La fede sostiene la voglia d'indipendenza
Testo e foto di Maurizio Giuliano e Antoni Castel
La natura lussurreggiante e il mare tropicale
non riescono a nascondere la tragedia di Timor est
dove miseria, malattie e una repressione spietata
cadono nell'indifferenza della comunità internazionale
Solo la tenacia e il coraggio di un popolo e della Chiesa
al suo fianco mantengono viva la speranza.
Le cifre parlano da sole. Timor Orientale ha attualmente una popolazione di circa 800mila persone. Ma negli ultimi venticinque anni oltre 300mila timoresi sono scomparsi, vittime della repressione, deceduti per fame o malattia. Tubercolosi, malaria e lebbra continuano infatti a mietere vittime e ogni giorno decine di migliaia di timoresi lottano tra la vita e la morte, alla ricerca di un poco di riso o tapioca, oppure difendendosi dalle fazioni armate che terrorizzano la popolazione.
Siamo giunti a Timor dopo oltre sei ore di volo dalla capitale indonesiana Jakarta, sobbalzando da un'isola all'altra dell'arcipelago su un piccolo aeromobile, fino a raggiungere il minuscolo aeroporto di Dili, capoluogo della provincia di Timor est (per gli indonesiani), capitale di una piccola nazione, secondo la popolazione. Comunque sia, il territorio che occupa la parte orientale dell'isola omonima nell' Oceano Pacifico, poco a nord dell'Australia, è stato colonia portoghese sino alla rivoluzione del 1974. Poco dopo l'indipendenza fu invaso dall'Indonesia, ed iniziò una dura guerra civile che ancora continua.
La Chiesa, identità di un popolo
All' aeroporto ci attende padre Joćo Felgueiras, anziano gesuita portoghese che vive nell' isola da oltre trent'anni. Ci aggiorna sugli ultimi sviluppi della situazione, che sono alquanto drammatici: massacri, sparizioni, omicidi politici, morti per malattie e per fame. Ciò nonostante, Timor è anche una terra di speranza, come è scritto in lingua locale, tetùn, su un calendario donatoci da padre Felgueiras: "Timor, rai esperansa nian". Nonostante la violenza e le tremende privazioni, la popolazione riesce a far fronte alla situazione con un coraggio ed una vitalità stupefacenti, se non miracolosi. Non ci occorre molto tempo per trovare uno degli elementi che hanno reso possibile questo miracolo: la profonda fede cattolica, unita alla presenza di un'attivissima Chiesa. Una fervida attività che ha portato il vescovo di Dili, il salesiano monsignor Carlos Felipe Ximenes Belo, a vincere il premio Nobel per la Pace nel 1996 insieme al leader esiliato della resistenza, José Ramos Horta.
I religiosi locali ed i missionari lavorano fianco a fianco, sui progetti più diversi, con risultati che sono eccellenti secondo qualsiasi standard del terzo mondo. Dai programmi d'insegnamento dei Padri gesuiti, ai corsi di cucito e i dispensari delle Suore carmelitane, dalle scuole materne delle canossiane, ai tornei di calcio e i corsi di agricoltura dei salesiani. Senza dimenticare i programmi di emergenza alimentare della Caritas diocesana. In pochi giorni, con la guida di Padre Felgueiras abbiamo modo di vedere con i nostri occhi il grande lavoro della Chiesa a Timor orientale.
A colpire però non è solo l'impegno ecclesiale, ma anche la partecipazione della popolazione, che nella fede cattolica ha trovato un elemento di unità e di riscatto. La domenica mattina, alle sei, ci rechiamo alla messa, celebrata ogni giorno all'alba da monsignor Belo. Anche arrivando con venti minuti di anticipo è impossibile avvicinarsi all'altare. La residenza del vescovo ed il giardino circostante sono gremiti.
