Introduzione
DALLA "DOTTRINA DELLA GUERRA GIUSTA" ALLA "NONVIOLENZA
EVANGELICA"
di Angelo Cavagna
FEDE NEL DIO DELLA PACE. LA VOCE DEI PADRI
di Mario Fini
FEDE NEL DIO DELLA PACE. La VOCE DEI VESCOVI ITALIANI
di Diego Bona
Eucaristia: Sacramento O TRADIMENTO DELLA PACE?
Omelia di p. Virginio Bressanelli superiore generale dei dehoniani.
L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA.
NUOVO DIRITTO INTERNAZIONALE NELL' OTTICA DOSSETTIANA DI PACE
di Antonio Papisca
L'EREDITA' DI DOSSETTI
di Giuseppe Alberigo
QUALE EUROPA E QUALE ONU PER UN MONDO DI PACE?
di Giovanni Bersani
Introduzione di Angelo Cavagna
Il tema della pace è semplice e insieme complesso. Molte sono le vie alla pace:
personale, ecclesiale, sociale, economica, giuridica ("Pax ex jure" -- "La
pace dal diritto insisteva Giorgio La Pira), politica, diplomatica, popolare e...
antimilitarista. Riguardo a quest'ultima, la pace non è assenza di guerra. Se non c'è
libertà, giustizia, cibo, e se c'è fame, sfruttamento, oppressione ed emarginazione,
anche se non c'è guerra, non c'è la pace.
La pace è essenzialmente concetto positivo, è "pienezza di vita". Ma dove c'è
guerra o "sistema di guerra" (eserciti, armi, ricerca, industria, commercio,
spese belliche, anelli tutti intrecciati gli uni agli altri), non c'è la pace.
Oggi abbiamo i segni più vistosi che ci troviamo ancora in un "sistema di
guerra". Ci sono da 40 a 60 guerre in atto; ci sono almeno da 11 fino a 45 mila
bambini che muoiono di fame ogni giorno (la differenza, fra cifra minore o maggiore, non
cambia l'orrore); prolifera il mercato nero delle armi insieme con quello della droga e
insieme con il mercato ufficiale; ci sono armi ammazza-popolo o di massa (chimiche,
batteriologiche, nucleari ecc.); sono in atto sperimentazioni negli USA di sistemi d'arma
basati sulla cibernetica e sulle reti digitali, attraverso infrarossi e computers, così
da "reticolare il pianeta", per cui le guerre del futuro saranno estremamente
mirate e precise, con poco impiego di militari, affidate alla tecnica, con tutti gli
errori e orrori cui essa stessa va soggetta.
La guerra è sempre stata un crimine e una follia. Eppure ci si accanisce a continuare su
quella strada, al termine della quale la previsione è scontata: l'autodistruzione della
umanità. Già oggi ciò è possibile, non una, ma decine di volte. Questo non è
catastrofismo: è realtà. Occorre avere l'umile presunzione di pensare e di affermare che
è finito il tempo degli eserciti. L'umanità è capace di svolte del genere: sacrifici
umani, giochi gladiatori, schiavitù istituzionale sono ricordi storici. Anche il papa ha
auspicato che la guerra diventi, appunto, un ricordo storico.
I conflitti ci saranno sempre, ma la soluzione non è necessariamente bellica, che, per lo
più, è un rimedio peggiore del male. Ci sono le alternative della DIFESA POPOLARE
NONVIOLENTA, che oramai non è utopia: è storia più volte scritta da Gandhi in poi.
Occorre, certo, un nuovo contesto giuridico e politico di superamento degli STATI SOVRANI
ARMATI, di priorità dei diritti dell'uomo e dei popoli verso i quali gli stati hanno solo
dei doveri, di una nuova ONU democraticizzata e rafforzata per riportare sotto il
controllo politico o la razionalità il potere economico oggi egemone e in preda esso
stesso a una competitività selvaggia, irrazionale, che non salva né pace,
né giustizia, né ambiente.
Occorre soprattutto che la religione, le religioni, non siano fattore di divisioni e di
guerre. Purtroppo così non è: è uno scandalo. Anche noi cattolici non siamo immuni da
responsabilità e connivenze con questo "sistema militare di guerra", come
affermava senza mezzi termini il card. Lercaro. Diceva: "L'esistenza di un vero e
proprio sistema di guerra...è uno dei prodotti più aberranti anche del sistema culturale
col quale il cristianesimo ha avuto più intimi e diretti contatti" ("Il
cristianesimo e il dialogo fra le culture", EDB, Bologna). E' ora di fare un salto di
qualità, superare definitivamente la "dottrina della guerra giusta" e tornare
alla radicalità evangelica della nonviolenza testimoniata da alcuni martiri dei primi
secoli. Da qualche decennio è in atto una svolta teologica in tal senso; ma è ora che la
pace e il rifiuto della guerra o del "sistema di guerra" entri a far parte dello
"status confissionis", ossia della "professione di fede" del
cristiano, come già qualche chiesa cristiana ha fatto. Non affermo che nel Vangelo ci sia
la ricetta o legge antimilitarista ma il principio sì: "Amate i vostri nemici..;
metti via la spada...". Ai cristiani tocca trarne le conseguenze, come per la
schiavitù.
In questo senso, il nuovo Catechismo degli Adulti della CEI "La verità vi farà
liberi" del maggio 1995, nel capitolo 26, con l'abolizione della pena di morte e
l'abolizione della guerra, costituisce una luce e una svolta storica, che pone i vescovi
italiani all'avanguardia del magistero cattolico di pace a livello mondiale. Le relazioni
del teologo patrologo don Mario Fini e del vescovo Diego Bona presidente nazionale di Pax
Christi ci introducono in questa nuova ottica di "fede nel Dio della pace".
di Mario Fini
Lo studio delle fonti dei primi secoli sul tema della pace e del servizio militare è
molto travagliato. Esaminando le testimonianze antiche dei martiri obiettori e gli scritti
dei padri, nel nostro secolo molti studi hanno cercato di comprendere quale fosse il
rapporto dei cristiani con l'esercito e i diversi motivi che a volte ne avevano suscitato
un rifiuto. Si trattava di chiarire se essi si tenevano lontani dall'esercito solo per la
contaminazione idolatrica che comportava, o per il forte senso di provvisorietà di questo
mondo, oppure per una applicazione del discorso evangelico
della nonviolenza (1).
Gli studi giungono a conclusioni molto diversificate. Ciò è dovuto non solo all'oggettiva difficoltà nella interpretazione di alcuni testi (in particolare "disciplinari") e alla non totale linearità del pensiero di alcuni padri, ma specialmente alla inevitabile teologia "militante" con la quale si studiano questi testi. La posizione dei cristiani dei primi secoli è stata complessa e differenziata.
Occorre impegnarsi seriamente a cogliere gli elementi negativi derivati dalla "svolta costantiniana", ma anche a capire come i cristiani impegnati ormai dentro le strutture politiche possano testimoniare il valore della pace sempre e dovunque. Per questo, pur privilegiando i primi tre secoli, cerco di interpretare anche il pensiero di Agostino (2).
Porrò un'attenzione particolare alla interpretazione di testi biblici centrali, come
Is 2,1-4 e Mt 5,9; così potremo cogliere come la chiesa si lasci plasmare dalla Parola
dentro alle situazioni sempre nuove.
H. Marrov, per presentare il rapporto del cristianesimo con il mondo greco-romano dei
primi tre secoli, utilizza due testi biblici che esprimono due atteggiamenti diversi:
"Salvatevi da questa generazione perversa" (At 2,40); "Esaminate tutto e
ritenete ciò che è buono" (1Ts 5,21) (3).
Il mutare dell'atteggiamento dei cristiani verso le "cose del mondo" è
determinato certo dal fatto che progressivamente l'impero diventa cristiano, ma
soprattutto dalla diversa accentuazione dell'attesa del Signore che viene, cioè della
dimensione escatologica (4).
La chiesa pellegrina cerca di cogliere come il regno di Dio e di Cristo abbia rapporto con questo mondo e d'altra parte non sia di questo mondo. Vi sono momenti della vita della chiesa dei primi secoli che radicalizzano le due dimensioni del regno di Dio:
1 -- non è di questo mondo (cfr le risposte dei parenti di Gesù davanti a Domiziano, tramandate nella St. Ecclesiastica di Eusebio III,20,4);
2 -- è incarnato nell'impero ormai divenuto cristiano (Eusebio, nel descrivere il banchetto che Costantino offre ai vescovi al termine del concilio di Nicea, esclama: "Sembrava una immagine del regno di Cristo e tutto questo appariva come un sogno", Vita di Costantino III,15).
Tuttavia, già nel III secolo un cristiano datava così, con un punto di riferimento alla storia e uno all'escatologia, il racconto del martirio del suo vescovo: "Il martire Cipriano morì sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno, ma sotto il regno di nostro Signore Gesù Cristo" (Mart. di Cipriano). Agostino poi, nel commentare il dialogo di Gesù con Pilato (Gv 18,36), afferma che il regno di Gesù è quaggiù, ma non è di quaggiù, perché è peregrinante nel mondo (cfr Trattato su Giovanni 115,2).
Pur nella diversa situazione storica, i padri sono consapevoli che la dimensione fondamentale del cristiano in questo mondo è quella di essere "pellegrino" (paroicos), cioè di non avere quaggiù la propria città permanente. L'esempio di questa continuità è data da due testi molto diversi fra di loro, per l'ambiente storico-culturale, ma di contenuto simile nel descrivere i cristiani:
-- A Diogneto 5,5: "Abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure portano i pesi della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera";
-- s. Agostino, La città di Dio XIX,17: "La città celeste invece, o piuttosto quella parte di essa che è pellegrina in questa condizione mortale e vive secondo la fede, necessariamente si serve anche di questa pace, finché non passi la condizione mortale alla quale tale pace è necessaria... Questa città celeste quindi, finché è pellegrina sulla terra, chiama cittadini da tutte le nazioni e raccoglie la società pellegrina fra tutte le lingue, senza badare a diversità di costumi, di leggi, di istituzioni con le quali si istituisce o si mantiene la pace terrena, senza eliminare o distruggere nessuna di esse, anzi accettando e seguendo tutto ciò che tende a un unico e medesimo fine della pace terrena, nonostante le diversità da nazione a nazione, purchè ciò non costituisca un ostacolo per quella religione che insegna a venerare l'unico, vero e sommo Dio".
E' evidente che solo l'attenzione alla dimensione escatologica della vita della chiesa salvaguarda sia la missione profetica della chiesa stessa, sia la sua cattolicità, cioè la non identificazione con una razza e con l'impero. Infatti, in autori del IV secolo, per la caduta dell'"orizzonte escatologico", la chiesa tende a identificarsi con l'impero. Da qui la convinzione che i nemici dell'impero sono i nemici della chiesa e viceversa (cfr Ambrogio). Tuttavia i cristiani sono nel mondo e, quindi, pian piano entrano anche dentro alle strutture del mondo: è questo un reale cambiamento, che si realizza, prima, "timidamente" e non ovunque, poi in modo ampio e generale dalla "svolta costantiniana". Si scopre ben presto che l'uomo è un essere storico, sociale, radicato nella società che lo forgia e di cui si nutre, e che anche i cristiani beneficiano della "pax romana" e dei servizi assicurati dalle amministrazioni delle città. E così fin dalla fine del II secolo i cristiani progressivamente sono portati ad assumere anche loro le responsabilità di questa civiltà, che avrebbero voluto e preteso poter rifiutare.
La rapida diffusione del cristianesimo nel mondo intero porta i cristiani a permeare
interamente la società del loro tempo. Essi si distinguono per un comportamento sociale
irreprensibile; ma si rifiutano di venerare l'immagine dell'imperatore e i simulacri degli
dei pagani. In questo modo desacralizzano il potere e depoliticizzano l'idea della
regalità di Dio. In questo contesto si pone anche il problema se sia lecito a un
cristiano arruolarsi nell'esercito.
"Zaccaria cessando di essere muto, pieno di uno Spirito nuovo, benediceva Dio in maniera nuova. Difatti le cose nuove erano ormai presenti, perché il Verbo disponeva in maniera nuova la sua venuta nella carne... Perciò egli insegnava ad amare Dio in maniera nuova, ma non a onorare un altro dio..." (Ireneo, Adv. Haer. III,10,2).
Non solo Ireneo, ma tutti i padri, in particolare nelle opere apologetiche, presentano la novità collegata all'evento Cristo: non un Dio nuovo, ma tutto rinnovato dal mistero della incarnazione. Nella disputa con i giudei, si sottolinea che il Messia, che ha realizzato le profezie, è venuto ed è Gesù, e che nella chiesa, nuovo popolo di Dio, si realizzano le profezie riguardanti il popolo del Signore. In questo contesto, assume un ruolo particolare la profezia di Isaia 2,2-5 e il parallelo Michea 4,1-5 (5). Nei primi tre secoli, il contesto nel quale viene citato è l'apologetica, o verso i giudei o verso le genti, oppure nella disputa contro i sistemi gnostici.
La prima citazione si trova in Giustino, sia nella I Apologia che nel Dialogo con Trifone (propriamente è citato Michea). Ai giudei che sostenevano non essere ancora giunti quei tempi felici, Giustino afferma che è già realizzata quella parte di profezia che presenta la trasformazione delle spade in aratri. Infatti coloro che si sono convertiti alla nuova religione, prima dediti alla guerra e a ogni genere di violenza, ora coltivano la pietà, la giustizia, l'amore, senza farsi spaventare dalle violenze cui vengono sottoposti dai pagani (Dialogo 109-110). E questo si realizza appunto nella chiesa nata "da Gerusalemme", da dove partirono per il mondo dodici uomini senza cultura e senza eloquenza, i quali, grazie alla potenza di Dio, hanno mostrato a tutti che erano inviati dal Messia ( I Apol. 39) (6).
