Terra dalle cento storie e dalle mille tradizioni,
l'India ritrova la propria ragione d'essere
nei cinque elementi costitutivi
del proprio universo tradizionale.
Un'identità antichissima oggi difficile
da riconoscere e ancor più da mantenere.
Al degrado dell'ambiente
e a crudeli discriminazioni
reagiscono con orgoglio soprattutto
le donne e le madri del grande Paese.
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I cinque elementi - terra, acqua, fuoco, aria e spazio etereo - costituiscono per il mondo tradizionale indiano il tessuto vitale dell'Essere, sia esso l'entità psicofisica dell'uomo o il grande corpo cosmico dell'universo. È la terra a costruire i muscoli e le ossa della Natura primigenia, l'acqua ad alimentare le sue vene, il fuoco a darle calore ed energia, l'aria a farla respirare, lo spazio etereo a offrirle possibilità di movimento. E poiché la natura, in quanto vita, è sacra, altrettanto lo sono i suoi elementi costitutivi. Foreste e montagne dimore degli dei, fiumi divinizzati, fuoco simbolo di purezza, aria quale corrente vitale, spazio come grembo del primo fremito esistenziale. Ma che cosa è rimasto oggi di tanta sacralità naturale?
Quasi nulla. Piagata la terra, spogliata del verde, privata dei suoi animali, ridotta a deserto o palude, coperta di sabbia, detriti e rifiuti. Avvelenata l'acqua da liquami e residui chimici. Soffocata l'aria da scarichi e fumi mefitici, inquinato l'etere da immagini e frastuoni inutili e osceni. Perfino il fuoco è usato in maniera nefasta: per bruciare le donne e alimentare armi atomiche.
A difesa di un intero mondo minacciato si sono levate proprio le donne: più vicine alla natura, ritengono che nella trama esistenziale nulla sia superfluo e che ogni forma vitale sia funzionale e correlata alle altre. E ciò vale ancora di più in un Paese rurale come l'India, con più di mezzo milione di villaggi, dove ancora oggi il 70% della popolazione vive direttamente o indirettamente sull'agricoltura. La minaccia maggiore attualmente viene dalla monocoltura che modifica il delicato equilibrio naturale con l'arbitraria imposizione di una specie a scapito delle altre. Si sta tentando non solo di imporre che cosa mangiare, ma anche che cosa pensare. E non solo in India. Le monocolture che hanno distrutto le varietà delle specie agricole procedono di pari passo con l'eliminazione del pluralismo mentale e ciò che è proposto come libero commercio è di fatto schiavitù al capitale multinazionale.
Della militanza femminile in questo campo è uno splendido esempio Vandana Shiva, laureata in legge e fisica, che ha fondato Navdania, una sorta di banca dei semi che si occupa della raccolta e della distribuzione di piante a rischio di estinzione. Sono, del resto, molte le associazioni di donne impegnate nella salvaguardia e nel recupero dell'India agricola. A Puna "Masum", acronimo di Mahila Sarvangin Utkarshan Mandal, "Associazione per la completa emancipazione delle donne", fondata da Manesha Gupte, si occupa dell'intervento sociale e dell'educazione femminile nei villaggi attorno a Puna e sul vicino altopiano dei monti Ghat. Con un tasso di analfabetismo superiore al 40% per gli uomini e vicino al 70% per le donne, la scuola è un imperativo primario e "Masum" ha aperto piccoli centri professionali che accanto ai mestieri insegnano un nuovo modo di vedere le cose. La promozione del microcredito, gestito validamente dalle donne, e i consultori per affrontare problematiche sanitarie femminili sono tra le attività di spicco dell'associazione.
Nel Sud dell'India, e precisamente nei distretti depressi attorno a Chittur in Andhra Pradesh, opera Sahanivasa, di cui è responsabile una donna, Surya Rajni, che si batte contro le discriminazioni castali che penalizzano fuoricasta e tribali; questi ultimi superano i 40 milioni di individui e sono spesso lasciati in stato di estremo abbandono sociale.
