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| Alcuni musulmani in preghiera sull'altipiano che sovrasta il Cairo |
Al fondamentalismo islamico, culminato nella recente strage di Al Kosheh, si aggiunge l'intolleranza dei copti-ortodossi. Il Governo di Mubarak cerca di minimizzare il fenomeno. Le speranze del Patriarca di Alessandria Stefanos II dopo la visita del Papa.
Il cardinale Carlo Maria Martini, tornato dai suoi incontri ecumenici e interreligiosi, ama sempre sottolineare le realtà positive da lui sperimentate. Si ispira così a papa Giovanni XXIII che mal sopportava i profeti di sventura, convinto della necessità di "cercare ciò che unisce e non quello che divide".
Di ritorno dalla Grecia, una dozzina di anni fa, dissi all'Arcivescovo di Milano che avevo trovato i cristiani ortodossi chiusi, eccessivamente attaccati alle loro tradizioni e non disposti all'incontro. Gli feci notare che, forse, a lui i capi delle varie religioni serbavano un trattamento particolare, mentre con me non si aprivano al dialogo e alla preghiera.
Il Cardinale, rifacendosi alla teologia di Bernhard Häring, mi suggerì di far ricorso alla "profezia autoavverantesi": bisogna mettere sempre in evidenza le realtà positive e i sogni, affinché questi si avverino.
Per onorare ancora una volta il suo suggerimento, non mi limiterò a parlare delle esperienze negative, e contemporaneamente porrò alcune domande. Per esempio: chi è ancora interessato al dialogo ecumenico e interreligioso? Accettiamo senza pregiudizi quanti si riconoscono come fratelli in Cristo? Nel dialogo con i musulmani, la nostra testimonianza è tale per cui stiamo impostando un dialogo di vita, condividiamo pacificamente la nostra esistenza? Siamo, invece, così provocatori da costringere molti appartenenti alla religione islamica a prendere le distanze da noi? Per quanto riguarda il dialogo teologico, noi cattolici aiutiamo i musulmani a porre le domande più appropriate riguardo alla religione cristiana? Ci sforziamo di entrare nel modo di pensare degli arabi? Ci preoccupiamo di capire se i termini usati hanno la stessa valenza nelle due diverse culture?
Capodanno di sangue ad Al Koshen
È stata molto suggestiva la liturgia natalizia officiata da papa Shenuda III, massima autorità copta, nella stupenda sede del Cairo, il 7 gennaio. Alla messa pontificale erano presenti le più alte cariche dello Stato. Mosse da convinzione religiosa? No, al governo ci sono solo musulmani. Forse si trovavano lì per tastare il clima, dopo i sanguinosi fatti capitati cinque giorni prima nella piccola città di Al Koshen, provincia di Sohag. Lì - secondo le statistiche ufficiali - una ventina di cristiani sono stati ammazzati e un centinaio feriti per mano musulmana. La gente sostiene invece che i morti sono stati più di cento, numerosissimi i feriti e che molte case sono state bruciate. Il presidente Mubarak ha subito affermato che si è trattato di faide interne al villaggio, provocate da interessi economici, ma per le strade si parla ormai apertamente di conflitto interreligioso. Per questo il Governo ha imposto al papa Shenuda di ufficiare i suoi riti, nonostante che in un primo momento il primate della Chiesa ortodossa non volesse celebrare la santa Messa di Natale in segno di lutto. Proprio lui, che si è dichiarato rappresentante ufficiale dei cristiani presso il Governo, nella sua omelia non ha fatto alcuna allusione ai drammatici avvenimenti.
Tutt'altra scena si è presentata a chi ha varcato la soglia della chiesa ortodossa di Al Koshen, il giorno di Natale. L'altare era ricoperto di drappi neri. I cristiani avevano deciso di non celebrare la messa. Come sarebbe stato possibile festeggiare il Natale del Principe della Pace in una terra rigata di sangue fratricida?
Nel Natale del 1998, mentre già era avviata la carneficina in Kosovo, il Patriarca dei serbi, Pavle, tenne l'omelia probabilmente più corta di tutta la storia della Chiesa: "Quando il fratello ammazza il fratello, Cristo non torna a nascere".
Al di là del silenzio di papa Shenuda, i cristiani di Al Koshen hanno voluto rendere la loro testimonianza. Nessuna eco nei mass-media e nella politica del Governo del Cairo, che fa di tutto per non dare al mondo l'impressione che l'Egitto sia in preda al fanatismo religioso.