Ireneo (Adv. Haer. IV,34,4) e Tertulliano (Marc. IV,11,4-5) presentano il testo invece in contesto anti-marcionita. L'affermazione è la stessa: la parola di Dio che gli apostoli hanno annunziato in tutta la terra, ha prodotto tanto rinnovamento da trasformare spade e lance in strumenti pacifici, cosicché "essi non intendono più combattere, ma, se percossi, offrono l'altra guancia" (Ireneo). Tertulliano accentua l'aspetto "antimilitarista": i cristiani non si dedicano più alla guerra e alla violenza, e si convertono alla cura dei campi (Iud. 3,9-10). Origene, nell'opera apologetica contro Celso, sottolinea come i cristiani siano figli della pace, perchè hanno come capo Cristo. In loro si realizza la profezia (V,32-33). Origene, come Tertulliano, manifesta la convinzione che al cristiano non sia più permesso il mestiere delle armi. Egli svilupperà ampiamente in altri brani della stessa opera questa convinzione.
Secondo G. Lohfink (pp. 172-173) i padri dei primi tre secoli hanno presentato la pace sociale tra i popoli come realtà compiuta nel popolo del Signore e la fusione degli strumenti bellici come l'assoluta nonviolenza che si vive nella chiesa. Mi sembra un giudizio globalmente valido, anche se solo in Tertulliano e Origene vi sono riflessioni antimilitariste.
La svolta data nel IV secolo da Eusebio influirà sui vari padri dell'Oriente, mentre il testo in Occidente non avrà più fortuna (7). Infatti Eusebio fa il panegirico del nuovo rapporto tra impero e chiesa, e dell'uomo che lo aveva istaurato: Costantino.
In Praep. Evang. I,4,2-5 (ripreso nel Commento a Isaia), Eusebio pone il principio
basilare della sua teologia politica: nel medesimo tempo in cui Gesù proclamava la
monarchia di un solo Dio su tutti, tutti gli uomini si liberavano dalla molteplicità dei
governi nazionali sempre in guerra fra di loro. I profeti da tempo avevano predetto ciò.
Eusebio adduce, insieme con il Salmo 71,7, Is 2,4: per lui il regno costantiniano ha
significato la effettiva instaurazione delle promesse messianiche sulla terra.
Questa interpretazione rimane tipica di scrittori d'Oriente. In Occidente rimane "un
caso" la totale assenza di Is 2,4 nell'opera agostiniana. Agostino non sposa né la
tesi dei padri dei primi secoli, né la tesi "politica" di Eusebio. Pur
presentando un'ampia trattazione sulla pace nel libro XIX della "Città di Dio"
e pur citando anche Is 2,2-3 (X,32; XVIII,50; XVIII,54) (8), Agostino
tace sull'annuncio delle armi trasformate in strumenti di pace. E' difficile capire il
motivo del silenzio.
Sicuramente è vero che Agostino accentua della pace l'aspetto escatologico, cioè la
pace eterna, e non accentua la dimensione della pace già presente nella chiesa
pellegrinante. Egli vive in una chiesa molto lacerata e in un impero ormai messo alle
"corde" dai barbari. Tuttavia egli presenta la necessità che la chiesa, che è
ancora pellegrinante sulla terra, collabori con coloro che cercano di costruire la pace
terrena (Città di Dio XIX,17). Infatti la chiesa, che è "permixta", in coloro
che già sono "città celeste", è comunione di amore e quindi di pace, ed è
segno di pace per l'umanità.
- Nei primi secoli, il termine pace è pluriforme: indica sia la pace con Dio che fra gli uomini, in particolare nella chiesa, sia con se stessi che con il creato (cf Cipriano, Unità della chiesa, 24; Ambrogio, Comm. Luca V,58: "Perciò comincia la pace partendo da te. Quando tu sarai diventato pacifico, allora sì che potrai portare pace al tuo prossimo").
Il significato del termine, dal IV secolo, si spiritualizza sempre più. Cromazio di Aquileia (verso il 1400), commentando questa beatitudine, affermerà: "Dobbiamo capire che si tratta di un'opera di pace migliore e più alta: quella cioè grazie alla quale, con un insegnamento assiduo, i pagani, che sono nemici di Dio, sono indotti alla pace; per la quale i peccatori si ravvedono e, grazie alla penitenza, si riconciliano con Dio; per la quale i ribelli eretici sono chiamati sulla retta via e quelli che non sono in armonia con la chiesa vengono ricondotti alla pace e all'unità" (Sermone 41,7).
Questo testo ci aiuta a cogliere qual è la preoccupazione principale della chiesa:
aiutare ogni persona a vivere riconciliata con Dio e con la comunità cristiana; solo da
qui verrà ogni altra pace.
Per cogliere questo cambiamento di prospettiva, presento solo Origene e Agostino, nel
tentativo di presentare non solo il contenuto ma anche i motivi del loro pensiero diverso.
I testi più importanti sul nostro tema si trovano nell'opera apologetica "Contro
Celso". L'autore pagano, verso il 170, aveva sferrato l'attacco più articolato,
anche dal punto di vista culturale, contro il cristianesimo, con la sua opera "Il
dialogo veritiero". Origene viene sollecitato a confutare questo libro, pernicioso
per l'ambiente intellettuale di Alessandria. Celso, fra le tante accuse rivolte ai
cristiani, afferma:
-- "Voglio chiedere loro donde siano venuti e quale legge patria seguano. Nessuna,
diranno";
-- "Se tutti gli uomini facessero come te (un cristiano), nulla potrà impedire che
l'imperatore resti solo e abbandonato, e che tutti i beni della terra divengano preda dei
barbari" (Contro Celso VIII,68).
Abbiamo già visto che alla prima domanda egli risponde citando la profezia di Isaia 2,2-5.
All'accusa che presenta i cristiani come gente inutile all'impero, perché non si impegnano né a difendere l'imperatore, né ad assumere cariche pubbliche, Origene così risponde:
-- "I cristiani non sono inutili e aiutano l'imperatore, ma non con le armi: noi non serviamo come soldati, anche se l'imperatore lo esige; ma noi combattiamo per lui levando un'armata speciale, quella della pietà" (VIII,73). Tutti i cristiani sono sacerdoti e il loro compito è quello di vincere l'origine di ogni guerra, che è il male e il principe del male, satana, attraverso la preghiera fatta con mani pure;
-- I cristiani assumono anche delle cariche pubbliche, ma nella chiesa: scelti o costretti, essi allora governano la patria secondo Dio, che è la chiesa (VIII,75). Origene non vuole presentare la chiesa come una patria contrapposta a un'altra patria. La chiesa è una patria secondo Dio, cioè spirituale, che contribuisce al bene dello stato e dell'umanità; "I cristiani sono assai più utili alla patria che tutti gli altri uomini; essi formano i loro concittadini, insegnando loro la pietà verso Dio custode della città" (VIII,75).
Questa linea di nonviolenza non è propria solo di Origene: dalla fine del II secolo alla fine del III è prevalente, specialmente in certe aree geografiche (per es. Africa). In sintesi, ecco gli elementi che fondano questo atteggiamento:
-- il cristiano è "figlio della pace", perchè è sotto l'unico capo "re della pace";
-- il cristiano è una persona spirituale, che deve salvarsi da questa generazione perversa, deve cioè passare dalle cose visibili a quelle invisibili, dalle materiali alle spirituali;
-- il cristiano lotta quindi nel mondo con le "armi spirituali"; cioè la preghiera con le mani pure e la condotta ispirata sempre alla fede nel Dio vero, alla pace e al perdono; queste sono le armi dei sacerdoti del Dio Altissimo;
-- queste armi possono portare la vera pace, perchè l'origine di ogni guerra sono i demoni e l'ingiustizia.
"Agostino stabilisce una dottrina di giustificazione della violenza a certe condizioni, che finirà per divenire dominante nella chiesa" (E. Butturini, La nonviolenza nel cristianesimo dei primi secoli: Documentazione Caritas, XI,1996, n. 2,43, ! nota 6).
Questa affermazione è giudizio comune a molti studiosi. Occorre esaminare la veridicità e soprattutto capire cos'è avvenuto, nell'impero e nella chiesa, che ha fatto mutare, in linea generale, l'atteggiamento dei cristiani.
"Se dovessimo definire con una frase i nuovi rapporti tra impero e cristianesimo inaugurati nel 313 dal cosiddetto editto di Costantino, potremmo parlare di una "assunzione in proprio" della chiesa da parte dell'impero e, viceversa, dell'impero da parte della chiesa" (R. CANTALAMESSA, Politica ed escatologia: cristianesimo e valori terreni, 85).
Nel momento nel quale l'impero diventa cristiano non sono pochi i padri che si lasciano prendere dalla euforia; in particolare Eusebio di Cesarea pensa che ormai il regno di Dio in terra è presente nell'impero romano divenuto cristiano.
Questo comporta identificazione della chiesa con l'impero romano. Tutto questo in
Occidente durò solo un secolo. Dopo la caduta di Roma nel 410 i cristiani si convinsero
che il mondo intendeva andare avanti anche dopo la fine di Roma. L'impero romano,
nonostante l'aggiunta dell'aggettivo "Cristiano", tornerà a essere considerato
quello che in realtà era sempre stato: una "città terrena". E' questa la
grande riflessione di s. Agostino nella "Città di Dio". Egli aiuta quindi la
chiesa a non compiere un atto idolatrico verso l'"Impero cristiano" e ad
esprimere la sua profonda realtà: essa è "madre cattolica", che raccoglie i
popoli nell'unità. Tuttavia, nella riflessione sulla pace e sulla guerra, dopo la
Conferenza di Cartagine del 411, Agostino è condizionato da due fattori:
-- la resistenza dei donatisti, anche dopo la conclusione della disputa teologica;
-- l'arrivo del "barbari" in Africa o, comunque, l'attacco dei barbari
all'impero romano.
In rapporto ai donatisti, dopo i1415, invocherà il "braccio secolare", cioè
l'intervento militare dell'amministrazione imperiale, e scriverà la lettera 189 al
generale Bonifacio. Preoccupato ormai dell'arrivo dei barbari in Africa, scriverà la
lettera 229 a Dario, governatore dell'Africa, e gli ultimi libri della "Città di
Dio", dove, nel libro XIX, abbiamo una trattazione sul tema della pace e della
guerra.
Agostino si pone il problema di come conciliare il rifiuto evangelico della violenza
con la necessaria difesa del bene comune, in un impero dove ormai coloro che lo guidano
sono cristiani e coloro che lo difendono sono soldati cristiani. Egli non predica la
nonviolenza; e nel comando di Matteo, ove si ordina di non resistere al malvagio (5,39),
egli trova solo una condanna della vendetta e della guerra privata.
La stessa beatitudine "beati gli operatori di pace" si può applicare, a determinate condizioni, anche a un generale (lettera 189,6), al quale Agostino sconsiglia di abbandonare il comando militare, nel quale egli è irreprensibile e indispensabile per la salvezza dell'Africa romana. Agostino ritiene che anche il soldato possa vivere bene il Vangelo: "non... militia sed malitia" (cioè "non l'essere nell'esercito, ma la cattiveria") impedisce ai soldati di fare il bene (sermone 302,16,15), "Non credere che non possa piacere a Dio nessuno il quale faccia il soldato tra le armi destinate alla guerra" (lettera 189,4).
In questa lettera 189, largamente citata dagli studiosi, vi è un passo che, messo a confronto con il testo del "Contro Celso" di Origene, ci fa cogliere un mutamento interno alla chiesa nel IV-V secolo: "E bensì vero che presso Dio sono tenuti in maggior considerazione coloro i quali, rinunciando a tutte codeste occupazioni mondane, lo servono anche nella perfetta continenza della castità, ma ognuno -- come afferma l'apostolo -- ha il proprio dono da Dio, chi in una maniera, chi in un'altra (1Cor 7,7). Altri dunque combattono contro i nemici invisibili pregando per voi, mentre voi spendete le vostre energie combattendo per loro contro i barbari visibili" (lettera 189,5).
In Origene tutti i cristiani sono sacerdoti e quindi sono "un'armata spirituale"; i pagani fanno le guerre; in Agostino ormai c'è una netta distinzione nello stile di vita dei cristiani: vi sono i monaci, che fanno la "lotta spirituale"; i fedeli laici, invece, fanno la guerra con le armi visibili contro i barbari visibili (tesi già presente in Eusebio, Dem. Ev. 1,8). Nella chiesa emerge ormai la constatazione che il "Radicalismo evangelico" spetta solo a qualcuno.
