A dieci anni dalla fine della guerra fredda non si ferma
la corsa agli armamenti. E come sempre i costi,
umani ed economici, sono sulle spalle dei più deboli.
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Il bambino che muore di fame nel Nord Corea e il vecchio che marcisce in una delle tante baraccopoli sudamericane non lo sapranno mai, e nemmeno i piccoli sieropositivi che abbondano ormai in ogni angolo dell'Africa o i barboni che congelano nelle metropoli europee. Ma ognuno di loro, e ognuno di noi, ogni anno spende teoricamente 124 dollari (circa 250.000 lire) per l'acquisto di armamenti. È la cifra che si ottiene se si divide la somma da capogiro spesa per le armi nel 1998 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati), pari a 745 miliardi di dollari, per i 6 miliardi di esseri umani. Sono cifre ufficiali, basate sui budget e sui consuntivi dei vari Paesi, dati (e soldi) pubblici insomma. È uno dei tanti e più odiosi paradossi del nuovo millennio, se si pensa che un miliardo e mezzo di persone deve vivere con meno di un dollaro al giorno e che basterebbe poco più di un centesimo di ciò che si spende ogni anno in armi per dare acqua e infrastrutture igieniche a tutta l'umanità. Dunque, da quando Raoul Follereau, negli anni '70, invitava Usa e Urss a rinunciare a un bombardiere a testa per fermare la fame nel mondo, poco è cambiato.
Dalla guerra "fredda" alle "calde" guerre locali
Il problema della produzione e del commercio di armi va compreso in un'ottica più ampia in cui rientrano complesse questioni geopolitiche, economiche, storiche e in cui intervengono pesantemente gli interessi delle nazioni più potenti. Indubbiamente la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e la fine della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico hanno segnato una svolta. Una prima, immediata conseguenza è stata la netta diminuzione delle spese militari globali: in dieci anni sono diminuite del 40%. Questo decremento non deve però trarre in inganno, essendo in realtà legato, almeno in parte, a una razionalizzazione delle spese, a una riduzione degli investimenti nel settore nucleare, a un aumento di efficienza delle armi, e a un conseguente assottigliamento degli eserciti più che degli arsenali. Questi ultimi, inoltre, hanno visto cambiare la loro composizione in base alle mutate esigenze strategiche: dal rischio latente di una guerra totale di tipo nucleare si è passati alla prospettiva ben più concreta di guerre regionali, combattute con armi convenzionali, meno costose ma anche, alla fine, più micidiali: si stima infatti che le armi leggere provochino oltre il 90% delle vittime dei conflitti odierni.
Va inoltre sottolineato che la tendenza al decremento delle spese militari si è bruscamente interrotta nel 1997 e, sebbene i dati (ancora provvisori) del 1998 segnalino una nuova diminuzione, per il 1999, anno dei conflitti in Kosovo e in Cecenia (senza contare gli innumerevoli e sempre attivi focolai di guerre civili in Sudan, nella zona dei Grandi Laghi, in Colombia, ecc.), è lecito attendersi un nuovo incremento.
Un vero mercato globale
Diversamente da ciò che succede per altri prodotti, quello delle armi è oggi un mercato che si avvia a diventare effettivamente globale, anche se permane una posizione dominante. Paese leader nella produzione e vendita delle principali armi convenzionali sono infatti gli Stati Uniti, che da soli detengono una quota di mercato vicina al 50%. Seguono Russia, Regno Unito, Francia, Germania e Cina; l'Italia è ottava, preceduta dall'Olanda (la classifica si riferisce al quinquennio 1994-1998). Le prime dieci nazioni della graduatoria detengono il 90% del giro d'affari. Ma gli esperti sottolineano come i Paesi in via di sviluppo siano sempre più propensi a produrre in proprio gli armamenti, sganciandosi dalla dipendenza nei confronti dell'Occidente. Inoltre, già oggi, le traballanti economie di molte nazioni del Terzo mondo si alimentano anche grazie ai proventi del vastissimo commercio illegale di armi, con vere e proprie centrali di smistamento in tutti i continenti: quando un conflitto finisce o se ne attenua la violenza, le armi vengono rivendute ad altre milizie o eserciti.
Tutto ciò spiega tra l'altro la crisi di molte industrie belliche nei Paesi occidentali, che costringe i governi a impegnativi interventi di salvataggio: in Gran Bretagna, ad esempio, ogni anno 3.000 miliardi di lire dei contribuenti vanno a supportare questo settore in deficit.
