Marzo 1999


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CHIESA E MISSIONE

UN'ESPERIENZA DAL BANGLADESH

L'UOMO DEGLI ZINGARI

Victor Edwin

Un prete italiano che ha vissuto con gli zingari
dodici anni in Italia, otto anni in Brasile
e gli ultimi cinque in Bangladesh, ci parla
di questa sua ultima esperienza in ambiente musulmano:
il suo lavoro, le sue difficoltà, le sue speranze.

Vita quotidiana
dei Santal,
zingari musulmani
del Bangladesh.

Padre Renato Rosso è un sacerdote italiano che vive e lavora con gli zingari del Bangladesh. Gli zingari sono musulmani e la sua vita e il suo lavoro tra loro è un magnifico esempio per tutti quelli fra noi che prendono sul serio la collaborazione tra gente di fede diversa. Recentemente è venuto in India per un incontro ed ho avuto la possibilità di intervistarlo a Delhi. Ecco una sintesi dell'intervista.

- Come è nato il tuo interesse in questo tipo di apostolato e qual è stata la reazione dei tuoi superiori?
L'interesse per gli zingari è nato quando ero ancora studente in Italia. Cominciai con l'incontrare questa gente in riva al fiume che non era lontano dal nostro seminario. Divenni loro amico in modo informale, semplicemente passando del tempo con i ragazzi della loro comunità. All'inizio il superiore, quando mi vedeva uscire per incontrare questa gente, cercava di scoraggiarmi. Talvolta, per l'insistenza con cui andavo avanti in questo lavoro, mi ha anche punito dandomi un maggior numero di ore di insegnamento nella scuola. Ma, con mia sorpresa, dopo due anni mi chiamò e mi disse che apprezzava il mio amore per gli zingari. Aggiunse che aveva voluto mettere alla prova la sincerità e fermezza della mia scelta, e mi incoraggiò a continuare il lavoro nel nome di Gesù. E mi aiuta ancora oggi. La cosa, invece, è stata uno shock per mia madre: si aspettava che fossi un prete nel modo tradizionale! Tuttavia, con il passare degli anni, ha compreso il valore di questo lavoro e ha cominciato ad aiutarmi.

- In generale gli zingari sono considerati gente sporca, infida. Non hai provato avversione, almeno all'inizio?
Tutte le volte che andavo da loro, a livello di sensazioni, sentivo in me delle resistenze. Ma, a un livello più profondo, sentivo la spinta ad entrare nella loro vita, e non appena cominciai a parlare con loro ogni mia resistenza scomparve. Passavo ore in loro compagnia e tornando a casa sentivo in me un senso di profonda pace, avvertivo che ciò che stavo facendo appagava il mio animo. Inoltre ho fatto la profonda esperienza, in quegli incontri, di aprire completamente la mia anima con tutte le sue paure, le sue resistenze, i suoi limiti.

- Ma, in genere, come si mantengono gli zingari?
Prima di ogni altra cosa sono uomini e donne di affari. Scambiano beni tra loro e producono per altri. Hanno una naturale conoscenza delle malattie e delle cure, quindi preparano e vendono medicine. Sono anche dei buoni artisti. Conosco, per esempio, un gruppo in Brasile che rappresenta in teatro le tragedie e le commedie greche e di Shakespeare per la gente di campagna delle zone interne.
Anche in Bangladesh i nomadi non hanno buona riputazione: sono considerati criminali e ladri. E questa esperienza di essere trattati come cattivi e indesiderati ha creato in essi un senso di inferiorità. La loro identità è in qualche modo segnata e modellata da questo giudizio che proviene dall'esterno.
Il mio lavoro consiste nel ridare loro fiducia in se stessi e per questo ne condivido la vita a tutti i livelli. Per esempio, se sono pescatori, vado con loro a pescare; se sono incantatori di serpenti, vado con loro a mattino per dare spettacolo nelle strade. Vivo come loro, in tenda, e questa mia esperienza è quello che conta. Si dicono l'un l'altro: "Il Sahib (Padre) vive con noi in tenda, fa lo stesso nostro lavoro e prega negli stessi momenti in cui noi preghiamo; se lui è un essere umano, lo siamo anche noi". Questo sentimento dà loro coraggio.
Ma oltre a vivere con loro, con l'aiuto di persone che condividono il mio orientamento, ho dato vita anche a “scuole itineranti” ed essi si mostrano interessati all'insegnamento. Sono convinto che questa esperienza di vita stia cambiando la loro mentalità; lo deduco dal fatto che la trasmettono ai figli. È l'esperienza di un cammino che li porta dal sentirsi senza valore e disprezzati ad essere coscienti della propria dignità umana. Dicono ai loro figli che sono buoni, li incoraggiano a studiare, ad apprezzare la bellezza e il valore della loro cultura tradizionale, cosa che non hanno mai fatto in precedenza. Per me questi sono indicatori che non solo stanno assimilando queste esperienze, ma che attraverso il mio ministero Dio li aiuta.