Tuttavia lo stesso Agostino esalta come modello di amministratore dell'impero colui che vince le guerre, senza farle, cioè cercando trattati di pace. E' Dario, governatore dell'Africa, che realizza in modo più vero la beatitudine "Beati i pacifici": "Sono certamente grandi, e hanno una loro gloria, gli uomini di guerra, dotati non solo di molto coraggio ma...anche di grande fede. Si deve ai loro disagi e ai rischi che essi corrono se, con l'aiuto di Dio, vengono domati nemici accaniti, si procura la pace allo stato e alle province, ricondotte all'ordine e alla tranquillità. Ma titolo più grande di gloria è proprio quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada, e procurare o mantenere la pace con la pace e non già con la guerra. Certo, anche quelli che combattono, se sono buoni, cercano senza dubbio la pace; ma a costo di spargere sangue. Tu al contrario sei stato inviato proprio per impedire che si cerchi di spargere il sangue di qualcuno. Mentre quindi gli altri soggiacciono a una evenienza inevitabile, tu hai una missione invidiabile" (lettera 229,2). Questa lettera, scritta negli stessi anni, ci introduce ai testi della "Città di Dio", ove Agostino argomenta ampiamente sulla pace e sulla guerra. Contro il "barbaro", Agostino non predica una guerra santa. La guerra ha la sua origine nel peccato. Infatti gli uomini, pur nati da uno solo, in pace, arrivano a una ferocia più grave di quella delle bestie che non hanno ragione (cf XII,23). La guerra si impadronisce della città terrestre e gli imperi non sono che degli immensi brigantaggi (cf IV,6). Così la pace è il sommo bene e il fine per ciascuna delle due città (cf XIX,17). Nella famiglia degli uomini che non vivono di fede, la pace è un bene fragile, che ha un valore positivo, che può essere ottenuto, per Agostino, anche con una guerra giusta, cioè con una guerra che vendica la violazione di un diritto: "...non vi è nessuno che non voglia possedere la pace. Anche coloro che ricercano la guerra non vogliono altro che la vittoria; quindi desiderano fortemente raggiungere la gloria e la pace attraverso la guerra... Dunque è in vista della pace che si conducono le guerre, anche da parte di coloro che si impegnano ad esercitare le loro attitudini belliche nel comando e nel combattimento" (XIX,12). Per questo, al generale che comanda le truppe dell'Africa, Agostino dice: "Si fa guerra per ottenere la pace; quando tu fai la guerra, sii dunque pacifico per condurre, attraverso la tua vittoria, al beneficio della pace coloro che tu combatti: "Beati gli operatori di pace"" (lettera 189,6). La guerra per Agostino rimane tuttavia sempre un male ("Chi si pone questo interrogativo, ponga attenzione a quel che di funesto e di dannoso è nella guerra, e vedrà che non c'è altro che ostilità e un reciproco conflitto" XIX,28), anche se inevitabile e, a volte, mezzo per raggiungere la pace. Dal confronto con i testi di Origene si può notare che il cambiamento di prospettive è dovuto:
-- alla situazione storica diversa; ormai l'impero è cristiano, l'esercito è fatto dai cristiani, i barbari stanno rovinando l'impero;
-- alla situazione nuova all'interno della chiesa; fra i cristiani vi sono stili di
vita diversi. Solo ad alcuni è chiesto il "Radicalismo evangelico"; agli altri
è chiesto il servizio per il bene comune, che può anche richiedere l'impegno di
arruolarsi e di fare la guerra.
In ordine al tema della obiezione di coscienza al servizio militare nei primi secoli del cristianesimo, è opportuno distinguere storicamente due periodi: il primo, che va dall'età apostolica fin verso la fine del II secolo, e il secondo, che dalla fine del II secolo giunge fino all'età costantiniana. Del primo periodo si può dire ben poco, in quanto non esisteva un servizio militare obbligatorio e comunque i cristiani appartenevano generalmente a ceti esclusi da tale servizio; a questo va aggiunto il fatto che la forte carica escatologica dei primi cristiani, convinti della imminenza della fine del mondo, li portava a disinteressarsi delle vicende del mondo e della società.
La situazione cambia invece nel secondo periodo, per il quale abbiamo diverse testimonianze di martiri militari, accanto a numerose riflessioni teologiche da parte di vari autori cristiani.
La più antica testimonianza, sia pure indiretta, riguardante un martire soldato è
quella relativa al soldato Basilide, riportata da Eusebio nella "Storia
ecclesiastica" (VI,5,1-7).
In realtà il suo non è un caso di obiezione di coscienza vera e propria, in quanto il
soldato non mette in discussione la liceità del servizio militare, bensì rifiuta di
compiere un atto idolatrico. Occorre dunque compiere una distinzione ben precisa fra
martire militare (sacrificatosi per la fede ma non necessariamente avverso al servizio
militare) e il martire obiettore di coscienza, la cui fede cristiana lo conduce alla
impossibilità di servire nella milizia. A quest'ultima categoria paiono appartenere sia
il soldato cristiano di cui parla Tertulliano nel "De corona", sia Marino,
ufficiale dell'esercito romano, protagonista di un episodio avvenuto nel 256-257 a Cesarea
di Palestina, di cui riferisce sempre Eusebio nella "Storia ecclesiastica"
(VII,5,1-7).
Martiri obiettori sono poi sicuramente Massimiliano e il suo coevo Marcello. Entrambi
subiscono il martirio verso la fine del III secolo (Massimiliano nel 295; Marcello nel
298: sono ambedue vittime dell'epurazione che Diocleziano stava già compiendo
nell'esercito, prima di emanare l'editto contro i cristiani del 303); entrambi paiono
spinti dalle medesime motivazioni; entrambi provengono da quel cristianesimo africano
così radicale nel suo atteggiamento critico verso il potere politico.
Su un atteggiamento così intransigente nei confronti dello stato in generale e del
servizio militare in particolare, una notevole influenza ebbero senz'altro le opere di
Tertulliano. Il testo più significativo è senza dubbio il "De corona", nel
quale è manifesto il giudizio negativo sulla liceità della professione militare. Lo
spunto per il discorso è un episodio riguardante un soldato che rifiuta di porsi in capo
la corona d'alloro durante una cerimonia legata al culto imperiale. Richiesto dei motivi
per cui compie un tale rifiuto, egli risponde proclamandosi cristiano: per questo viene
rinchiuso in carcere in attesa della condanna. Affiora qui, nella definizione che
Tertulliano dà di questo giovane, che egli chiama Dei miles, il tema della militia
Christi contrapposta alla militict Caesaris, presente pure in altri Atti dei martiri.
Prendendo il via da questo episodio, Tertulliano pone la domanda se sia lecito per un
cristiano prestare servizio militare. Egli compie una distinzione fondamentale fra il
cristiano non ancora arruolato nell'esercito e il militare che si converte. Per il primo
proclama l'assoluta incompatibilità fra i doveri del cristiano e quelli del soldato,
negando quindi la possibilità di arruolarsi, mentre per il secondo pone due alternative:
o l'abbandono dell'esercito, oppure un'assoluta attenzione a non commettere azioni
contrarie alla fede, fino eventualmente al sacrificio della vita (9).
L'impossibilità per un cristiano di prestare servizio militare, secondo Tertulliano,
deriva sostanzialmente da due motivazioni principali. La prima è che il cristiano,
attraverso il sacramento del battesimo, riceve il sigillo di appartenenza a Cristo, per
cui egli non può assolutamente prestare il giuramento militare, in quanto ciò
significherebbe assoggettarsi all'imperatore e agli dei: è la ragione che Massimiliano
adduce quando rifiuta di accettare il signaculum dell'esercito, in quanto ha già il
signum Christi. La seconda motivazione è di carattere etico: il cristiano non può
combattere contro altri uomini, perchè violerebbe la legge fondamentale dell'amore e
verrebbe meno al divieto che Gesù ha imposto relativamente all'uso della spada. La
incompatibilità fra cristianesimo e servizio militare è ribadita da Tertulliano ne
"L'idolatria" (19,2), in cui egli mette di nuovo in rilievo la contrapposizione
fra le promesse battesimali e il giuramento militare, e inoltre sottolinea la discordanza
fra croce e insegne militari, e fra l'esercito della luce e quello delle tenebre,
concludendo con l'affermazione che "una stessa anima non può appartenere a due
padroni, a Dio e a Cesare".
L'altro grande autore della tradizione africana, Cipriano, non si occupa direttamente del tema del servizio militare, tuttavia alcuni suoi testi presentano elementi riguardanti il tema della guerra e della nonviolenza. Nell'"A Donato" (6-7), in un contesto di generale giudizio negativo sul mondo pagano, Cipriano mette in rilievo l'assurdità della separazione fra morale privata e morale pubblica. Egli infatti fa notare che, in nome dello stato, è permessa qualsiasi forma di violenza, che sarebbe invece considerata reato se fosse il singolo a commetterla.
Nell'opera "Il bene della pazienza" (16), inoltre, Cipriano presenta il carattere pacifico della scelta di vita cristiana, che obbedisce a una legge fondamentale: quella di non rendere mai male per male; è questa la base della nonviolenza cristiana (10).
Spunti per una riflessione conclusiva :
1) La dimensione escatologica del cristiano e della chiesa esprime una verità fondamentale: "siamo nel mondo, ma non del mondo". La pace e ogni bene per l'uomo ci è già dato in Cristo Gesù, ma nel "mistero", come "piccolo seme": la pienezza è nella fine dei tempi. La chiesa, sacramento del regno di Dio, è primizia di questa pace escatologica. I cristiani e la chiesa nella sua realtà istituzionale sono chiamati a incarnare le dieci parole dell'alleanza, sintetizzate nel comando dell'amore, e le beatitudini. Pur lavorando nel mondo e nelle strutture della città terrena, sono chiamati a testimoniare sempre il Vangelo della pace: "Non si può servire a due padroni" vale per ogni attività umana del cristiano. Di qui la consapevolezza che essere battezzati ed essere martiri sono strettamente correlati. L'essere immersi nel mondo, nella storia, nelle istituzioni non dovrà portare il cristiano a ritenere che la pace sia una "utopia". C'è un luogo dove la pace è chiamata a farsi visibile e comunitaria: la comunità di coloro che "hanno riconosciuto e creduto all'Amore" (cf 1Gv 4). E' un luogo dai confini non ben definiti, perché, come dice Agostino, è fatta da tutti coloro che, a qualunque istituzione appartengano, si lasciano guidare dall'amore di Dio che li porta all'umiltà e quindi al dono incondizionato di sé ai fratelli.
2) In questa ottica deve essere ripristinata l'affermazione evangelica e dei padri dei primi secoli: tutti i discepoli di Gesù Cristo sono chiamati a vivere tutto il Vangelo nella sua radicalità. Non vi sono, in questo senso, due tipi di cristiani. Anche riguardo al tema della pace, rimane valida la intuizione di Origene: i cristiani tutti sono sacerdoti del Dio Altissimo, che lavorano per la città terrena innanzitutto con la preghiera e una vita morale conforme al Vangelo. Si può quindi affermare che il comando del "non uccidere" vale per ogni cristiano, in ogni circostanza; e la guerra in fondo è sempre un male. Da qui nasce in particolare, in un certo periodo della chiesa dei primi secoli, l'obiezione al servizio militare, perché il cristiano è il segno della novità che già si è realizzata, anche se non pienamente, della trasformazione delle armi di guerra in strumenti di pace.
3) Si è visto il cambiamento di prospettiva dal IV secolo in poi, dal momento nel quale in maggioranza i cristiani iniziano ad assumere responsabilità nelle strutture della città terrena. Si è già indicato il grave pericolo nel modo di presentare il rapporto chiesa-impero nei padri del IV secolo. Nessuna "struttura" può essere sacralizzata: rimane sempre parte di questo mondo che passa. In questo Agostino ha detto delle parole chiare: anche l'impero romano è città terrena. In altri termini: nessuna realtà terrena può essere detta in modo adeguato "cristiana", pena la totale perdita del senso escatologico. In questa città terrena, pur da pellegrini, i cristiani sono impegnati per costruire la pace. Anche in questa situazione si deve realizzare il comando "non uccidere", perchè "figli della pace". Agostino è convinto di ciò; tuttavia ritiene che in determinati casi la guerra -- pur sempre un male -- sia inevitabile e possa, a determinate condizioni, essere giusta. Abbiamo già ricordato come Agostino sia condizionato in questo dalla situazione della chiesa e dell'impero, e dalla visione della pace in una dimensione principalmente escatologica.
Possiamo interrogarci sulla nostra situazione odierna per poter interpretare e
ritradurre il pensiero dei padri dei primi secoli. A me sembra che la chiesa del concilio
Vaticano II abbia rifatto propri alcuni valori e affermazioni della chiesa dei primi tre
secoli, in particolare la comune vocazione di tutti i cristiani alla santità, cioè a
vivere la carità e le beatitudini. Per questo il cristiano impegnato nelle strutture del
vivere civile, pur nel rispetto del pluralismo democratico, è chiamato alla coerenza con
il Vangelo: non esiste una morale privata e una pubblica o civile. Quando s. Paolo afferma
che occorre "vincere il male, operando il bene" (Rom 12,21), indica un principio
che ha pure un valore "politico". Non occorre forse educare a quest'azione
politica popolare nonviolenta?
La chiesa, inoltre, è consapevole che tutte le armi sono uno strumento micidiale di
distruzione e di morte. Per questo nel magistero della chiesa, dal concilio a oggi, si
arriva pian piano a una condanna generale della guerra (cf il Catechismo degli Adulti
della CEI, "La verità vi farà liberi", 1995, c. XXVI, pp. 490-495).
Note
1) Cf R. CACITTI, I1 cristianesimo primitivo di fronte al problema
della guerra e del servizio militare, in Vita e Pensiero 54(1972) n. 6,77-90.
2) Per una presentazione dei testi cf E. BUTTURINI, La croce e lo
scettro. Dalla nonviolenza evangelica alla chiesa costantiniana, ed. Cultura della Pace,
Firenze 1990.
Per uno studio sul martire Massimiliano, vedi la tesi all'ISSR di Bologna di Marco
Bizzarri: "Escatologia e martirio negli Acta Maximiliani Martiris" (1990), che
utilizzo nell'ultima parte.
3) Cf H. MARROV, La chiesa nella civiltà ellenistica e romana,
Concilium 7 (1971), 1309-1324.
4) Cf R. CANTALAMESSA, Politica ed escatologia. Da Gesù a
Costantino: cristianesimo e valori terreni, ed. Vita e Pensiero, Milano 1976,82-105.
5) Cf M. SIMONETTI, La spada e l'aratro. Una nota sulla
interpretazione patristica di Is. 2,4, in Lat. 44 (1978),411-427; G. LOHFINK, Per chi vale
il discorso della montagna?, ed. Queriniana, Brescia 1990,159-184. Egli nota come prima
della svolta costantiniana sia prevalsa la interpretazione "sociale" di Isaia e
Michea, per cui la pace viene intesa come terrena e collegata al rifiuto di combattere.
Passando poi ad analizzare la interpretazione data nel quarto secolo dalla chiesa
imperiale, coglie un evidente cambiamento determinato dal fatto che "la monarchia di
Dio, rivelato da Cristo, e la monarchia del potere statale sotto Augusto si
rispondevano" (cf Eusebio). Agostino conclude questo processo, interpretando solo in
chiave spirituale ed escatologica l'annunzio della pace.