L'agonia di Madre India
Ogni volta che l'uomo rinnega il suo rapporto di interdipendenza con gli elementi naturali e si arroga il diritto di dominarli, perde la percezione della loro sacralità e li profana. Eleggendo come unico parametro le proprie egoistiche esigenze, ritenendo irrazionale la presenza di una volontà provvidenziale nel meccanismo dell'esistenza, rischia di distruggere la vita.
L'inquinamento del Gange è una delle minacce più gravi per l'India: la sopravvivenza e il benessere del quasi 40% della popolazione dipende dal grande fiume, che nei suoi 2.500 chilometri di percorso bagna più di un centinaio di città e cittadine. E gli insediamenti urbani sono cresciuti a dismisura, quadruplicando la popolazione nel giro di cinquant'anni; un esodo continuo dalle campagne verso le città porta centinaia di migliaia di persone ad ammassarsi in baraccopoli e quartieri fatiscenti, privi di strutture sanitarie adeguate. Così la causa principale dell'avvelenamento delle acque è dovuta agli scarichi urbani, che ogni giorno riversano nei fiumi 900 milioni di litri di liquami. Benché ridotto del 10% circa, l'inquinamento industriale è altamente letale: migliaia di industrie, spesso collocate all'interno dell'abitato, scaricano quotidianamente più di mille tonnellate di sostanze fortemente tossiche. Il disboscamento delle montagne attraverso cui passa l'alto corso del Gange le ha esposte al dilavaggio delle piogge, aumentando la sedimentazione nel letto del fiume e favorendone le esondazioni.
La tutela dell'ambiente che la nostra razionale società cerca di attuare attraverso la coscienza civica, con risultati assai scarsi in tutto il mondo, un tempo veniva salvaguardata dalla coscienza religiosa, dal reverenziale timore del sacro. Il mito serviva a instillare nella mente il senso della sacralità, il tabù a preservarlo, il rito a rafforzarlo. Ciò che oggi è sbrigativamente definito come irrazionale, superstizioso, inutile, custodiva valori essenziali per la protezione della vita. Molti in India, ormai consapevoli del problema, stanno tentando un'inversione di tendenza nell'avanzare sempre più drammatico della dissacrazione e del materialismo.
La sacralità sembra purtroppo cosa d'altri tempi. Basti pensare al fuoco: baluardo contro le belve e le tenebre, compagno negli spostamenti nomadi e cuore della casa quando l'uomo si sedentarizzò, il fuoco ha segnato l'esistenza dell'umanità fin dai primordi, eppure oggi è il peggior nemico delle donne indiane. Il dramma delle spose bruciate in "incidenti" domestici è in aumento: nella sola Delhi i casi registrati nel 1997 sono stati più di 800. Contro i troppi crimini commessi nei confronti del mondo femminile si battono associazioni come Shakti Shalini, un centro di accoglienza a Delhi che dispone di una casa di ricovero e di una serie di strutture di supporto per mogli abbandonate, ripudiate, picchiate e scampate a tentativi di assassinio.
Un riscatto al femminile
Uno dei motivi principali che innesca la violenza è la pretesa della dote che, pur proibita dalla legge, continua ad affliggere le famiglie che hanno figlie da maritare: i genitori della ragazza, oltre a fornirle beni personali quali gioielli, abiti, oggetti d'uso comune e via dicendo, devono versare ingenti quantitativi di denaro alla famiglia dello sposo, che spesso non si accontenta di quanto ricevuto all'atto del matrimonio, ma pretende nel corso degli anni altri soldi o regali. Se le pretese non vengono soddisfatte, la ragazza è sottoposta a pressioni e angherie, che possono sfociare in violenze fisiche e addirittura nell'eliminazione della poveretta.
Agenti della violenza sulle donne non sono solo gli uomini: molto spesso sono le stesse donne a ferirne altre psicologicamente e fisicamente, come nel caso della suocera che angaria la nuora o giunge addirittura a decretarne l'eliminazione per garantire al figlio un nuovo matrimonio e un'altra, più cospicua dote. Il conflitto suocera-nuora in India assume dimensioni drammatiche: la prima fa scontare alla seconda i soprusi a suo tempo subiti e così la giovane sposa, quando diverrà a sua volta suocera, scaricherà le frustrazioni e le ingiustizie sofferte sulla moglie del figlio.