- Tu sei un prete cattolico, come eserciti il tuo ministero sacerdotale? In che modo presenti loro Gesù Cristo?
Alcuni anni fa a questa domanda avrei risposto che qui in Bangladesh posso fare solo lavoro sociale, perché questo paese è musulmano ed non posso svolgere attività di carattere religioso. Oggi tuttavia posso dire che sto facendo un lavoro pastorale, perché sono prete. Perché dico questo? Perché vivendo in mezzo a loro posso aiutare i musulmani (la maggior parte dei nomadi che vivono in Bangladesh pratica l'islam) nella loro vita, oggi. Posso aiutarli ad essere un po' più generosi e meno aggressivi, ad amarsi di più reciprocamente. È questo il mio modo di evangelizzare, di svolgere il mio ministero pastorale. E l'ispirazione la ricavo dal Vangelo, da Gesù. Come sacerdote in generale prego quando anche loro pregano. Loro vanno alla moschea; io non ci posso andare perché non conosco l'arabo, ma vado in chiesa... cioè, faccio della mia tenda una chiesa. Sono solito dire loro che Dio ascolta la loro preghiera così come loro sono capaci di farla; e allo stesso modo Dio ascolta anche la mia preghiera. Dopo, torniamo insieme di nuovo a lavorare. Celebro la messa di notte, quando tutti gli altri dormono. Non invito nessuno, ma nel momento in cui celebro l'Eucarestia non mi sento affatto solo; sento di essere un ponte tra loro e Dio.
L'autorità ecclesiastica e i miei superiori mi hanno sempre sostenuto, sia durante i dodici anni che ho lavorato in Italia, sia negli otto anni di Brasile, e ora negli ultimi cinque qui in Bangladesh. L'unica difficoltà è quella di trovare altre persone desiderose di portare avanti il lavoro di Dio in mezzo a questo popolo. Questo è il mio desiderio per il futuro, un sogno che potrebbe essere uno dei grandi progetti della Chiesa.

- Ci puoi parlare di qualche esperienza toccante di questi venticinque anni di lavoro tra gli zingari in vari paesi del mondo?
Per rispondere a questa domanda avrei bisogno di 25 anni (ride, n.d.r.)! Ogni giorno, ogni momento, quando incontro gli zingari, quando sto con loro, sento che sono un popolo di buona volontà. Ed è impossibile tradurre in parole questa mia profonda esperienza. Per rispondere alla tua domanda, questa gente ha la capacità di pensare al plurale, non si sentono persone singole, ma fanno sempre l'esperienza di gruppo. È come passare il fiume in barca: se ci fosse un naufragio, nessuno zingaro penserebbe a salvarsi da solo, ma cercherebbe di salvarsi in comunità, sarebbe anche pronto a morire per gli altri. Non è un'esagerazione, ma la verità, e l'ho sperimentata personalmente nelle mie relazioni con loro. Hanno il senso del “noi”. In generale gli zingari sono una comunità di donne e di bambini... si, ci sono anche gli uomini, ma le donne sono molto rispettate nella comunità e hanno un ruolo di primo piano nelle decisioni.

- E il governo? Come vede il tuo lavoro?
Qui in Bangladesh, all'inizio la comunità musulmana era piuttosto preoccupata per la mia presenza in mezzo alla popolazione perché non conoscevano le mie intenzioni e il lavoro che intendevo svolgere. Con il passare degli anni, però, si è stabilito un buon rapporto con le autorità locali. Mi conoscono e mi appoggiano.

- Ci sono speranze per questo tipo di apostolato nel prossimo millennio?
La gente è convinta che ormai gli zingari sono più o meno sedentarizzati, che molti di loro sono diventati come gli altri cittadini e non si spostano più da un luogo all'altro, e che fra qualche anno non ci saranno più zingari sulla faccia della terra. Alcuni anni fa uno scrittore italiano affermò che se uno volesse conoscere la realtà degli zingari dovrebbe studiarli subito, altrimenti non li troverebbe più perché è una specie in estinzione sopra la faccia della terra. Ebbene, dopo un centinaio d'anni che si scrivono cose del genere, ci accorgiamo che gli zingari sono dovunque e si moltiplicano abbondantemente. Non posso certo prevedere il futuro, ma so con certezza che essi continueranno ad esserci ancora come gente di buona volontà.


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