6) Ancora nel IV secolo, Atanasio, nell'"Incarnazione del
Verbo" 52, presenta la realizzazione di Is 2,2-5 nella conversione alla pace dei
"barbari", opera del Verbo e quindi segno della sua divinità (Contro gli
ariani).
7) Due testi significativi: Girolamo, Is 2 (arieggia la posizione
di Eusebio sulla "pax romana", ma vista solo al tempo di Gesù); Avito di
Vienna, ep. 22 a Gundobado, il re dei burgundi, che ne dà una interpretazione spirituale
riferita alla nonviolenza dei veri cristiani, che egli puntualizza nel rifiuto delle armi.
8) XVIII,54 ha un'allusione: "I cristiani combattono per la
verità fino alla morte, non con la forza delle armi, ma con quella più grande della
pazienza".
9) Cf pure Tradizione Apostolica, 16: "Il soldato che sta
sotto l'autorità di qualche superiore non ucciderà nessuno. Se ne riceverà l'ordine,
non ubbidirà n presterà giuramento alcuno. Se non accetta queste condizioni, sia
scomunicato (reiciatur). L'ufficiale che ha potere di vita o di morte, o il magistrato
rivestito di porpora, o si dimetterà o sarà scomunicato. Il catecumeno o il cristiano
che voglia divenire soldato sia scomunicato, perché ha disprezzato Dio".
10) Non ho presentato i testi molto importanti di Lattanzio, che bisognerebbe studiare, sia per i fondamenti filosofici e sia per lo sviluppo del pensiero dopo l'avvento di Costantino.
di Diego Bona
PREMESSA
Mi piace iniziare questa riflessione citando due testi della Sacra Scrittura, tratti
entrambi dalle lettere dell'apostolo Paolo, che siano come punto di riferimento per tutto
quello che andremo considerando.
"Egli (Cristo) infatti è la nostra pace..; è venuto ad annunziare pace a voi che
eravate lontani e pace a quelli che erano vicini" (Ef 2,14-18). E' un testo che va
letto anche in senso individuale e interiore, ma ancora più nel suo significato pieno:
"Egli è la nostra pace, alla luce del sole e al largo della storia e della
società" (R. Penna).
Nell'altro testo l'apostolo raccomanda ai cristiani di rivestire l'armatura di Dio per
"annunciare il Vangelo della pace" (Ef 6,15), dove "Vangelo della
pace", come commentano i vescovi della Germania, è la designazione biblica
dell'annuncio di Gesù Cristo. Se parliamo di Gesù, dobbiamo parlare di pace. Pace è una
parola che oggi, con sentimento e preoccupazione, viene pronunciata dagli uomini di tutto
il mondo... Così la chiesa di Cristo e i vescovi sono chiamati ad annunciare,
nell'attuale situazione, questo Vangelo di pace (Conf. Episc. Tedesca 1983).
Se la chiesa è "traiettoria di Cristo", cioè la sua continuazione nel mondo,
deve necessariamente essere fedele al Maestro che ha richiesto ai suoi discepoli il
rifiuto della violenza e l'amore dei nemici, e che ha proclamato gli uomini tutti, senza
eccezione, amati dal Padre e chiamati a essere suoi figli; che ha "dato la sua bella
testimonianza di fronte a Ponzio Pilato" (Tim 6,13), con la sua mitezza forte,
nell'ora estrema della vita. Il compito degli annunciatori del Vangelo, che in primo luogo
sono i vescovi, è così chiaramente indicato.
I -- Sguardo storico
Non sempre il percorso bimillenario della chiesa è stato lineare e coerente con questa
esigenza severa e stringente. Accanto a pastori e fedeli che hanno incarnato l'Evangelo,
si riscontrano acquiescenze e compromessi con quella conflittualità che è istintiva
nell'uomo (l'uomo vecchio!) e che porta alla contrapposizione e alla guerra.
Sarebbe superficiale e riduttivo sintetizzare in poche righe una prassi millenaria della
comunità cristiana e, ancora più, generalizzare affermazioni e comportamenti. Si tratta
certamente di storia faticosa, complessa e talvolta sconcertante, ma che va chiaramente in
una direzione positiva e la porta a confrontarsi sempre più insistentemente con il
discorso della montagna (Mt 5).
In questo scorrere di secoli e generazioni potremmo evidenziare tre periodi o percorsi;
ben differenziati tra di loro, che ci aiutano a capire, da una parte, la radicalità della
proposta evangelica e, dall'altra, la fatica della mediazione storica: la prassi della
chiesa primitiva; quella dell'epoca postcostantiniana; e la ricerca dei cristiani di oggi,
magistero e fedeli, che è il punto su cui propriamente oggi vogliamo portare la nostra
attenzione.
Non ci soffermeremo molto sui primi due periodi indicati, perché sul primo mi ha
preceduto una relazione ampia e documentata, e sul secondo ci limiteremo a brevi richiami;
ma questa breve "memoria" ci aiuterà a capire il faticoso cammino per incarnare
l'Evangelo, ricordando sempre quello che affermava papa Giovanni XXIII: "Non è il
Vangelo che è cambiato; siamo noi che impariamo a conoscerlo meglio".
1. Prassi della chiesa primitiva
Per il primo periodo, la chiesa primitiva, mi piace riportare la risposta che Massimiliano, ventenne, dà al proconsole che lo interroga (295 dopo Cristo, Diocleziano imperatore): "Perché vuoi sapere il mio nome? Non mi è dato di servire (come soldato): io sono cristiano. Non so che farmene del vostro segno (la piastrina di arruolamento); io porto già il segno di Cristo mio Dio. Non posso servire, non posso fare del male, sono cristiano". E alla contestazione del giudice che gli ricorda come ci sono dei cristiani che prestano il servizio militare risponde: "Loro sanno quello che fanno. Io sono cristiano e non posso fare del male". Era la posizione netta della chiesa, che ha anche accettato i soldati nella comunità (evidentemente ricordando quanto diceva Giovanni, il Battista, al Giordano); ma imponeva categoricamente la rinuncia a fare del male e a uccidere.
2. Svolta costantiniana
Quando l'editto di Costantino dà cittadinanza alla chiesa, anzi tende a privilegiarla,
si assiste a un progressivo cambiamento. Infatti essa si trova, a un tratto, senza aver
neppure il tempo di maturare una mentalità nuova, ad avere la responsabilità
dell'impero, costituendo di fatto il principale appoggio al potere civile. La progressione
è impressionante:
-- 313, editto di Milano; piena tolleranza per i cristiani;
-- 380, editto di Teodosio; dovere di diventare cristiani e usare le armi contro gli
eretici;
-- 408-416, due editti stabiliscono come solo i cristiani possono essere ammessi
nell'esercito.
Prende corpo la elaborazione della teoria della "guerra giusta", una riflessione
morale e teologica che viene motivata dalla necessità di limitare i danni del conflitto,
ma di fatto avalla una prassi che resterà dominante fino al concilio Vaticano II.
Non si è elaborata una dottrina della pace come tale, anche se la troviamo presente
nell'orizzonte del pensiero cristiano (v. il De civitate Dei di sant'Agostino), ma 1a
guerra, pur essendo una triste realtà da non amare, ha le sue ragioni.
Ecco allora le "condizioni" che venivano richieste affinché una guerra potesse
essere classificata giusta. Non è il caso di enumerarle; ma hanno portato a legittimare
la guerra fino a farne strumento di difesa e di espansione della fede (v. crociate).
Pur in un contesto come quello descritto, ci sono sempre state tuttavia persone che hanno
affermato la irriducibilità del Vangelo alle armi, che come tali appaiono alternative
all'annuncio cristiano (Francesco di Assisi, Erasmo da Rotterdam, Bartolomeo Las Casas,
Charles de Foucauld e minoranze significative).
3. Dalla "Pacem in terris" a oggi
E veniamo al terzo momento storico, che coincide praticamente con il secondo dopoguerra
e che ancora stiamo vivendo, che vede una ricerca vera e sincera sulla pace e per la
condanna della guerra.
La prima parola forte la troviamo in Pio XII: "Non ci sarà allora guerra di
vittoria, ma solo l'inconsolabile pianto della umanità, che desolatamente contemplerà la
catastrofe causata da tanta follia" (radiomessaggi 1954-57) e arriva ad affermare
che, in alcune situazioni, vale meglio subire l'ingiustizia invece della resistenza che
provochi danni incalcolabili.
Assistiamo a una svolta in senso autentico della parola con la "Pacem in terris"
di Giovanni XXIII: "...per cui riesce quasi impossibile pensare che nell'era atomica
la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia" n. 67 (nel testo
originale latino la parola è ancora più forte: "alienum a ratione", cioè:
irragionevole e folle). Ci troviamo per la prima volta di fronte alla proclamazione della
immoralità e assurdità della guerra, e quindi obbligati a trovare altre vie per
ristabilire diritto e giustizia violati.
Tutto questo ha conferma autorevole e solenne nel concilio Vaticano II, che si riunisce a
diciassette anni dalla fine della guerra ed è attento "alle speranze e attese, alle
angoscie e domande" che salgono da ogni parte del mondo invocando la pace.
Quando il concilio chiede una "mentalità nuova" (GS n. 80) nei confronti della
guerra, non domanda solo degli aggiustamenti o aggiornamenti di una teologia affermata, ma
"un ripensamento radicale di quelle tesi, fino a superarle, con l'abbandono di
categorie culturali, morali e teologiche del tutto incapaci a rispondere alla nuova
domanda di pace che dalla terra sale a Dio e alle urgenze dell'Evangelo" (M. Toschi).
E' vero che non troviamo nella "Gaudium et Spes" una condanna piena e senza
reticenze della guerra, come parte dei padri chiedevano: persistono le affermazioni circa
la legittima difesa, anche se si afferma il dovere di andare verso una legittima difesa
comunitaria affidata ad autorità internazionale (GS 79), e una equidistanza tra l'elogio
della obiezione di coscienza e quello a coloro che prestano servizio in armi (GS 79). E'
significativo comunque che, in un concilio pastorale, tutto ispirato al dialogo e alla
misericordia, l'unica condanna, l'unico anatema riguardi la guerra totale (GS 81).
Questa mentalità nuova che emerge dal concilio ha continuato a permeare l'ambiente
ecclesiale, raggiungendo strati sempre più vasti e profondi, come affermava il card.
Lercaro, uno dei padri ispiratori del concilio, quando ricorda come l'insegnamento della
Gaudium et Spes non è un tutto fatto e compiuto, piuttosto un insegnamento in fieri...
Non si scambi un discorso di mediazione col discorso assoluto, originale, direttamente e
pienamente cristiano" (LERCARO, Discorsi sulla pace, pp. 54-55). Aveva affermato,
d'altra parte, il concilio: "Nuove strade converrà cercare...
La provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo noi stessi dall'antica
schiavitù della guerra" (GS 81). Tale indicazione non è caduta nel vuoto, come si
può vedere da tutto l'ampio magistero dei vescovi delle varie regioni del mondo in questi
trenta anni che ci separano dal concilio.
Il magistero del papa e dei vescovi, il martirio di cristiani che hanno testimoniato il
Vangelo della giustizia e della pace, il crescere nella comunità cristiana di una nuova
coscienza ed esigenza di giustizia e di pace diventano luoghi teologici per una
riflessione attenta alla domanda dell'umanità e che si vuol lasciare guidare solo dal
Vangelo.
Il magistero pontificio si fa sempre più insistente: con il grido di Paolo VI all'ONU
"Mai più la guerra.", con l'enciclica "Populorum progressio", dove lo
sviluppo è il nuovo nome della pace, con la istituzione della "Giornata della
pace", che tende a sviluppare una pedagogia e una cultura della pace, senza la quale
i popoli non potranno mai uscire dall'ottica bellicistica atavica. Di Giovanni Paolo II
vogliamo ricordare il momento drammatico della guerra del Golfo, con la sua decisa, forte
presa di posizione, che condannava quella guerra e tutte le guerre, anche a costo di
rimanere pressoché isolato, anche all'interno dell'ambito ecclesiale.
Ripensando questi anni che ci separano dalla svolta conciliare, noi vediamo, da una parte:
-- i messaggi per la giornata della pace;
-- documenti coraggiosi per il dialogo e il disarmo;
-- testimonianze di credenti (La Pira e Milani, Mazzolari e Balducci, Bettazzi e don
Tonino Bello);
-- riflessioni sulle forme alternative di resistenza, quali le possibilità di una difesa
nonviolenta;
-- un sorprendente dilatarsi della obiezione di coscienza;
e dall'altra:
le resistenze dei prudenti e dei realisti, che continuano a pensare che l'unica via
efficace per contrastare situazioni di violenza sia quella delle armi; per cui, se nella
coscienza della gente la guerra è considerata un male e non più un mezzo per risolvere i
problemi tra i popoli, non si arriva a pensare la pace come possibile in questa nostra
situazione.
Siamo in presenza, come sempre nel cammino del Regno nella storia, del già e non ancora.
Troviamo affermazioni lucide e forti da parte di pastori che sentono l'urgenza e l'obbligo
di essere profeticamente presenti, perché il tema della pace entri ai primi posti nelle
agende della chiesa, delle agenzie educative, delle scelte sociali e politiche; e,
contemporaneamente, assistiamo ad atteggiamenti che amano definirsi "prudenti",
a ritorni su posizioni già oltrepassate, a motivazioni ispirate più all'antico "si
vis pacem, para bellum" che non al paradosso evangelico.
Impressiona positivamente la sintonia che si riscontra nelle lettere e nei documenti di
molte Conferenze episcopali nazionali, a cominciare da quella "sorprendente" dei
vescovi dell'America del nord, seguita da quelli dell'Olanda, Belgio, le due Germanie, le
Filippine, il Giappone. L'anno 1983 è stato straordinariamente ricco su questo tema (cf
"Cristo è la nostra pace", Paoline 1986).
