ESERCITO VOLONTARIO ?
SAREBBE PEGGIORE DELL'ATTUALE !
Il ministro della Difesa, Scognamiglio, all'inizio di febbraio, ha parlato formalmente di "esercito professionale, abolizione della leva e della obiezione di coscienza al militare, di arruolamento delle donne", da attuare gradualmente ma "entro 6 anni", annunciando una proposta governativa entro due o tre settimane.
A parte l'opposizione netta di Verdi, Rifondazione e Comunisti, da varie parti si sono evidenziate subito difficoltà non piccole, a cominciare da quelle costituzionali, anche se non meraviglia che gran parte della opposizione e della stessa maggioranza di governo sia già sintonizzata con tale prospettiva.
Ciò si spiega con la mancanza rilevante nel mondo d'oggi di una vera cultura di pace, che tuttavia esiste ed è in crescita.
Per noi non è in discussione la difesa; dipende quale. Ci sentiamo di dire dei no, ma anche dei sì, pur se come pacifisti, per di più minoranza, non è facile farci capire dai militaristi, per di più maggioranza. Ci proviamo.
OCCORRE CAMBIARE LA DIFESA
IN SENSO OPPOSTO
No all'esercito professionale
Realizzare un esercito volontario significa trasformare l'esercito popolare in un corpo di professionisti lautamente stipendiati, sempre pronti a fare la guerra agli ordini di chi li paga.
Una minoranza lo sceglierà per convinzione o per gusto, che facilmente diventano dei rambo; la maggioranza lo sceglierà in mancanza di un lavoro migliore, per i quattrini, e diventano venali, come negli eserciti mercenari, che non a caso cominciano a proliferare nel mondo. Già il precedente ministro della Difesa, Andreatta, metteva in guardia da questo pericolo e insisteva sull'esercito misto di volontari e di leva, per non aumentare i casi tragici della Somalia.
Inoltre i cittadini devono rendersi conto che l'esercito professionale, anche se numericamente ridotto (da 280 a 215 mila), costa di più. Questo lo dicono tutti i generali e lo ha affermato chiaramente Scognamiglio (viva la sincerità!), che ha indicato un costo aggiuntivo di 2.000 miliardi, in media 350-400 miliardi l'anno in più. Si consideri che in almeno dieci anni di 'finanziaria rigorosissima', che ha tagliato maledettamente su sanità, lavoro, scuola, non si è tagliata nemmeno una lira alla spesa militare; anzi è aumentata; e ora si vorrebbe accrescere ancora, il che significa più tagli sul sociale (in questi giorni gli 'economisti' hanno sferrato l'assalto alle pensioni!) e più tasse in generale. Da più parti si è giustificato questo aumento come l'adeguamento dell'Italia agli standards di altri paesi europei dove, in media, la spesa militare in relazione al PIL è più alta. Per noi ciò rappresenta l'ennesima conferma della pericolosità di un processo di unificazione europea che passi solo o principalmente attraverso la convergenza di indicatori economici, anziché nel senso di un forte cambiamento sociale.
Ma la cosa peggiore non sono nemmeno i costi in soldi, bensì la filosofia di fondo del nuovo modello di difesa, per il quale è pensato l'esercito professionale. Tale filosofia sta scritta a chiare lettere nell'unica proposta organica presentata in parlamento nell'ottobre del '91, mai discussa, ma di fatto avviata ad attuazione con relativi stanziamenti di anno in anno. La proposta porta il titolo: "Lineamenti di sviluppo delle Forze Armate negli anni 90". Vi si parla di "concetti strategici di difesa degli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi" (p. 44). Per "interessi vitali" sono da intendere "le materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati" presenti nel Sud del mondo. In questo quadro l'Italia avrebbe "il ruolo di ponte politico ed economico tra l'occidente industrializzato e il terzo mondo" (pp. 16-17).
Espressioni come "difesa degli interessi vitali" ricorrono letteralmente identiche in leggi già approvate in Francia, Inghilterra ecc. nei primi anni 90, addirittura legittimando l'uso, se ritenuto necessario, delle bombe atomiche (legge francese). Il che fa supporre l'esistenza di un patto scellerato, di fatto firmato dalle potenze della NATO a Londra nel 1990. E' un patto, tra l'altro, palesemente anticostituzionale (art. 11).