In molti ambiti sociali, la nascita di una bambina rappresenta una disgrazia: il padre deve trovarle un marito e fornirle la dote, mentre da maritata la ragazza entra a fare parte della famiglia dello sposo e non può né mantenere, né accudire i genitori anziani. Non solo: la figlia non è in grado di celebrare i riti funebri dei genitori; è il maschio che legittima la cerimonia. Si comprende così la diffusione dell'aborto dei feti femmina e il fatto che l'India sia uno dei pochi Paesi al mondo con una popolazione femminile inferiore a quella maschile, nell'ordine di 929 donne per 1000 uomini.
Il matrimonio continua a essere il traguardo fondamentale nella vita di una donna e la perdita dello sposo è il dramma più grave. La condizione della vedova è fra le più tremende in India: è convinzione popolare, soprattutto negli strati più arretrati e poveri della società, che la donna sopravvissuta al marito sia colpevole della morte dello sposo e che siano stati i peccati da lei commessi in questa vita o nella precedente a renderla vedova. La morale indù continua ancora oggi a scoraggiare un secondo matrimonio per le donne, e alle vedove non volute dai propri familiari non resta altra consolazione che la religione. Le città sante sono le loro mete: attratte dall'aura di spiritualità e dalla possibilità di raccogliere elemosine, vi convergono in alto numero. Purtroppo sono spesso preda di delinquenti che le sfruttano per i lavori peggiori o le avviano alla prostituzione, se sono giovani.
Ma non tutti sono insensibili al problema o accettano con indifferenza una piaga tanto terribile: ne è un esempio la Avadut Ramananda Charitable Trust, un'associazione caritatevole a favore delle vedove di Vrindavan, fondata da B.K. Mukherjee, un funzionario di Delhi che ha istituito un dispensario, un centro per farle lavorare e un movimento di opinione. Qualcosa sta finalmente movendosi e in India c'è chi si rifiuta di credere che la vedovanza sia una pena meritata: il dolore non è una colpa, ma un male esistenziale da alleviare con la solidarietà.
Ed ecco allora il Rise, Rural Institute for Social Education, fondato a Tirupati in Andhra Pradesh da una coppia di coniugi, Sushila e Ramakrishnan, che lavora al recupero morale e civico delle bambine dedicate al tempio e costrette a una vita di quasi schiavitù e abusi sessuali. E il Jwp ovvero il Joint Women's Programme, un'associazione di donne provenienti da vari strati sociali e aderenti a religioni diverse, fondato da Jotysna Chattarjee che si occupa, fra l'altro, della piaga della prostituzione coatta. I centri locali che raccolgono numerose prostitute in città come Delhi, Calcutta, Bombay e Allahabad, si adoperano affinché vengano loro riconosciuti i diritti che la costituzione indiana garantisce a tutti i cittadini, inclusa la scuola per i loro bambini, che devono avere un'esistenza normale.
La normalità: la grande risposta del femminile. Alle continue devastazioni le donne oppongono la costante ricomposizione della normalità. Una normalità che non è banale, soffocante, scontata ripetitività, ma profonda aderenza alla norma naturale di vita che si basa sull'amore, la cura, la protezione, caratteristiche tipicamente femminili. E se davvero l'India vuole risignificarsi, è tempo che ascolti le sue donne.
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Questo servizio, scritto appositamente per Popoli, sintetizza il valido testo che accompagna le splendide foto del volume Cinque volti dell'India, pubblicato dall'Associazione culturale Obiettivo sul mondo. Le foto sono state fornite direttamente dagli Autori. Il volume si può richiedere a Obiettivo sul mondo, via Folletta 6 - 20081 Abbiategrasso, MI (tel./fax 02.94.66.688) oppure alla redazione di Popoli al prezzo di L. 60.000. Il ricavato delle vendite andrà a favore del progetto di assistenza a ragazze-madri nel sud dell'India, di cui abbiamo parlato nel numero di febbraio ("Giubileo solidale"). Gran parte di quanto narrato nel libro è stato raccolto in cinque videocassette dalla Televisione della Svizzera italiana, realizzate da Werner Weick e in vendita - in Italia - presso la Libreria San Carlo di Milano.
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