Il -- Magistero di pace dei vescovi italiani
E interessante rivisitare questo ultimo decennio di storia italiana, ove ci sembra
emergere una significativa "accelerazione" in positivo su questo tema.
In verità, negli anni '80 si registra una notevole assenza del tema della pace e di tutto
quello che l'accompagna, dalle omelie ai catechismi delle nostre parrocchie. L'attenzione
a questi problemi è largamente minoritaria. E' significativo quanto scrive mons. Tonino
Bello: "La pace non è una delle tante cose che la chiesa evangelizza, uno scampolo
del suo repertorio", ma deve essere messa ai primi posti nell'agenda della nostra
catechesi e predicazione.
Del resto, annota mons. Bettazzi nella sua lucida disamina di come si è posta in quegli
anni la comunità cristiana nei confronti della pace: "Già si era notata l'assenza
dell'episcopato italiano nel concerto delle lettere sulla pace di numerosi episcopati
nazionali; e durante la guerra del Golfo la chiesa italiana "ufficiale" sembrò
allinearsi al partito cristiano nel giustificare quella operazione" (in "I
cristiani e la pace", a cura di A. Cavagna, EDB 1996, p. 63).
La presenza di pastori appassionati e coraggiosi, come quelli che abbiamo ricordato, e
altri in forma forse meno appariscente ma ugualmente incisiva, ha incoraggiato con le
parole e la testimonianza comunità, movimenti, iniziative atte a tenere vivo l'interesse
e far crescere la cultura della pace, oltre a far conoscere all'opinione pubblica il
magistero de1 papa su questi temi (cf Documento episcopato pugliese 1988).
Finché arriviamo alla lieta sorpresa del Catechismo degli Adulti (CdA), che la Conferenza
episcopale italiana, cioè i vescovi nella loro espressione più corale e autentica,
consegna alla comunità cristiana italiana nel maggio 1995, dove troviamo affermazioni e
ancora più indicazioni e aperture che dischiudono ampi orizzonti.
E' proprio in considerazione di quello che il CdA dice, e ancora più per quanto lascia
intendere, che ci sembra "poter riscontrare una vera novità, addirittura di portata
storica, che pone l'episcopato italiano all'avanguardia del magistero di pace" (p.
Cavagna in "Presenza cristiana").
Prenderemo in considerazione il cap. 26 che parla della vita, del suo valore, del rispetto
che le è dovuto, delle violenze che la insidiano, violenze dell'uomo sull'uomo (legittima
difesa, pena di morte, aborto, suicidio, eutanasia, come violenza individuale; guerra e
quanto favorisce la guerra, come violenza collettiva).
A una prima lettura, sembra che il CdA non si scosti granché dalle posizioni che diremmo
consuete, anche perchè legittimate dal Catechismo della chiesa cattolica pubblicato nel
1992, dove trovano sostanziale equilibrio affermazioni di principio sulla sacralità della
vita, l'obiezione di coscienza e la condanna della guerra totale, accanto ad altre che
sembrano giustificare il diritto all'uso delle armi, con il richiamo ad elementi della
dottrina detta "della guerra giusta", la cui opportunità viene lasciata alla
valutazione di quanti hanno responsabilità del bene comune. Ci domandiamo: anche nel CdA
si affaccia un sostanziale equilibrio? Dire: "Il cristiano non ricorre mai alla
violenza...; per nessuna ragione può essere giustificata la soppressione di un
innocente...; la persona umana ha un valore assoluto...; il mondo civile dovrebbe bandire
totalmente la guerra...; occorre togliere agli stati il diritto di farsi giustizia da
soli...; appare urgente promuovere il ricorso a forme di difesa nonviolenta...",
sembra stridere con altre affermazioni che appaiono in contraddizione: "La difesa da
un giusto aggressore è lecita, a volte persino necessaria...; non si può negare ai
popoli quel diritto alla legittima difesa che non si nega neppure ai singoli uomini...; va
consentita la ingerenza umanitaria di un paese neutrale...". Ma le affermazioni in
positivo sono di gran lunga più consistenti e ricche di sviluppo di quelle negative; e
anche queste sono interpretabili o da interpretarsi come uso della forza "non
omicida", nei limiti di una polizia nazionale e internazionale, come più avanti
specificato. Ci piace esaminarle più da vicino.
Un punto illuminante è quello che tratta della pena di morte (1028). Il CdA non teme di
partire ricordando l'insegnamento tradizionale, presentandolo come una interpretazione di
qualche testo biblico che lo riconosce; ma di fatto lo supera affermando "non
giustificabile e non applicabile alla situazione della nostra società".
Se ancora il Catechismo della chiesa cattolica del 1992 ne riconosceva la legittimità,
già l'enciclica "Evangelium vitae" del marzo 1995 affacciava fortissime
riserve, affermando come oggi i casi che la richiederebbero "sono molto rari, se non
inesistenti". Ma il CdA taglia alla radice ogni residua motivazione, dettando:
"Oggi, nella nostra società, l'accresciuta consapevolezza della dignità di ogni
uomo, ancorché criminale, induce ad abolire questa pena". Si avverte il ricordo del
Signore che pone un segno su Caino (Gen 4,15), l'eco della parola di Gesù "chi è
senza peccato scagli la prima pietra", la infinita pazienza di Dio che "non
vuole la morte del peccatore, ma che l'empio si converta e viva" (Ez 33,11).
Vi ho trovato la conferma di quanto il mio vecchio maestro di filosofia ci insegnava già
cinquant'anni fa, statistiche alla mano, sulla inutilità di questo mezzo come deterrente
della criminalità. Anche sul tema più ampio e generale della pace e del ripudio della
guerra, ci troviamo in presenza di qualcosa di nuovo, di un passaggio decisivo: non
vengono proposti aggiustamenti allo schema vecchio, che ha condizionato per secoli la
legittimità della guerra, pur con tutti i distinguo e le eventuali condizioni; ma viene
raccolta l'onda della "Pacem in terris" e del concilio, indicando piste nuove
nella direzione della radicale nonviolenza. Già si avverte dal titolo "abolire la
guerra" (1037), che suona come una ventata di primavera nel faticoso percorso che
siamo andati ricordando. Abolire la guerra tout court, senza distinzioni di sorta e con
motivazioni stringenti: "Un mezzo barbaro, che deve essere sostituito da mezzi umani
(dialogo, trattativa, arbitrato)", perché in contraddizione con il disegno di Dio e
il messaggio di Cristo. Vorrei sottolineare tre passi, tre prospettive, che sono strade
aperte per ulteriore progresso:
-- dove si parla della nonviolenza;
-- dove si prospetta un ordine sovranazionale;
-- dove si invita a trasformare strutture e formazione dell'esercito.
Affermare che "appare urgente promuovere nella opinione pubblica il ricorso a forme
di difesa nonviolenta" (1038) apre la prospettiva evangelica di non rispondere con la
violenza all'aggressore, una parola che Gesù rivolge ai discepoli che hanno accettato di
seguirlo, ma che ha una profonda valenza per tutti gli uomini, rispondendo alla sincera
ricerca di una umanità rinnovata. Non è debolezza, perché richiede molta più capacità
e padronanza di sè del)'azione immediata; e non è nemmeno passività che favorirebbe la
prepotenza di chi si sente più forte, ma diventa l'unico modo per spezzare la spirale
deleteria della violenza. E' il rifiuto radicale della violenza, sia quella che opprime,
sia quella che vuole contrastare usando lo stesso metodo, aggiungendo all'offesa
dell'altro la propria. E' una ipotesi tutt'altro che utopistica, perché questa dottrina e
questa prassi hanno una loro forza, capace di ribaltare situazioni che sembrano
graniticamente assestate, come si può leggere nella storia di questo ultimo secolo (la
emancipazione dell'India, la caduta del muro e dei regimi dell'est, la svolta di Benigno e
Corazòn Aquino nelle Filippine, la vicenda di Soweto in Sudafrica, la svolta democratica
in Madagascar ecc.)
Certo non senza fatica e sofferenza, e non sempre con cammino lineare ed esito positivo,
perché questa "mitezza forte", come la chiamano in America latina, ha bisogno
di forte educazione e largo coinvolgimento di popolo. Occorre allora investire in questa
direzione (ed è quanto raccomanda il CdA) e invitare tutte le agenzie educative, come le
famiglie e 1a scuola, l'informazione, le chiese, la chiesa cattolica soprattutto
"esperta in umanità", a intraprendere questo cammino lungo, impegnativo, ma
capace di far sorgere all'orizzonte l'arcobaleno della pace.
Da alcuni anni la chiesa italiana ha fatto una chiara e decisa "scelta
preferenziale" dei poveri. Tutti conosciamo quanto sia impegnativo e faticoso
tradurla nella mentalità e prassi di "tutti" i nostri cristiani, perché si
tratta di contrastare forze che sono dentro l'uomo e che dominano il mondo. Aver però
indicato chiaramente questa opzione, anche se non è ancora la meta, è già la strada.
Osiamo chiedere alla chiesa italiana di giungere a una chiara e decisiva scelta
preferenziale della nonviolenza, rifiutando tutto quello che richiama la guerra e
promuovendo tutte le forme concrete a ciò orientate (servizio civile, obiezione di
coscienza, stop alla produzione-commercio delle armi, educazione alla difesa popolare
nonviolenta).
Una seconda affermazione, foriera di ulteriori sviluppi, la possiamo trovare dove il CdA
scrive: "Si dovrebbe togliere ai singoli stati il diritto di farsi giustizia da soli,
come è già stato tolto ai privati cittadini e alle comunità intermedie" (1037). E
una proposta che si trova già in documenti pontifici e nella lettera dei vescovi tedeschi
del 1983, e ora viene assunta responsabilmente dalla chiesa italiana.
Nessun cittadino si ritiene menomato dal fatto che lo stato avoca a sè l'applicazione
della giustizia, come è anche avvenuto con le varie entità territoriali con la
unificazione dell'Italia. Occorre andare verso un'autorità internazionale, un soggetto
sovranazionale, al quale partecipano responsabilmente tutte le nazioni, il quale disponga
di strumenti adatti a dirimere o impedire o arrestare e, infine, ricomporre le questioni
che sorgano tra gli stati membri. Superare cioè l'ottica del diritto fondato su un
sistema di stati sovrani, che gestiscano in proprio, e a loro arbitrio, le questioni e le
tensioni della giustizia reciproca: "In un mondo in cui tutti sono legati tra loro in
modo mai conosciuto, un ordine mondiale diventa, non solo importante, ma indispensabile.
Va sfruttata ogni possibilità perché gli organismi internazionali possano riappropriarsi
di quei compiti che sono loro propri per le loro origini, i loro statuti e il loro
mandato" (id).
Tutto ciò richiede una riforma dell'ONU, nella linea della maggior democratizzazione,
aprendo le porte del Palazzo di vetro ai popoli della terra, annullando l'assurda
divisione tra nazioni che contano (diritto di veto) e quelle che contano poco.
In base a un diritto internazionale, che sta progressivamente emergendo, profondamente
diverso da quello della sovranità assoluta degli stati, i diritti umani vengono prima di
quelli dello stato, come quelli delle persone e dei popoli (cf Giovanni Paolo II all'ONU,
ottobre '95).
Il CdA completa questa indicazione affermando: "Meritano sostegno le proposte
tendenti a cambiare struttura e formazione dell'esercito per assimilarlo a un corpo di
polizia internazionale" (1038). Il che non è da confondere con certi interventi,
miratamente militari, camuffati come azione di polizia internazionale (leggi guerra del
Golfo e altri consimili, cui abbiamo assistito in questi anni).
"Occorre una trasformazione radicale per addestramento, metodo e mezzi" (p.
Cavagna in "Presenza cristiana"). Se non si vuole mettere in discussione
l'esistenza degli eserciti, occorre andare verso una radicale loro trasformazione. Si
tratta infatti di riconvertire una struttura, essendo un esercito costruito per la guerra
e non per azioni di pace. Al di là delle affermazioni di principio, che vogliamo
accogliere come sincere, si tratta sempre di realtà e strutture violente (sistema
militare equivale praticamente a sistema di guerra). Vorrei riportare qui una
testimonianza non sospetta: "Il soldato, di per sé, non è fatto per le operazioni
di pace: per natura è fatto per combattere, è fatto per uccidere, e deve saperlo anche
fare bene; quindi deve sparare. Nelle operazioni di pace non si deve invece sparare"
(Gen. Bruno Loi).
Questo comporta un compito impegnativo per la chiesa e per i cristiani, a cominciare dalla
pastorale dei militari, con il problema della presenza dei cappellani, presenza certamente
significativa e importante, ma discutibile nelle forme attuali di omologazione alla
struttura militare. Non è certo contrapposizione che si vuol proporre, ma seria
riflessione sul problema. Ciò richiede anche ai pastori e ai credenti un discernimento
attento sul NUOVO MODELLO DI DIFESA, un progetto che viene continuamente riproposto dagli
ambienti militari e che trova posto nelle prospettive di governo. Questa proposta rischia
di passare inosservata alla opinione pubblica, mentre stravolge il dettame costituzionale
(art. 11 della Costituzione italiana) e contrasta con la promozione di giustizia e pace.
Ridisegnare il nostro esercito (e quelli della Nato) nella strategia, nei mezzi e
nell'addestramento, non più in funzione della difesa dei confini della patria, ma per la
difesa degli "interessi vitali della nazione ovunque si trovino", apre una
prospettiva preoccupante. Per "interessi vitali" non si va molto lontano
leggendoli come materie prime, necessarie ai paesi industrializzati (Rapporto Ministero
Difesa 1990).