Sì alla DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA
Sì a un CORPO DI POLIZIA INTERNAZIONALE alle dipendenze dell'ONU
Il ministro Scognamiglio ha parlato anche di abolizione della leva e della obiezione di coscienza, come conseguenza di un esercito volontario.
Ma il motivo per cui gli obiettori dicono no all'obbligo del militare non è per lasciar preparare la guerra ad altri, ma per abolire eserciti e guerre per tutti.
Il metodo bellico di soluzione delle controversie nazionali e internazionali è sempre stato barbaro e inutile. Oggi, poi, in cui alle armi tradizionali (sempre più sofisticate) si aggiungono la costruzione e la diffusione un po' ovunque di armi chimiche, batteriologiche e nucleari, la semplice tolleranza della loro esistenza è indice di "follia collettiva", tanto da un punto di vista teologico che razionale. Basta infatti l'azione di un pazzo per scatenare una guerra atomica e minacciare di estinzione l'umanità. E si sa che di pazzi al mondo non c'è mai stata carestia. Il problema non è eliminare gli obiettori; il problema è eliminare il 'sistema militare' in quanto 'sistema di guerra'.
L'alternativa al sistema militare esiste: la difesa popolare nonviolenta e un corpo di polizia internazionale alle dirette dipendenze dell'ONU.
La nonviolenza non è passività, come molti pensano. Essa è lotta contro la violenza in tutte le sue forme, con mezzi pacifici, adatti al fine che è la pace per tutti. I nonviolenti non ignorano i conflitti, ma cercano di risolverli con metodi appropriati che non è certamente la guerra. I grandi nonviolenti sono stati, e sono, in questo senso, grandi lottatori, rischiando la propria vita senza toglierla a nessuno, raggiungendo spesso risultati eccellenti: Gandhi (India), Martin L. King (USA), Perez Esquivel (Argentina), Rodolfo Seguel (Cile), Nelson Mandela e Desmond Tutu (Sudafrica), Benigno e Cori Aquino (Filippine), Lech Walesa con Solidarnosc (Polonia), la rivoluzione nonviolenta del Madagascar (1991-1993) e tanti altri.
La NUOVA LEGGE-OBIETTORI (n. 230/98) prevede tra l'altro la istituzione di una "difesa civile nonarmata e nonviolenta", alla quale gli obiettori possono opportunamente venire addestrati, e prevede l'invio di obiettori all'estero in missioni di pace e di solidarietà (art. 8, comma 2, lettera e; art. 9, commi 7, 9-12).
Non per nulla 20 premi Nobel per la Pace hanno rivolto un appello a tutti i capi di stato perché chiedano all'ONU di dedicare in modo speciale l'anno 2.000 e tutto il primo decennio alla educazione di tutti i popoli della terra alla nonviolenza
Ma i politici sembrano essere in maggioranza sordi, impegnati a rafforzare il sistema bellico e ad aumentare ulteriormente le spese militari.
La gran parte dei pacifisti oggi ammette esplicitamente anche un certo uso della forza armata e parla, precisamente, di un corpo di polizia internazionale. Tiene tuttavia a sottolineare la distinzione essenziale tra polizia ed esercito. Questo addestra i soldati alla eliminazione fisica dell'avversario (uso omicida della forza); la polizia addestra alla difesa senza uccidere, almeno intenzionalmente, né ladri né assassini (uso non omicida della forza). Non basta cambiare nome all'esercito, come si fece per la guerra del Golfo, per dire che è un'azione di polizia internazionale. Il gen. Bruno Loi, che se ne intendeva di missioni internazionali (Libano, Somalia), diceva che non si può mandare l'esercito a fare azioni di pace: "Il soldato è addestrato a uccidere e a uccidere bene". L'azione di polizia esige tutt'altra preparazione di mezzi (preferenza per armi intrinsecamente non letali) e di metodi.
Naturalmente, ci si deve porre l'obiettivo chiaro e forte di una riforma organica dell'ONU: democratizzazione e rafforzamento (un minimo di vera autorità, all'altezza della dimensione planetaria dei problemi economico-finanziari e politici). E' il tema centrale delle due ultime edizioni della marcia della Pace Perugia-Assisi.
