E' una grande sofferenza quella che caratterizza i giorni di chi ha a cuore la
convivenza e la pace nel mondo:
- perche' con troppa facilita' in molti paesi si ricorre alla violenza armata per la
soluzione dei conflitti, sulla pelle di popolazioni gia' afflitte da gravi problemi;
- perche' la Comunita' internazionale sembra accorgersi della gravità dei conflitti solo
nel momento in cui la parola e' gia' passata alle armi e interviene piu' con il pronto
soccoroso umanitario che con una concorde ed efficace azione politica;
- perche' gli Stati continuano a rivendicare ruoli preminenti a livello internazionale
attraverso la potenza degli eserciti e la proliferazione dell'atomica, coprendo spesso la
fame della gente;
- perche' la nostra azione nonviolenta si realizza in modo molto frammentato
principalmente nei progetti di cooperazione e di aiuto umanitario ai profughi, ma e' poco
incisiva politicamente nel prevenire e fermare le guerre.
Eppure mai come in questo momento e' cosi' evidente il fallimento del ricorso alle armi
per la composizione dei conflitti e mai come ora si fanno i conti con i limiti politici
della Comunita' internazionale nel costruire e mantenere la pace.
Kosovo. Da piu' di dieci anni in questo paese e' in atto un tentativo di cambiamento
culturale della societa' albanese sulla linea della nonviolenza.
Da piu' di dieci anni i leaders politici albanesi bussano invano alle porte della
Comunita' internazionale per trovare una soluzione equa, secondo le leggi internazionali,
al grave conflitto in cui si trovano coinvolti.
Ma per la diplomazia degli stati dieci anni di resistenza nonviolenta sono pochi: la
nonviolenza viene interpretata semplicemente come moderatismo politico e situazione non a
rischio. Anche in Kosovo, come in tutte le altre parti del mondo, solo le armi sembrano
costringere la macchina internazionale a muoversi e cosi' i focolai di guerra divampano
ovunque.
Piu' di 300.000 profughi su una popolazione di due milioni di abitanti, interi villaggi
saccheggiati e distrutti scientificamente, impossibilita' di riconciliazione dopo tanti
orrori sui civile... E quel che e' peggio, la guerra ha innalzato e radicalizzato le
reciproche aspettative delle parti (richiesta della indipendenza da parte albanese,
repressione sproporzionata da parte serba) e orientato la fiducia della popolazione
albanese, esausta e totalmente esasperata per l'immobilismo internazionale, verso la
soluzione violenta delle armi. Pochi mesi di scontro armato hanno smosso a livello
internazionale piu' di dieci anni di pazienza e sofferenza.
Cosi' i leaders politici albanesi della nonviolenza, che godevano della totale fiducia
della popolazione, ora si trovano in difficolta' per la loro diminuita rappresentativita';
militarmente lo scontro armato si e' cristallizzato senza risultati politici. Quello che
poteva risultare un esperimento pilota per la composizione nonviolenta di tutti i
conflitti gravi in atto nel mondo (specialmente in Africa) rischia di frantumarsi.
Nessuno in questo momento in Kosovo ha l'autorevolezza di uscire dalla situazione di
stallo e far ripartire il processo di pacificazione. Per questo e' necessaria una decisa e
corale azione internazionale di societa' civile, azione che non risponda solamente agli
interessi strategici e agli egoismi economici dei singoli stati, quanto ai criteri della
legalita' internazionale.
Ne va dell'equilibrio di tutta l'area balcanica e quindi dell'Europa intera.
Urge l'intervento dell'ONU con ampio mandato della Comunita' internazionale, per
raggiungere nel piu' breve tempo possibile almeno questi tre obiettivi:
1) cessazione immediata di qualsiasi azione armata;
2) rientro dei profughi nelle loro case con garanzia di presenza internazionale;
3) ripresa del dialogo con la presenza della mediazione afficace di rappresentanti
dell'ONU e della Comunita' internazionale.
10 dicembre 1998: 50 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
I diritti umani sono la carne e il sangue, la vita quotidiana di tante persone. Non
possiamo ne' solo ricordare, ne' solo celebrare quel giorno, ma mettere insieme il nostro
impegno quotidiano e per tutti.
La guerra e' l'espressione più sistematica, più crudele e più istituzionale della
violazione dei diritti umani.
Molti gruppi e molte istituzioni all'interno del Kosovo attendono un forte segnale
internazionale.
Conosciamo i nostri limiti e la nostra debolezza, ma non possiamo rinunciare alla nostra
responsabilita' assieme a tutte le persone che desiderano fare qualcosa a fronte dei tanti
focolai di guerra nel mondo.
Sappiamo quanto per la riuscita politica della nonviolenza sia decisiva la partecipazione
vasta della societa' civile e quanto questa dipenda dalla formazione della opinione
pubblica con il coinvolgimento dei mezzi di informazione. Proponiamo una grande
mobilitazione per i diritti umani in Kosovo e in tutte le altre situazioni di conflitto
armato del mondo, dandoci appuntamento a Prishtina il 10 dicembre 1998. La nostra azione
vuole essere una risposta in sintonia con quanti in quel paese hanno lottato e continuano
a operare con la nonviolenza per giungere alla pace; in sintonia con le donne e gli uomini
che in tutti i territori della Jugoslavia si oppongono alla guerra; in sintonia con tutti
i gruppi della societa' civile che in questi anni sono stati presenti e hanno accompagnato
l'esperienza nonviolenta del Kosovo. L'azione vuole sostenere e incoraggiare tutte le
persone che si adoperano, con sincerita' e con tenacia, nelle istituzioni e negli
organismi internazionali preposti alla costruzione e al mantenimento della pace, per la
soluzione politica nonviolenta dei conflitti gravi.
La mobilitazione si caratterizzera' e si realizzera' attraverso tutte le attivita' di
singoli e gruppi:
A) per coinvolgere i mezzi di informazione;
B) per sensibilizzare la societa';
C) per valorizzare tutti i gesti e le iniziative delle singole persone e delle istituzioni
per contribuire alla pressione politica sugli stati e sugli organismi internazionali;
D) per coordinare la presenza e la permanenza di gruppi di monitoraggio e di
accompagnamento dei profughi in Kosovo.
La situazione nei Balcani in questo momento e' molto critica e in continua evoluzione; per
questo la mobilitazione va costruita senza assolutizzare alcuna scelta.
Siamo coscienti dei tempi strettissimi, ma non possiamo rinunciare al tentativo di
rispondere a una emergenza che in Kosovo e' gia' drammativa in vista del prossimo inverno.
Ci rivolgiamo con fiducia a tutti perche' ciascuno dia il contributo che gli e' possibile.
Bologna, 15/9/1998
Promuovono:
Associazione nazionale Beati i costruttori di pace - Associazione Papa Giovanni XXIII
Campagna per una soluzione nonviolenta in Kosovo - GAVCI - MIR Italia - Pax Christi Italia
Segreteria: Pax Christi Italia via Petronelli 6 - 70052 Bisceglie (BA)
per informazioni Tel. 080/3953507 - Fax 080/3953450 E-mail: pxitalia@diana.it
e adesioni
Beati i costruttori di pace
via Marsilio da Padova " - 25139 Padova
Tel. 049/8755 897 - Tel.-Fax
049/666043-049/663882 E-mail: beati@protec.it