Ma stupisce anche l' impegno dei laici. Grazie a Padre Felgueiras, instancabile nonostante i suoi settanta anni e la malaria, ci è possibile conoscere alcune persone eccezionali. Come Maria Fatima Ximenes Dias, giovane timorense, ha trasformato la sua casa in un policlinico senza medici, dove lei è l'unica infermiera. Vi accoglie malati di tutti i generi, riuscendo spesso a salvare la loro vita in un Paese dove i tre ospedali ufficiali funzionano male e solo per chi ha denaro o i contatti giusti. Oppure come la sua coetanea Laura Abrantes, che dirige l'organizzazione "Fokupers" a sostegno delle donne. La visitiamo nel suo piccolo ufficio, dove lavora con un computer, un telefono che raramente funziona, ed alcune altre giovani impegnate nella lotta per l' emancipazione delle donne timoresi. Ci spiega in cosa consiste il loro lavoro, e ci offre testimonianze agghiaccianti. Racconti di stupri, assassinii, barbarie commesse contro le donne timoresi, spesso dai militari indonesiani. Con un grande entusiasmo e altrettanto grandi sacrifici, Laura è stata anche all'estero, fino in Europa, per cercare l'appoggio della comunità internazionale.
Il fratello di Laura, Manuel Abrantes, è direttore della Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Dili. I dati da lui forniti sono quelli che vengono utilizzati e diffusi giornalmente da Amnesty Internationalo Human Rights Watch. Ci racconta che nel 1998 è aumentato considerevolmente il numero di abusi dei diritti umani. Basti ricordare il massacro di Alas, nel dicembre 1998: i soldati indonesiani uccisero circa cinquanta persone e lasciarono oltre duecento famiglie senza casa.
| La chiesa (qui a lato il Vescovo Belo) non solo fornisce un'identita' ai timoresi; le sue attivita' sociali rendono possibili a molti la sopravvivenza e la speranza. |
Uno dei momenti più commoventi della nostra visita è stato senza dubbio il 7 febbraio, giorno della festa della Beata Bakhita. Le Suore canossiane (la madre superiora, madre Maria, è italiana di Lecco ma, dopo quarant'anni di permanenza quaggiù, timorese nell'animo), avevano organizzato una piccola festa, allietata solo dal calore della gente. Erano presenti alcune centinaia di bambini nei loro tipici vestiti rossi e gialli, colori della bandiera locale.
Verso sera, terminati i festeggiamenti, la gente si affretta a tornare a casa, consapevole che in qualsiasi momento la città potrebbe essere invasa da milizie armate pronte a nuove stragi. è anche tangibile la preoccupazione per i parenti, malati di tubercolosi o malaria, che rischiano di non sopravvivere se non si trovano le medicine. Farmaci come il lariam o la clorochina, che si comprano in Italia per poche migliaia di lire, sono introvabili a Timor. Nel frattempo la popolazione continua, con rudimentali strumenti, a cercare il cibo offerto dalla terra o dal mare: riso, patate, tapioca e, a volte, pesce. Sempre accompagnati da molto caffè.
La distribuzione di armi da fuoco a milizie anti-independentiste, da parte dell'Indonesia, ha causato ulteriore panico agli inizi del 1999. Mentre a Jakarta il presidente Jussuf Habibie annunciava la sua intenzione di aprire un dialogo sul futuro del territorio, i militari distribuivano armi alle milizie a loro vicine, come Alpha, Halilintan e Saka. "Il governo indonesiano vuole dimostrare al mondo che Timor si trova in una situazione di guerra civile, al fine di giustificare la sua presenza", ci dice Joćo Alves, esponente della resistenza.
Nella residenza dell'ex governatore (rappresentante dell'Indonesia) Manuel Viegas Carrascalćo, in seguito divenuto membro della resistenza, si trovavano oltre trecento persone che erano fuggite dalle persecuzioni nelle zone di Alas, Turiscae, Ainaro o Maubara. I profughi, che ricevono alimenti da parte di organizzazioni come la Caritas, sono un aspetto di un conflitto che ha assunto una nuova dimensione dopo che l'Indonesia ha accettato di negoziare con il Portogallo, alle Nazioni Unite, il destino di questo territorio, dimenticato dal mondo dal 1976.
Da febbraio si fa un gran parlare della prospettiva dell'indipendenza per Timor orientale, argomento anche di colloqui senza veri risultati in marzo, a New York. Difficile dire se si tratti di speranze realistiche. Ciò che è certo - e più urgente - è che, senza l'aiuto della comunità internazionale, migliaia di persone rischiano di soccombere prima di vederle concretizzate.