Se consideriamo l'attuale assetto del mondo e il solco sempre più largo che separa i
paesi ricchi dai paesi poveri (che benevolmente si definiscono "in via di
sviluppo"), una ipotesi di questo genere equivale a cristallizzarlo, introducendo la
legittimazione della forza dei potenti e dei ricchi sui deboli e poveri. E' vero che da
tante parti pervengono assicurazioni che si tratta solo di impegno dell'esercito verso la
criminalità organizzata (Vespri siciliani, operazione Riace, Somalia e Bosnia), ma è
sempre tenere tra mano un giocattolo pericoloso, una macchina da guerra come sinceramente
confessava il gen. Jan (già consulente militare del presidente Cossiga):
"Sinceramente non vi capisco. Nostro compito è mettere a punto uno strumento, il
più perfetto possibile, in questo caso un esercito efficiente e di rapido intervento..;
saranno poi le scelte politiche a utilizzarlo" (Convegno di Molfetta 1995).
L'affermazione "proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell'esercito per
assimilarlo a corpo di polizia internazionale" ci sembra porti molto lontano da
strutture di questo tipo, che già si sono dimostrate deleterie oppure largamente
insufficienti.
CONCLUSIONE
Quando affermavamo che la posizione dei vescovi italiani segna una svolta
significativa, ci riferivamo innanzitutto a quanto si legge nel testo, ma più ancora alle
prospettive che alcune affermazioni, come quelle che siamo andati considerando, vanno
aprendo.
Occorre ora, partendo da questi punti fermi, procedere nella stessa linea che la chiesa ha
usato per lo sviluppo dei dogmi: fedele alla rivelazione, aperta alla novità dello
Spirito, ha lasciato crescere quei germogli di vitalità.
Sulla linea che ci ha indicato il concilio, docili allo Spirito che inquieta la storia e
fa crescere una sempre più viva coscienza e sensibilità di giustizia e di pace,
confortati dalla testimonianza spesso eroica di vescovi e laici che hanno sofferto per
queste verità, attenti a respingere la tentazione di sempre possibili ritorni,
incamminiamoci sul sentiero di Isaia, che è il sogno di Dio e la speranza degli uomini
(1039).
INTRODUZIONE
Dentro la riflessione di questa "due-giorni della cultura della pace",
l'eucaristia che ci disponiamo a celebrare acquista particolare significato e forza.
Infatti, la pace umana, come opera della giustizia e frutto dell'amore, "è immagine
ed effetto della pace di Cristo"..., il quale "per mezzo della sua croce ha
riconciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l'unità di tutti in un solo popolo
e in un solo corpo, ha ucciso nella sua carne l'odio e, nella gloria della sua
risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini" (GS 78).
Difatti l'eucaristia avviene in uno dei contesti più tragici della situazione umana: il
tradimento di Giuda; profanazione dell'amicizia; negazione totale della fraternità e
solidarietà. Apparente fallimento e morte dell'innocente. Dispersione della comunità.
Senza dubbio l'eucaristia si volge nella direzione di una nuova storia, per la sua
capacità di ribaltare i fatti. La notte del tradimento diventa la prova del più grande
amore e del perdono. La morte subita si trasforma nel momento della glorificazione del
Figlio, del dono dello Spirito e dell'inizio di una vita nuova nel Risorto. Il corpo
trafitto e il sangue versato inaugurano un banchetto di comunione al quale sono invitati
tutti gli uomini di tutti i tempi e condizioni. Il piccolo gregge disperso per esser stato
percosso il suo Pastore rinasce come popolo nuovo di dimensione universale.
In questo modo l'eucaristia è già "cultura della pace", essendo affermazione
della vita, riabilitazione della dignità della persona umana in tutte le sue dimensioni e
valori, punto d'incontro, solidarietà e comunione di comunità e popoli.
Viverla e celebrarla in questa prospettiva, ci pone di fronte a tutti i nostri fratelli
nella fede e di fronte a tutta l'umanità, per riconoscere i nostri peccati e
responsabilità per l'assenza della pace, e per motivare in base al Vangelo un rinnovato
impegno verso di essa, implorandola nella preghiera come dono di Dio e costruendola
secondo le nostre possibilità.
OMELIA
Un fatto accaduto nel 1982, durante la guerra delle Malvine ( o Falkland), mi introduce
nel tema di questa omelia. In quel tempo lavoravo, come prete, in un ampio quartiere della
periferia di Buenos Aires. Era una parrocchia in formazione. Non c'era chiesa e ci
riunivamo ogni domenica in strada per celebrare l'eucaristia. La catechesi si svolgeva in
alcune case di famiglia, animata da una quarantina di catechisti, in gran parte di vita
cristiana esemplare.
Una domenica, mentre si faceva una colletta nazionale per i soldati delle Malvine, una
giovane catechista espresse un dubbio sulla liceità di detta colletta. Le sembrava una
forma di appoggio alla guerra e ciò non lo riteneva cristiano.
In ragione della sua obiezione, decidemmo di affrontare il problema durante l'omelia. Ci
chiedevamo quale dovesse essere la nostra posizione di cristiani circa la guerra delle
Malvine; e giungemmo a queste conclusioni:
non si doveva fare la colletta, perchè era dubbia la sua finalità; non eravamo
certi se andava in favore dei soldati o per sostenere l'apparato bellico;
non dovevamo pregare per la vittoria, perchè avrebbe significato appoggiare
ideologicamente la guerra, che riconoscevamo essere struttura di peccato;
dovevamo pregare solo per la pace (anche a costo di perdere) e perchè, qualunque
parte avesse perso, non serbasse rancore né venisse umiliata nella sua dignità.
Fu una eucaristia nella quale sperimentammo l'azione dello Spirito e la forza del Vangelo
della pace. Voi sapete che perdemmo noi argentini, ma venne la pace. Dopo la disfatta,
venne in fretta la caduta del governo militare che ci opprimeva e che era responsabile di
molti morti e di circa 30.000 desaparecidos (scomparsi).
LA PACE È IL NOME DI DIO, COME L'AMORE
Le tre letture di questa XXX domenica del tempo ordinario ci conducono a identificare in Dio l'amore e la pace nel suo significato pieno. Partendo dal tema-chiave del "Comandamento principale", la liturgia odierna ci svela una ricca immagine di Dio.
Prima lettura
È il Dio della liberazione del popolo di Israele e che oggi è vicino a quanti, uomini
e donne, si trovano in qualche modo sottomessi a qualsivoglia potere che mortifichi la
loro vita, la loro dignità e i loro diritti personali e comunitari.
È il Dio che allora ascoltò il grido di Israele schiavo dei faraoni e che oggi ascolta
"il grido del povero" con collera e misericordia insieme. La misericordia
manifesta tutta la sua compassione e solidarietà, fino a farsi carico della sorte del
povero, dell'oppresso, dell'escluso, dello straniero, della vedova e dell'orfano.
La collera manifesta un Dio attivo, che non teme di schierarsi contro l'oppressore e
l'usuraio, perchè è padre, amico, difensore e garante dei diritti del povero.
In Gesù Cristo abbiamo il Dio solidale che, non solo si fa uomo, ma si fa povero e da
questa condizione proclama la gloria di Dio e la pace a coloro che egli ama, offrendo la
salvezza a tutti.
Seconda lettura
Ma è anche il Dio capace di riannodare i rapporti umani e costruire una comunità di fratelli, testimoni di una vita nuova, che la fa finita con gli idoli di turno e assicura, nella speranza, la comunione piena e la liberazione integrale offerte in Gesù Cristo. Questa comunità è in gestazione in mezzo alle tribolazioni del mondo, accogliendo la Parola sotto l'azione deliziosa dello Spirito, che la pone nella sequela del Signore per mezzo della chiesa.
Vangelo
Infine, nel Vangelo proclamato, egli si rivela il Dio che esige dall'uomo un amore
totale, incondizionato, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.
Tuttavia è un Dio che, senza cedere questo primato, assimila ad esso l'amore del
prossimo, attribuendogli pari importanza. Prossimo è ogni essere umano, specialmente
quello in necessità (cf Mt 25,31-46).
Il prossimo va amato come se stessi, senza attenuanti o mezze misure. E questo amore si
ripercuote sul cuore di Cristo, che si ritiene termine ultimo di ciò che facciamo o
tralasciamo di fare ai più piccoli dei suoi fratelli. Su questo comandamento si gioca la
qualità del credente.
Questo modo di essere e di operare di Dio fa sì che lo identifichiamo con l'amore e con
la pace, concetti che si realizzano in pienezza soltanto nel mistero trinitario e si
rivelano in modo limpido nelle relazioni di Dio con il suo popolo. Inserito nella storia
dell'uomo attraverso la sua Parola e la persona di Cristo, la pace è segno della sua
presenza ed è Cristo medesimo, che riconcilia l'uomo e ne reintegra la dignità. Da tale
punto di vista essa è un dono, frutto dello Spirito del Risorto, che costruisce l'uomo
nuovo e la civiltà dell'amore.
CULTURA DELLA PACE IN TRE ORDINI E LIVELLI
Partendo dal sin qui detto, mi accingerei a pensare la cultura della pace in tre ordini e livelli complementari. Essi vanno integrati, dal momento che interagiscono in ogni istante, pena annullare o per lo meno compromettere la costruzione della pace, intesa come cammino da percorrere o come processo in gestazione nella storia.
1. La pace è anzitutto un fatto spirituale che si gioca nella coscienza stessa
dell'uomo. Suppone pertanto una mistica, una spiritualità, una scala di valori, un codice
etico, una strategia di azione coerente tradotta in criteri di vita, atteggiamenti
dell'animo e impegni assunti coscientemente.
Dicendo questo, non intendiamo in alcun modo relegarla in un piano intimistico, perchè la
pace, per sua stessa natura, dice relazione a noi stessi, ai nostri simili, alla creazione
tutta e a Dio. Non si può parlare di pace o cercare la pace senza che la persona tutta
(corpo, cuore, mente e ambiente circostante) la accolga come dono e se ne faccia
portatrice agli altri.
Incarnare la pace nella propria vita e lanciarsi in un processo di pace implica una
conversione profonda. Bisogna far cadere molti complessi e barriere che ci bloccano e
dividono: pregiudizi, sensi di superiorità o inferiorità, atteggiamenti meschini, odio,
egoismo, vendetta, razzismo, tribalismo, nazionalismo, separatismo, fondamentalismo,
passività e incoerenze...
Ciò implica educarsi alla pace aprendo gli occhi sulla realtà che ci circonda. Occorre
avere capacità critica di fronte ai condizionamenti storici e ai giochi di pressione e di
potere che manipolano i mezzi di comunicazione per sfruttare i più deboli. Bisogna
percepire i segni dei tempi e impegnarsi, senza euforie, ma con speranza e ottimismo.
Dobbiamo ascoltare il "grido dei poveri", oggi, nelle sue molteplici forme, e
muoverci a compassione di fronte ai molti esclusi ed emarginati della nostra società.
Bisogna anche coltivare un giusto moto d'ira di fronte allo sfruttamento dei più deboli e
alla violazione dei diritti umani. Diamo priorità al valore della vita, difendendo la
dignità della persona in tutte le sue dimensioni, salvaguardando il creato e denunciando
le ingiustizie.
Essendo la pace un dono messianico ed escatologico, dobbiamo accogliere la grazia di Dio
che perdona il nostro peccato, ci guarisce dalle nostre debolezze, infonde nuovi ideali e
ci restituisce alla condizione di figli di Dio e di fratelli di ogni uomo. Impariamo a
vivere in pace rendendo il nostro cuore mite, umile e impegnato come quello di Gesù.
2. La pace è una conquista sociale, che suppone nuove relazioni umane e un'azione
solidale. Non basta essere buoni perchè ci sia la pace. E necessario che l'amore produca
opere di giustizia. Si richiede che i giovani abbiano futuro; che uomini e donne abbiano
cibo, scuola e lavoro; che i popoli siano riconosciuti nelle loro caratteristiche
culturali e religiose; che si rispetti la indipendenza delle nazioni; che si equilibrino
gli scambi commerciali tra nord e sud, tra est e ovest; che si garantisca a tutti gli
esseri umani il diritto di vivere dignitosamente soddisfacendo le necessità primarie e
promuovendo un livello di uguaglianza nel concerto delle nazioni.
Bisogna dire basta alla guerra e a tutto ciò che la produce; bandire dal pianeta le
ideologie belliche ed egemoniche; farla finita con lo sfruttamento e il latrocinio a danno
dei paesi poveri del terzo mondo. Perdura oggi una vergognosa forma di sottomissione dei
paesi poveri da parte dell'Occidente benestante, che prolunga il suo colonialismo con
nuovi artifici, condannando all'impoverimento, alla fame e alla miseria grandi settori
dell'umanità. Molte volte esercita un paternalismo che crea dipendenza e alimenta una
corruzione sfacciata nei governi locali.
Bisogna aprirsi al dialogo, al pluralismo, alla convivenza fraterna, allo scambio
culturale, alla solidarietà internazionale. Convinti che la pace potrà essere solo una
conquista di tutta la comunità umana organizzata, occorre:
sostenere gli operatori di pace e le istituzioni che li raggruppano;
dar voce e spazio ai profeti della nonviolenza e della giustizia, agli obiettori di
coscienza e al volontariato;
unire gli sforzi, nella verità dell'amore, con tutti coloro che lavorano per la
pace e la giustizia in associazioni e movimenti ecumenici, pluriconfessionali,
multipartitici nazionali e internazionali;
impegnarsi comunitariamente, visto che le azioni individuali sono inefficaci
finchè non riescono ad acquistare consenso e ad esercitare la dovuta pressione sugli
organi del potere;
allargare la partecipazione alle manifestazioni e rivendicazioni nonviolente dei
diritti umani;
favorire la creazione di spazi di divulgazione dei giusti ideali.
3. La pace presuppone infine un'azione politica sulle strutture, che stanno all'origine
delle attuali situazioni di ingiustizia e di morte. Si tratta di capire che la pace
dipende da un progetto o modello di società che richiede mutamenti radicali, strutturali;
non basta curarsi degli effetti, occorre agire sulle cause.
Possiamo chiaramente affermare che la guerra, gli squilibri internazionali, il perpetuarsi
di situazioni di ingiustizia, di fame e di impoverimento non dipendono da fattori isolati,
bensì conseguono a un progetto o modello di società chiaramente antievangelico,
disumano. Tale progetto è orchestrato e sostenuto da ideologie e interessi legati al
denaro e a meccanismi di potere.