Già nel 1998, in quella stessa cittadina, si era verificata una serie di violazioni dei diritti umani nei confronti dei Copti ortodossi. Le relazioni con i musulmani si erano improvvisamente incrinate. I fedeli dell'islam sono la minoranza: 15 mila contro i 35 mila cristiani presenti. Secondo il giornale inglese The Sunday Telegraph del 25 ottobre 1998, la polizia, anziché fare il proprio dovere, era stata coinvolta in terribili rituali di crocifissioni e di tortura dei cristiani. Chi diffuse quelle angoscianti notizie fu incarcerato - come capitò al vescovo copto ortodosso Wissa - o dovette pagare multe elevate - come avvenne per il giornale britannico, costretto a sborsare 17 milioni di dollari per aver fomentato il settarismo in Egitto.
Alcuni intellettuali, sia musulmani sia cristiani, sostengono che se quei fatti fossero stati affrontati seriamente, non ci sarebbe stato il massacro del 2 gennaio del 2000. Una insegnante del Cairo, proveniente dalla provincia di Sohag, ha affermato di conoscere molti musulmani convinti che nel terzo millennio i cristiani non dovrebbero più vivere in un Paese islamico come l'Egitto.
In questo questo mosaico di religioni la convivenza è tutt'altro che facile. Al Cairo la situazione è relativamente tranquilla, perché a ogni angolo della strada ci sono soldati e poliziotti con il mitra in mano. Non si può infrangere la legge apertamente, perché nessuna trasgressione passa inosservata.
Viaggiando all'interno del Paese, si è continuamente fermati dalla polizia, per vari controlli. Nei villaggi, invece, la gente spesso si fa giustizia da sola e quando intervengono le forze dell'ordine non sempre la situazione migliora: i poliziotti spesso appoggiano quanti condividono le loro idee, scelte e convinzioni religiose.
Eppure bisogna sperare
Molti monaci copti-ortodossi pensano che l'ostilità nei confronti dei cristiani sia da attribuire ai comportamenti degli occidentali, in particolare dei cattolici. Questi, dopo il Concilio Vaticano II, si sarebbero ulteriormente allontanati dall'insegnamento di Gesù, non credendo più nel valore della legge e della disciplina, conducendo un'esistenza praticamente atea, cercando di vivere felici da soli, sfruttando i più poveri della Terra. Sarebbero inoltre colpevoli di non praticare mai il digiuno e soprattutto, di non pregare in modo assiduo.
Non ho trovato un solo monaco disposto a permettermi di ricevere l'eucaristia in una delle loro messe. Di fronte alla domanda se fosse possibile - in caso di necessità - che un prete ortodosso assolvesse un cattolico, la comune risposta era che la questione è di competenza del vescovo. E, fatto molto grave, da un po' di anni, gli ortodossi egiziani applicando la legge di papa Shenuda obbligano a ribattezzare il cattolico che vuole sposare una ortodossa.
In questa situazione sembra quasi che il dialogo tra i cristiani presenti maggiori difficoltà rispetto al dialogo con i musulmani. Ciò nonostante, c'è chi spera di riavviare il dialogo, anche se ciò avvenisse in tempi lunghissimi. Su questa posizione è Sua Beatitudine il patriarca cattolico Stefanos II Ghattas.
I suoi ottant'anni li porta talmente bene che pare una follia pensare che possa ritirarsi per limiti d'età. Sorride nel dire: "Sono condannato a essere patriarca a vita". Ma è un uomo che non si perde d'animo, nonostante i tanti ostacoli.
"Dialogo difficile - afferma Stefanos II - anche con gli ortodossi il cui leader, papa Shenuda, per anni non ha avuto rapporti con la Chiesa cattolica e solo recentemente ci ha fatto due visite: una in occasione del nostro Sinodo e l'altra per l'apertura del grande Giubileo del 2000. Anche la visita del Papa, dal 24 al 26 febbraio, ha rafforzato la speranza. Il dialogo interreligioso è voluto prevalentemente dai cattolici, mentre gli ortodossi si reputano autosufficienti e sembrano non percepire neppure l'utilità del dialogo".
Se la Gerarchia non dialoga, in molte parti del Paese la base è impegnata in un dialogo pratico, i cristiani collaborano al di là delle diverse denominazioni. Purtroppo ora si è perfino giunti a legiferare che è obbligatorio rifare il battesimo ai cattolici che vogliono contrarre le nozze con appartenenti alla religione ortodossa. Ma, al di là di questi eccessi, che creano non poche confusioni e tensioni, si registrano anche fatti di tolleranza, rispetto e addirittura di stima reciproca.
Anche sul rapporto con i musulmani, Sua Beatitudine si mostra fiducioso. Ci racconta un fatto che ispira il suo sostanziale ottimismo riguardo al dialogo interreligioso.
