberini Antonio 40 Valeriani Luigia 58
Gamberini Bice 16 Ventura Aldo 42

Gamberini Bruno 14 Ventura Alfonso 48
Gamberini Cleofe 43 Ventura Anice Adele Maria 51
Gamberini Idalba 9 mesi Ventura Ettore 20
Gamberini Imelde 09 Ventura Ida 50
Gamberini Maria 22 Ventura Talemo 83

Gamberini Maria Luisa 04 Ventura (Venturi) Assunta 54
Gamberini Roberto 55 Ventura (Venturi) Livio 19
Gamberini Rosina 06 Zanini Corrado 43
Gamberini Vilma 02 Zanini Mario 16
Gherardi Angelo 58 Zanini Tonino 44

Zuarzi Antonino 36


COMUNE DI GRIZZANA

Cognome/Nome Età Cognome/Nome Età

Acacci Luisa

05

Lucchi Giuseppe

24

Accursi Giovanni

40

Macentelli Enea

30

Alessani Ettore

18

Macchelli Alfredo 11
Apzenzi (Abzenzi) Claudia 52 Macchelli Dina 17
Arienti Primo 69 Macchelli Enrica Maria 05

Bacci Amedea Caterina 29 Macchelli Francesco 36
Baccolini Anita 20 Macchelli Gino 27
Baccolini Calisto 40 Macchelli Giuseppe 56
Baccolini Claudia 22 Macchelli Rosina 24
Baccolini Federico Giuseppe 31 Mantovani Margherita 49

Baccolini Ruffillo 27 Marchi Angelo 53
Baccolini Sestilia 17 Marchi Bruno 20
Barbieri Calisto 27 Marchi Dino 16
Barbieri Colombo 32 Marchi Frediano 22
Barnabà Carlo 05 Medici Mafalda 19

Barnabà Elisa 02 Medici Mario 27
Barnabà Gino 08 Medici Massimo 62
Berti Baiardo 21 Mingarelli Giuseppe Tullio 59
Betti Cesira 33 Monti Anacleto 69
Betti Laura 34 Moruzzi Giuseppe 80

Bianchi Edmo 24 Moruzzi Rosa 33
Bonaiuti Augusto 42 Nannetti Adolfo 61
Borelli Clemente 20 Nannetti Angelo 20
Brizzi Pio 60 Nannetti Sabattino 35
Brunetti Marino 12 Nannetti Ugo 68

Caduto Ignoto // Nanni Carlo 86
Caduto Ignoto // Nanni Edoardo 17
Caduto Ignoto // Nanni Franco 16
Caduto Ignoto // Nanni Guerrino 72
Calanchi Paolino 50 Nanni Mario 24

Calisti Luigi 32 Negri Giovanni 80
Capanni Alvaro 19 Nodi Ernesto 67
Capelli Nicola Luigi (1) 32 Paganelli Maria 22
Cardi Alberto 01 Palmieri Mario 41
Cardi Augusto 57 Palmieri Nerina 12

Cardi Gina 12 Palmieri Nino 17
Cardi Lucia 20 Palmieri Riccardo 50
Cardi Maria 23 Paoli Eber 32
Cardi Maria Elena 31 Pascoletti Giorgio 53
Cardi Valter 14 giorni Pasini Giacomo 31

Cardoni Maria 16 Piacenti Gino 40
Cardoni Nerina 21 Piccioli Ruggero 48
Cardoni Remo 52 Pinelli Angelo 79
Castellani Dina 30 Piretti Maria 46
Comini don Elia 34 Possenti Amato 46

Conti Enrica 56 Predieri Medardo 53
Corticelli Livia 56 Puccetti Pasquale 71
Cumani Aldo 27 Rasini Ivo 19
Dal Cero Angelo 46 Righi Cecilia 24
Dani Agostino 11 Righi Ersilio 08

Davini Giulio 30 Righi Giuseppe 50
Degli Esposti Adelma 64 Righi Maria 30
Degli Esposti Ugo 40 Righi Ortensia 39
Delucca Giuseppe 61 Rimalti Armando 33
Donati Gino 45 Romagnoli Umberto 34

Druidi Olga 18 Rondelli Carlo 24
Druidi Renato 18 Rondinelli Enrico 75
Fabbri Giuseppe 72 Rossi Angiolina 29
Fava Antonio 48 Rossi Anna 11
Ferri Cesare 50 Rossi Edoardo 40

Ferri Eliseo 55 Rossi Enrico 68
Filocamo Maria 31 Rossi Giacomo 19
Finocchi Enrico 68 Sandrolini Fulvia 48
Fiocchi Francesco 13 Sensi Domenico 65
Fornasini Dante 47 Serenari Adolfo 57

Fornasini Francesco 42 Serenari Ersilia 63
Fornasini Giuseppe 65