Tra le strutture che sono le cause stesse del malessere sociale e che pertanto esigono una
distinta volontà politica, si deve nominare il riarmo, il modello neoliberale di economia
di mercato e di sviluppo, il debito esterno, la capillarizzazione e la globalizzazione dei
mezzi di comunicazione sociale e lo scadimento endemico delle Organizzazioni
internazionali. In concreto:
a La fabbricazione, accumulazione e commercializzazione delle armi, opera
soprattutto dell'Occidente benestante, "è una delle piaghe più gravi dell'umanità
e danneggia in modo intollerabile i poveri" (GS 81). Si è soliti giustificarla con
il pretesto che è un mezzo per garantire la pace e l'equilibrio internazionale. In
realtà non è così.
Le armi, una volta fabbricate, richiedono di essere vendute e usate, creano e alimentano
tutte le guerre internazionali e civili. Basta pensare allo scandalo della guerra di El
Salvador. Questa guerra terminò quando gli Stati Uniti smisero di finanziarla.
Altro esempio chiaro di questo mercato di morte furono le agenzie, patrocinate dalle
fabbriche militari, che reclutarono in Italia i mercenari per la guerra in Bosnia.
Duole per esempio sapere che un milione di bombe, eufemisticamente chiamate anti-uomo
(come se le altre fossero in favore dell'uomo), in maggioranza fabbricate in Italia,
restano ancora non disattivate in Mozambico, causando nuove vittime ogni giorno.
Se si continuano a fabbricare armi, da qualche parte sempre ci sarà guerra, la pace sarà
molto precaria nel resto del mondo e l'impoverimento dei popoli continuerà a crescere.
È un fatto che, spesso, la guerra non infierisce sui grandi paesi produttori ed
esportatori di armi, i quali si avvantaggiano economicamente e politicamente a spese dei
paesi deboli, con il pretesto di sostenere la occupazione e di procurare la ricchezza
sociale.
L'ètica internazionale e la solidarietà umana esigono che non solo si garantisca la pace
locale, ma che si eliminino le cause e gli strumenti di guerra negli altri paesi.
In questa linea dovrebbe essere rivisto il cosiddetto Nuovo Modello di Difesa, messo a
punto dai paesi della Nato, teso a garantire gli "interessi vitali" (leggi
"economici") di questi, non in base alla cooperazione e al mutuo sviluppo
integrale, bensì al mantenimento del predominio del Nord sul Sud del mondo, con il
supporto dello strumento militare.
È indegno dell'uomo pensare che la produzione e il commercio delle armi sia la strada
dello sviluppo e della sicurezza. È una struttura di male e di morte che deve essere
sradicata, se vogliamo pensare seriamente alla pace. Del resto sappiamo che ogni tentativo
di porre limiti e leggi parziali di controllo non sono che pezze, che i grandi poteri
finanziari sanno benissimo eludere.
b Il modello neoliberale di sviluppo e della economia di mercato è un altro
fattore di squilibrio, che deve essere corretto nella sua stessa radice ideologica e
pratica.
Siamo di fronte a un progetto di sviluppo e di economia mondiale che conosce e persegue
solo il valore della produttività, coperto dall'anonimato delle multinazionali e che
prescinde per definizione da ogni regolamentazione di giustizia o di etica, che lo possa
mettere in questione e riordinare.
Oltre essere un modello unico, imposto, che non tiene in alcun conto le caratteristiche
culturali e i sentimenti del popolo, manca di qualsiasi prospettiva umana e integrale.
In fondo, è una economia di libera concorrenza fino alla eliminazione, che non si arresta
di fronte alla rapina e all'impoverimento dei paesi già sfruttati del terzo mondo,
incapaci di competere con la tecnologia dell'Occidente benestante. Questo modello
economico non tarderà a ritorcersi in danno degli stessi paesi che
lo alimentano. L'allarmante crescita della disoccupazione mondiale, accompagnata da altri
elementi di decomposizione sociale (i costi sociali sempre maggiori che sta imponendo), è
un detonatore preoccupante. L'economia deve ritornare in mano all'uomo e recuperare il suo
senso umano. Lo sviluppo deve essere integrale, in funzione di tutto l'uomo e di tutti gli
uomini. Economia e sviluppo devono ritrovare la centralità della persona umana, loro
destinatario e attore principale. Va recuperato similmente il senso di equità e di
solidarietà, deplorevolmente ignorato nella prassi attuale.
c Il debito estero è una nuova forma di schiavitù, destinata a soggiogare
paesi interi, obbligati a spendere tutte le loro energie per pagare conti, talvolta,
nemmeno contratti o che, spesso, non furono impiegati a beneficio dei medesimi. Oggi esso
è un peso intollerabile e inammissibile. La maggior parte dei paesi su cui grava questo
peso sono i medesimi che prima erano stati spogliati da un colonialismo predatore di
risorse naturali e di materie prime.
"Il problema del debito estero non è solamente, né principalmente, economico,
bensì umano, perchè conduce a un impoverimento sempre maggiore, impedisce lo sviluppo e
ritarda la promozione dei più poveri. Noi mettiamo in discussione la sua validità,
quando, per pagarlo, si mette seriamente in pericolo la sopravvivenza dei popoli, quando
la stessa popolazione non venne consultata prima di contrarre il debito e quando questo è
stato usato per fini non sempre leciti" (Santo Domingo, 197). "E necessario
trovare forme di riduzione, dilazione o estinzione del debito, compatibili con il diritto
fondamentale dei popoli alla sussistenza e al progresso" (CA 35).
A questo flagello devono essere equiparati gli squilibri interni, in molti paesi,
provocati dal deficit fiscale, dal disordine monetario, dalla distruzione delle economie
statali, dalla svalutazione delle materie prime, dalla inflazione, dalla corruzione ecc.
(Santo Domingo 198).
Tutto ciò fa pensare a un apparato strutturale deteriorato e perverso, che esige una
conversione radicale.
d La capillarizzazione e la globalizzazione dei Mezzi di Comunicazione Sociale
sono il grande strumento del potere finanziario per imporre la sua visione livellatrice
del mondo e una uniformazione schiacciante delle necessità e delle aspirazioni in
funzione di interessi predeterminati. Una volta verificata la loro possibilità di
interessare e coinvolgere la gente a livello mondiale, questi mezzi sono manipolati per lo
più da poche agenzie internazionali, che selezionano e diffondono molte notizie,
realizzando una omogeneizzazione culturale e una superficialità che emarginano la
diversità, sminuiscono la capacità critica e addormentano la creatività dei soggetti e
dei popoli.
Per una cultura della pace è necessario rafforzare i cammini di personalizzazione,
offrire una informazione alternativa, che favorisca la riflessione e la partecipazione, e
dare spazio all'espressione e comunicazione dei valori culturali locali più genuini.
e La condizione endemica delle organizzazioni internazionali è un'altra grande
sfida che la comunità internazionale deve affrontare, se davvero cerca la pace.
Questo problema è urgente, tanto più che è in relazione con i quattro aspetti
strutturali appena considerati. In un sistema democratico e dialettico, l'unica
prospettiva, storicamente individuata, che possa riordinare il mondo solidalmente, per il
bene di tutti, è un'autorità internazionale.
Molte organizzazioni internazionali, sane in quanto a finalità originaria, sono
inefficaci in ordine alla pace, fino ad asservirsi al potere contrario per vuoto di
progettualità e di strutture. Una organizzazione condizionata dalle parti non potrà mai
servire alla pace. Non è sufficiente sfornare progetti parziali, che non tengono in conto
la interazione dei molti fattori e cause responsabili della situazione attuale. Non si
può tollerare che la maggior parte delle energie di una organizzazione siano spese per
mantenere se stessa.
Ciò che lascia sconcertati molti è costatare la incapacità della politica
internazionale di mettere in piedi, nell'ora attuale, quella forma alternativa di
organizzazione, della quale c'è realmente bisogno. Giocano un ruolo negativo, in questo
senso, le grandi e piccole egemonie intente a spartirsi il potere, trascurando la
solidarietà è il servizio. Il mondo, purtroppo, resta diviso, in un gioco di diseguali.
Queste situazioni, in quanto negatrici della dignità della persona umana e dei suoi
diritti fondamentali, sono vere strutture di peccato. Costituiscono ciò che chiamiamo
"peccato strutturale", in quanto sono opposte al progetto salvifico di Dio.
Certamente, sono ancora molte le cose da dire, ma ancor più quelle "da
fare"..., che lascio alla vostra creatività, alla vostra generosità...e al coraggio
della vostra fede-amore.
Gradirei senz'altro citare un testo di p. Dehon, fondatore dei Sacerdoti del Sacro Cuore e
fervente apostolo del "Regno sociale del Cuore di Gesù". Nel suo li-bro di
spiritualità "La Retraite du Sacré-Coeur", non teme di porre sulle labbra di
Gesù queste parole: "Il regno del mio Cuore nella società è un regno di giustizia,
di carità...di compassione in favore di tutti coloro che soffrono: i piccoli, gli umili,
gli oppressi. Ti chiedo di consacrare le tue migliori energie a quelle...istituzioni, che
si propongono di cooperare alla vittoria della giustizia sociale e che cercano di impedire
la oppressione dei deboli da parte dei potenti... Occorre coraggio. (Anche qui) la messe
è molta, ma gli operai sono pochi... Questo è l'impegno che attendo da te" (ultima
meditazione).
CAMBIARE PARADIGMA DI RIFERIMENTO
Di fronte a ciò che abbiamo detto e su cui stiamo riflettendo, credo che la liturgia
di oggi ci proponga tre parametri perchè cambiamo il paradigma sul quale modellare una
società più umana, più cristiana, sinceramente aperta alla cultura della pace:
ascoltare con misericordia e ira il grido dei poveri;
fare un cammino di comunità;
stabilire il principio dell'amore come fonte ispiratrice e regola della politica
della pace.
Nella linea del Dio solidale con le situazioni estreme e vitali dell'essere umano, e del
Dio prossimo nel prossimo, il paradigma o punto di riferimento base è "la
vita": la sua difesa, la sua promozione, la sua dignità.
Cultura dell'amore, della pace e della vita si equivalgono, di fronte alla mal detta
"cultura della guerra o della morte". La cultura propriamente detta è sempre
della vita e per la vita, e di conseguenza è l'opposto dell'odio, della guerra e della
morte con tutti i suoi derivati. La vita è il primo e fondamentale dono concesso al mondo
e all'essere umano. Da parte di Dio è un dono integrale, destinato a crescere fino
all'eternità. La vita deve essere, in tutte le sue dimensioni, il fondamento a partire
dal quale e sopra il quale deve strutturarsi un nuovo modello di società. È il punto
attorno al quale possono incontrarsi tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Finchè sussiste il modello imposto dalla ideologia neoliberale e qualsiasi altro 'modello
parziale, la morte continuerà a fare stragi, la vita minacciata non sarà adeguatamente
difesa, i poveri continueranno a essere ignorati ed emarginati, la guerra non finirà e la
"qualità della vita" rivendicata dal primo mondo e dai corrotti del terzo mondo
sarà un privilegio di pochi e un orizzonte senza speranza.
LA COMUNITÀ DEHONIANA DI PRATO
Nel contesto di questa due-giorni della cultura della pace, si inaugura ufficialmente
questa nuova comunità dehoniana di apostolato sociale a Prato.
Essa ha avuto una lunga gestazione. Non solo fu cercata, ma fu sperata, con ansietà, da
molto tempo, come segno necessario per le province dehoniane italiane.
Nasce come frutto naturale dallo spirito di p. Dehon, presente nei religiosi della sua
congregazione. Nasce con l'intento di unire esplicitamente l'attenzione all'uomo e ai suoi
problemi vitali con la "oblazione riparatrice di Cristo al Padre per gli uomini"
(Cost. 6). È la consegna che condusse Cristo fino all'apertura del suo cuore sulla croce,
per dare inizio a un "uomo dal cuore nuovo, guidato dallo Spirito e unito ai suoi
fratelli nella comunità d'amare che è la chiesa" (Cost. 3).
Questa comunità nasce con l'intenzione di annunciare il Vangelo di Gesù a partire dalla
dottrina sociale della chiesa, come fece il nostro fondatore. In tal modo, una volta di
più, per il dehoniano è assodato che evangelizzazione e promozione umana, in tutti i
suoi aspetti, sono due componenti inseparabili del messaggio di Gesù per gli uomini e le
donne di tutti i tempi. P. Dehon visse ciò intensamente, dando voce e corpo agli
insegnamenti sociali di Leone XIII. Io spero che i miei confratelli di questa comunità,
con il medesimo attaccamento alla chiesa del nostro fondatore, incarnino e prolunghino
oggi il profetismo di Giovanni Paolo II in questa medesima prospettiva dottrinale.
Questa comunità cerca pure di concretizzare il desiderio di p. Dehon "che i suoi
religiosi siano profeti dell'amore e servitori della riconciliazione degli uomini e del
mondo in Cristo" (Cost 7). Per questo la benedico e la incoraggio affinchè questi
miei confratelli, impegnati con Cristo "a riparare il peccato e la mancanza di amore
nella chiesa e nel mondo" (Cost 7), vivano intensamente la loro vita religiosa e il
loro presbiterato:
siano fedeli alla Messa e all'Adorazione Eucaristica ogni giorno;
siano volentieri costanti e disponibili per il ministero del sacramento della
riconciliazione;
vadano incontro ai poveri del quartiere;
accolgano gli extracomunitari e gli ultimi;
assimilino e insegnino la dottrina sociale della chiesa;
animino e promuovano ogni gesto e movimento in favore della vita, della pace, della
giustizia, della dignità delle persone e della solidarietà;
collaborino con i laici per dare impulso a un'autentica politica della pace;
tengano presente ciò e tutto quello che fa parte della loro missione di educare,
le coscienze, come fece p. Dehon nel suo tempo.