Un freno allo sviluppo
La geografia del commercio cambia se si leggono i dati secondo il luogo di destinazione delle armi: nei primi posti della classifica degli importatori fanno la loro comparsa nazioni che, nonostante le gravi difficoltà economiche, investono gran parte dei loro già magri bilanci in armamenti; esempi sono l'Arabia Saudita, la Turchia, l'Egitto, la Thailandia, l'Iran, il Brasile e il Cile. Due Paesi come India e Pakistan, in cui una buona fetta della popolazione fatica a sopravvivere, sono impegnati da anni in una costosissima escalation nucleare e hanno ciascuno sei volte più militari che medici. Per alimentare una guerriglia estenuante, negli ultimi anni il Sudan ha investito nelle spese militari un terzo del proprio prodotto interno lordo.
A livello mondiale l'incidenza media delle spese belliche sul Prodotto nazionale lordo è del 2,6%, ma in alcune zone tradizionalmente calde la percentuale sale notevolmente: il record è del Medio Oriente, dove si investe mediamente il 20% del Pil in armamenti. È impressionante inoltre osservare la vera e propria militarizzazione di tutta l'area nord-orientale dell'Asia: Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Cina sono tra i venti maggiori importatori.
L'umanità dunque sembra non voler uscire dal secolare circolo vizioso tra povertà, conflitti e nuove povertà. La debolezza delle istituzioni internazionali, la fragilità o l'assenza di sistemi democratici in molte nazioni, gli interessi politici ed economici dei Paesi ricchi, concorrono a creare un mix (si può ben dirlo) esplosivo in cui a pagare, il più delle volte, è chi avrebbe volentieri scelto la pace.
Stefano Femminis
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Ne sono sepolte 118 milioni in tutto il mondo. Oltre a ferire e mutilare adulti e bambini, impediscono l'accesso e la coltivazione di vaste aree, soprattutto nei Paesi del Terzo Mondo.
Ogni 20 minuti una persona è uccisa o seriamente ferita da una mina antiuomo. Basterebbe questo dato a far capire il dramma legato a questo tipo di arma, tanto subdola quanto tragicamente efficace. Ma, se ci si addentra nel problema, si capisce come la capacità distruttiva delle mine (secondo alcune stime ne sono posate 118 milioni in tutto il mondo) non produca i suoi nefasti effetti solo su singole persone (e ciò sarebbe grave di per sé), ma pregiudichi lo sviluppo sociale ed economico di intere nazioni. Dire che il 35% dell'Afghanistan e della Cambogia è infestato da mine antiuomo, significa che più di un terzo del loro territorio non potrà essere coltivato, né utilizzato per attività produttive. Una situazione che si traduce in ulteriore povertà per Paesi che, dopo guerre devastanti, stanno cercando di recuperare un livello di benessere accettabile. A ciò va aggiunto che la maggior parte delle vittime sono giovani. Sono più di 300mila i bambini (il 20% del totale) colpiti dalle mine. E, anche in questo caso, oltre allo sdegno per un'arma che non fa differenze, colpendo chiunque si trovi sul suo cammino, ci sono pesanti risvolti economici e sociali. Un giovane mutilato, in Paesi che vivono ancora di agricoltura, è un "essere inutile", un "peso" per la società: una persona che non può produrre, gravando su una società già povera e perciò viene discriminata.
Enrico Casale |
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L'Italia frena, anzi no
Grazie a una legge approvata nel 1990, ogni anno il Governo italiano è obbligato a presentare una relazione in cui illustra l'andamento nel nostro Paese di esportazioni, importazioni e trasferimenti di armamenti. La normativa, lodevole per il principio di trasparenza a cui si ispira, è stata però più o meno consapevolmente aggirata nella Relazione relativa al 1998 (quella riferita al 1999 dovrebbe essere presentata proprio in questi giorni): la denuncia, calcoli alla mano, è arrivata da Oscar, l'osservatorio sul commercio di armi con sede a Firenze. Infatti, il calo del 6% rispetto al 1997 nel valore complessivo delle esportazioni, indicato nella Relazione, è frutto di un doppio errore contabile, successivamente riconosciuto anche dalla Presidenza del Consiglio. Rifatti i conti, si scopre che in realtà il valore delle commesse è aumentato in un solo anno del 30%. Dunque, un vero e proprio boom.
S.F.
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