Il governatore della provincia di Sohag, benché musulmano, era alunno dei Fratelli cristiani. Erano i primi anni del 1920, e in quella scuola il catechismo della Chiesa cattolica faceva parte del normale curriculum. Suo padre, uno dei più importanti leader musulmani, era solito ripetergli: "Quello che studi al mattino lo studi anche la sera". Così alla sera mandava il figlio da un capo religioso musulmano a imparare la religione islamica. "Veramente il Dio del mattino era anche il Dio della sera", osserva arguto e pacato l'anziano Patriarca d'Alessandria.
Serenità e ottimismo non impediscono a Stefanos II di essere realista: i cristiani sono discriminati nei confronti dei musulmani, anche sul piano politico. Per costruire o per riparare una chiesa è richiesto uno sforzo immane, faraonico: bisogna arrivare fino a Mubarak che ricorrerà poi a un decreto presidenziale per cambiare magari solo la porta di quella chiesa. Il dialogo con i musulmani è reso difficile dal fatto che questi non hanno un'ermeneutica per interpretare il Corano e sono sostanzialmente chiusi a tutto ciò che sa di moderno e di laico. "Il dialogo è superficiale e non tocca il cuore dei problemi", sostengono molti fedeli di Allah.
La Chiesa cattolica è un'esigua minoranza: raggruppa duecentomila credenti. Pochi i praticanti. E sempre più frequente è il fenomeno dei cristiani che passano alla religione islamica, mentre non capita mai il contrario. Chiediamo al Patriarca se la Chiesa cattolica può essere voce profetica di tante situazioni di ingiustizia. "Siamo in pochi - risponde - non ne abbiamo le forze. Noi ci limitiamo a fare scuola: l'apostolato più utile è la formazione della gioventù. Chi frequenta le nostre scuole (e la maggior parte dei nostri studenti appartiene alla religione musulmana) si apre a una conoscenza più realistica del mondo. Come sempre, la speranza è riposta nei giovani per i quali bisogna pregare - conclude il patriarca dei cattolici - perché, invecchiando, non perdano l'entusiasmo e non ripetano gli errori dei loro padri".
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Nella terra del Nilo, negli ultimi venti anni il fenomeno religioso si è trasformato in fenomeno sociale. I movimenti religiosi egiziani si sono infiltrati nei sindacati delle varie categorie e hanno causato tensioni, sfociate nella lotta contro il Governo, espressa con la violenza e l'assassinio di personalità politiche e di intellettuali. Si sono inoltre infiltrati negli ambiti culturali tentando di islamizzare le scienze, l'insegnamento, la letteratura, l'arte, l'abbigliamento. L'obiettivo fondamentale di questi movimenti è l'applicazione della legge islamica, che include anche articoli sulla distinzione tra credenti e non. I conflitti tra i movimenti religiosi e le organizzazioni ufficiali religiose (al-Azhar), e il Ministero degli Affari religiosi si sono intensificati a tal punto che alcuni fatti violenti hanno intaccato la vita religiosa della nazione e l'unità dei cittadini. Questa l'attuale situazione religiosa d'Egitto: L'Islam È la religione della maggioranza (93% della popolazione). Gli organismi ufficiali della religione islamica sono: 1. L'Azhar. L'autorità suprema è lo Sheikh dell'Azhar che ha i seguenti compiti: messaggi in occasione delle feste religiose; discorsi nei convegni; apertura dell'anno accademico all'università dell'Azhar; l'emanazione delle Fatwe, le opinioni legali su argomenti particolari fondate sul Corano e le discipline teologiche islamiche; la presa di posizione contro i movimenti estremisti. L'attuale sheik si chiama Mohamed Said Tantawy. 2. Il Ministro degli Affari religiosi. Ha il compito di promuovere la politica religiosa del Paese e il dialogo con le religioni. 3. Il Mufti. Ha il compito di pronunciarsi su questioni particolari, quali l'infibulazione delle ragazze, le analisi prematrimoniali, il matrimonio urfi (non ufficiale), lo stabilire se è halal, permesso o haram, proibito. La Chiesa Copto-Ortodossa. Dal 450 la Chiesa in Egitto si è divisa tra i seguaci di un'unica natura in Cristo e i seguaci delle due nature. L'autorità suprema è il patriarca. Il patriarca attuale è il papa Shenuda. La Chiesa cattolica. I riti cattolici sono sette:
Inizia per opera di missionari stranieri fin dal 1633 e diventa Chiesa indipendente dalla Chiesa madre nel 1958. Comprende attualmente 320 chiese sparse in tutta la nazione.
V.Sal. |