La globalizzazione economico-finanziaria del libero mercato esige un'adeguata razionalizzazione politica mondiale di una vera ONU, a salvaguardia del nuovo diritto internazionale o dei diritti dell'uomo e dei popoli, superando il vecchio diritto degli stati sovrani armati
Sì a un SERVIZIO CIVILE consapevole
Tutte queste considerazioni e la nostra esperienza di persone impegnate nella società ci portano a ritenere imprescindibile, da parte di uno stato di diritto che si vuol confrontare su lunghe prospettive di pace, l'istituzione di un servizio civile con obiettivi chiari e risorse finanziarie alle quali attingere. Un servizio civile che raccolga lo slancio ideale più genuino dell'obiezione di coscienza e si ponga come alternativa credibile al sistema militare.
L'obiezione di coscienza e le sue argomentazioni non possono venire abrogate da una legge insieme con la leva, come probabilmente è negli intenti dei suoi oppositori uniti in un fronte trasversale di appoggio a questa proposta del ministro Scognamiglio.
Soprattutto non condividiamo la scelta dell'abolizione della leva (e quindi anche del servizio civile) basata sulla convinzione del sostanziale fallimento del suo scopo formativo (ipotesi formulata da Giuseppe Roma, presidente del Censis, su Avvenire del 4.2.1999). Se da una parte non possiamo non condannare l'utilizzo sbagliato che c'è stato degli obiettori in ambiti più attinenti l'attività lavorativa, come fattore di disoccupazione o come "tappabuchi" di uno stato sociale in colpevole smantellamento, dall'altra rivendichiamo la scelta consapevole di chi si è dichiarato obiettore di coscienza per un ruolo di cittadinanza attiva nell'esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione. D'altronde la nuova legge-obiettori la si è voluta anche per ovviare a queste deviazioni: l'articolo 11, comma 4, fa esplicito divieto di sostituire personale assunto o da assumere per obblighi di legge o per norme statutarie dell'organismo stesso.
Conclusione
Questa complessa cultura di pace sta crescendo nelle aule universitarie: Antonio Papisca e Marco Mascia (Padova), Nanni Salio ed Enrico Peyretti (Torino), Giovanni Catti e Pier Cesare Bori (Bologna), Antonio Drago e Giuliana Martirani (Napoli), Alberto L'Abate (Firenze) e tanti altri.
Nello stesso senso c'è una svolta teologica oramai diffusa in varie confessioni cristiane, oltre che nelle vecchie chiese pacifiste. Anche a livello di magistero ufficiale si notano progressi di superamento della cosiddetta "dottrina della guerra giusta" verso un insegnamento più aderente al principio della nonviolenza evangelica.
Per la Chiesa Cattolica bastino due citazioni, ma sorprendenti, del nuovo Catechismo CEI degli adulti "LA VERITA' VI FARA' LIBERI", che appare oggi il più avanzato, in merito, a livello internazionale:
"Oggi l'accresciuta consapevolezza riguardo alla dignità di ogni uomo, ancorché criminale, induce ad abolire la pena di morte... La guerra è il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i conflitti. Il mondo civile dovrebbe bandirla totalmente... Si dovrebbe togliere agli stati il diritto di farsi giustizia da soli con la forza... Appare urgente promuovere nell'opinione pubblica il ricorso a forme di difesa nonviolenta. Ugualmente meritano sostegno le proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell'esercito per assimilarlo a un corpo di polizia internazionale... In questo contesto risalta il significato educativo che può avere la scelta degli obiettori di coscienza di testimoniare il valore della nonviolenza" (cap. 26, pp. 490-495).
E ancora: "Oggi i confini degli stati sono attraversati da un flusso continuo di uomini, informazioni, capitali, merci, armi... La pretesa dei singoli stati sovrani di porsi come vertice della società organizzata sta diventando anacronistica... Si auspicano forme di governo sopranazionale con larga autonomia delle entità nazionali... La crescente interdipendenza tra i popoli esige una forte solidarietà morale, culturale, economica e una organizzazione politica della società internazionale" (cap. 28, pp. 528-529).
Tutto ciò induce a riformare l'esercito, ma in senso opposto a quello indicato da Scognamiglio.
A tal fine rinnoviamo l'Appello ai Politici, già sottoscritto da personalità del mondo accademico, ecclesiale, politico e da semplici cittadini impegnati in mille forme concrete di solidarietà locale e internazionale.