Ricordino sempre che, come religiosi dehoniani ed "esperti della comunione",
sono chiamati a essere, nella chiesa, testimoni e artefici di quel "progetto di
comunione" che Dio pose come obiettivo finale della storia umana. In tal modo, essi
daranno visibilità e attualità al carisma dehoniano, compiendo la missione per cui esso
fu donato alla chiesa.
E a tutti voi, laici e consacrati, fedeli della parrocchia, collaboratori, amici e
simpatizzanti della congregazione dehoniana, che oggi concelebrate questa eucaristia,
formulo l'augurio che possiate condividere, ciascuno secondo la propria vocazione, la
missione di questa comunità e la mistica di p. Dehon che l'ha suscitata. In questo modo
voi sarete di sostegno e di incoraggiamento affinchè i religiosi dehoniani di Prato siano
fedeli al servizio che il Signore, la chiesa locale e i poveri attendono da loro.
Ho fiducia, pertanto, nella vostra preghiera, nella vostra amicizia, nella vostra parola
opportuna e nella vostra testimonianza di vita affinchè, ciò che oggi è un ideale, a
partire da oggi divenga realtà.
1 Il "crogiolo ardente e universale"
L'assunto da cui parto è un'affermazione ricorrente nell'apostolato costituzionale che
G. Dossetti va svolgendo con lucidità scientifica e passione civile (1). Riguarda la
genesi o il contesto eziologico della nostra Costituzione. Per Dossetti, "la
Costituzione italiana è nata ed è stata ispirata come e più di altre pochissime
costituzioni da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra
mondiale" (2). La memoria viva della guerra, con le sue atrocità ma anche con le
ampie trasformazioni indotte nei vari campi, agì quale fattore unificante tra i nostri
padri costituenti. Cito ancora Dossetti: "Insomma, voglio dire che nel 1946 certi
eventi di proporzioni immani erano ancora troppo presenti alla coscienza esperienziale per
non vincere, almeno in sensibile misura, sulle concezioni di parte e le esplicitazioni,
anche quelle cruente, delle ideologie contrapposte e per non spingere in qualche modo
tutti a cercare, in fondo, al di là di ogni interesse e strategia particolare, un
consenso comune, moderato ed equo. Perciò, la Costituzione italiana del 1948 si può ben
dire nata da questo crogiolo ardente e universale, più che dalle stesse vicende italiane
del fascismo e del post-fascismo: più che del confronto-scontro di tre ideologie datate,
essa porta l'impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale" (3).
Il "crogiolo ardente e universale", di cui parla Dossetti, aveva già avuto modo
di esprimersi in sede di elaborazione della Carta delle Nazioni Unite e, prima ancora
della Conferenza di San Francisco (aprile-giugno 1945), nella "Dichiarazione delle
Nazioni Unite" del 1942 e continuava ad esprimersi mediante i lavori preparatori
della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1946-1947), contemporaneamente ai
lavori della nostra Assemblea costituente. Il "crogiolo" era veramente
universale anche in senso geo-spaziale. Per capire lo spirito universale di quegli anni,
è utile leggere attentamente il Preambolo e gli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni
Unite (4). Dunque, l'evento "sistemico" della seconda guerra mondiale ebbe
effettivamente un seguito costituzionale in corretto rapporto di scala con il proprio
ordine di grandezza, cioè la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei
diritti dell'uomo, che costituiscono le due fonti giuridiche primarie di un nuovo ordine
mondiale. L'Italia era una delle potenze dell'Asse contro cui fu condotta la guerra di
liberazione mondiale (dalle barbarie nazi-fasciste) ad opera di quelle "Nazioni
Unite" le quali, vincitrici, si ritrovarono in numero di cinquanta alla Conferenza di
San Francisco. Non è difficile ipotizzare che i nostri padri costituenti abbiano avuto
occasione di leggere la Carta delle Nazioni Unite. E alcuni di loro avranno certamente
letto anche le proposte di enunciati della Dichia-razione universale che andavano nel
frattempo circolando per iniziativa di personalità quali Jacques Maritain e René Cassin.
Meraviglia pertanto che, nell'attuale dibattito costituzionale, non si ricordino
puntualmente queste radici che, pur se attenuano un po' l'originalità del costituente
italiano, ne illuminano tuttavia la dimensione e il respiro veramente universali e
lungimiranti (5). Non dimentichiamo che l'Italia, sconfitta sul campo, si preparava, anche
e soprattutto con la Costituzione, a essere riammessa in una comunità internazionale che
era allora orientata e gestita dagli stati democratici che avevano vinto sul campo. La
prima carta in regola, il lasciapassare insomma, doveva appunto essere quella
costituzionale. Come tutti sappiamo, l'Italia fece poi una coda abbastanza lunga prima di
essere ammessa all'ONU nel 1955, con una sorta di noviziato che iniziò nel 1950 mediante
l'amministrazione fiduciaria della Somalia affidatale dalle Nazioni Unite.
Oggi, c'è una situazione storica mondiale per molti aspetti analoga a quella di
cinquant'anni fa, che spinge obiettivamente a prescindere cioè dalla
consapevolezza, dalla cultura e dalla competenza dei nostri politici e dei loro
"consiliarii" a rinfocolare il "crogiolo ardente e universale"
di cui parla Dossetti. Mi riferisco alla situazione storica di interdipendenza planetaria
complessa, alimentata da processi di profondo mutamento strutturale, non sempre fra loro
sinergici, quali l'organizzazione permanente della cooperazione internazionale, la
transnazionalizzazione di rapporti e strutture a fini sia di profitto e sia di
solidarietà, la transnazionalizzazione del crimine, la codificazione del diritto
internazionale, in particolare lo sviluppo del diritto universale dei diritti umani, la
mondializzazione dell'economia nella direzione della concentrazione verticistica e
incontrollata del potere, di quello finanziario in specie. La seconda guerra mondiale
aveva tragicamente investito la vita dei popoli e delle famiglie; l'attuale situazione di
interdipendenza e mondializzazione squilibrata investe drammaticamente la medesima realtà
umana nella sua quotidianità esistenziale. Ieri c'erano le bombe, oggi ci sono la
disoccupazione, il conflitto sociale, interetnico, interrazziale, l'aggressione valutaria
e pubblicitaria, tutto a dimensione e interazione mondiali. Livello dell'occupazione,
salario familiare, servizi sociali essenziali, pace sociale, pace intrafamiliare sono
direttamente esposti, e quindi resi vulnerabili, in relazione a fattori che sono esterni
rispetto alla comunità nazionale di appartenenza. La governabilità, nelle sue forme
tradizionali e nello spazio territoriale dello stato nazionale assunto come "hortus
conclusus", è in crisi, una crisi agonica, irreversibile. I fattori interni legati
alla qualità della leadership politica, ai sistemi elettorali, al malaffarismo
politico-amministrativo, alle pratiche malavitose degli ambienti produttivi giocano un
ruolo congiunturale o di causalità prossima o di elemento scatenante della crisi di
governabilità. I fattori esterni sono ben più potenti e incisivi. Si pensi soprattutto a
ciò che significa la mondializzazione in corso nei settori strategici dell'economia,
della finanza, della comunicazione, de11'informatica. Ciò che è in atto non è soltanto
una espansione, una dilatazione territoriale dell'impresa, del commercio, della finanza.
C'è, sempre più marcata, la integrazione dei processi produttivi e della distribuzione,
all'insegna di una competitività selvaggia. C'è soprattutto la concentrazione
verticistica del potere finanziario, con le sfide che ne discendono per la vita dei più
deboli, per la sovranità popolare e per la pratica della democrazia nei vari paesi. Sono
convinto che, quando si parla o si blatera di presidenzialismo, semi-presidenzialismo,
maggioritario secco o corretto, di federalismo o di regionalismo, se abolire o non abolire
la Corte costituzionale o il Consiglio superiore della magistratura, non si ha bene in
mente quali sono oggi le reali sfide alla governabilità efficace e democratica, non ci si
rende conto da cosa dipendono oggi la pace sociale e il bene comune. Mi fa paura l'alto
tasso di irresponsabilità, incompetenza e insensibilità che si registra mediamente nel
nostro paese, in tutti gli ambienti.
La dimensione internazionale è oggi trasversale a qualsiasi realtà. La consapevolezza di
questo dato della storia è indispensabile perché si ricrei quel "crogiolo ardente e
universale", pervaso di sincero spirito costituzionale, che Dossetti vede negli anni
dal 1945 al 1948. Proviamoci dunque noi, coraggiosamente e semplicemente, aspirando alla
beatitudine dei "poveri in spirito", cioè di coloro che non si vergognano di
confessare che hanno bisogno degli altri e hanno il coraggio di dire "sì sì, no
no" e di progettare alla grande, sfidando l'arroganza dei potenti e la supponenza
degli ipereruditi. Partiamo dalla ipotesi che, perché si riaccenda e si alimenti lo
spirito costituzionale, occorra rileggere attentamente alcuni articoli
"strategici" della nostra Costituzione, senza intaccare la sua identità
sostanziale, ovvero il suo spirito profondamente democratico. Sono gli articoli che hanno
più diretta attinenza alla collocazione della realtà del nostro paese nella più ampia
realtà mondiale. Quanti hanno a cuore la intangibilità della prima parte della
Costituzione (6), e io tra questi, hanno tutto da guadagnare da una sua rilettura con la
lente giusta, che è quella dei valori veramente fondanti e della responsabilità
educativa. Vediamo dunque di elucidare questi valori. Ordinariamente, quando si parla di
"principi costituzionali" lo si fa attingendo a una lista indistinta: unità e
indivisibilità della re-pubblica e del popolo; principio personalistico; principio
lavoristico; "consistenza costituzionale" dei corpi interrnedi; principio
democratico; divisione, anzi distinzione del potere fra una pluralità di soggetti
istituzionali ecc. Ma non tutti questi principi hanno la stessa "essenza
fondativa".
2 Rilettura degli articoli "strategici" deIla Costituzione
Con la Carta delle Nazioni Unite e con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ha avuto inizio il movimento costituzionale mondiale, al cui centro sta il laboratorio che coltiva il sapere dei diritti umani internazionalmente riconosciuti: il crogiolo ardente e universale è, oggi, questo ed è ancora più autenticamente universale, se possibile, di quello del 1945. Standovi dentro, ho appreso e mi sono convinto che alla base della nostra Costituzione, anzi di qualsiasi Costituzione, c'è un solo principio fondante e ci sono vari corollari di questo. Mi viene spontaneo di dire, a mo' di metafora, che se le costituzioni hanno un cuore, e non possono non averlo, questo sono i diritti umani. Il cosiddetto principio personalistico, che troviamo enunciato nell'articolo 2 della Costituzione, non è un principio tra i principi, è il principio dei principi, è anzi la premessa ontologica dei diritti umani universalmente riconosciuti.
Rilettura dell'art. 1
Con questa premessa, io sono spinto a "rileggere" il primo comma dell'art. 1,
il cui testo attuale recita: "L'Italia è una repubblica democratica fondata sul
lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione".
La "rilettura" mi consegna il seguente testo: "L'Italia è una repubblica
democratica fondata sulla dignità della persona umana, sul lavoro e sull'autonomia locale
e regionale. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti
stabiliti dalla Costituzione".
Rilettura dell'art. 2
Il testo attuale dell'art. 2 è: "La repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". La rilettura "specificante" mi dice: "La repubblica riconosce e garantisce i diritti universali, inviolabili e inalienabili della persona umana, sia singolarmente sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. I diritti umani sono economici, sociali, civili, politici, culturali. I diritti umani della donna fanno indissociabilmente parte dei diritti fondamentali della persona".
I valori e il diritto positivo
Perché l'accento sui diritti umani, "cuore" della Costituzione? Perché mi
consente di asserire la centralità, anzi la soggettività originaria e primaziale della
persona umana e quindi della vita umana, individuale e collettiva rispetto a
qualsiasi sistema, a cominciare dallo stato. Il principio di democrazia o quello di
sussidiarietà o quello di autonomia territoriale sono corollari del principio-valore
della eguale dignità e della eguale sovranità originaria di tutte le persone umane.
Questo modo di ragionare, fino a pochi decenni fa, avrebbe fatto parte di un discorso di
etica, non di diritto positivo. Da quando è in vigore il corpo organico di norme
giuridiche, che fanno il diritto universale dei diritti umani, il discorso ora abbozzato
(7) è giuridico, di "jus positum", anzi di "jus cogens", oltre che di
altissima etica umana universale. Ciò che intendo dire è che, se voglio efficacemente
difendere la identità della Costituzione italiana, è utile, mi conviene ricorrere al
sapere dei diritti umani quale è venuto sviluppandosi in sede internazionale a partire
dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Da
questo sapere mi viene, in particolare, offerto un grosso argomento per sostenere che la
prima parte della Costituzione, nella sua essenza, è intangibile e che la revisione della
seconda parte non può essere alla mercè della logica "la mano destra non sappia
quello che fa la sinistra": primo, i diritti umani sono internazionalmente
riconosciuti e l'Italia è giuridicamente obbligata a rispondere in sede internazionale
dell'obbligo di rispettarli (non esiste più il "dominio riservato" in materia,
così come non esiste nell'area della pace e della sicurezza ai sensi dell'art. 2.7 della
Carta delle Nazioni Unite); secondo, l'articolo 1 della Dichiarazione universale dei
diritti umani proclama che "tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in
dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e devono agire gli uni verso gli altri in
spirito di fratellanza". Dunque, la legge universale scritta dice che i diritti umani
sono innati, ineriscono alla persona, sono pertanto inviolabili e inalienabili, qualunque
sia l'evoluzione della situazione politica, con buona pace degli iperpositivisti. Una
volta scritti, i diritti umani non possono revocarsi. Può, anzi, si deve migliorare il
sistema della loro protezione.
Purtroppo, nella nostra tradizionale cultura costituzionale il posto dei diritti umani non
è stato veramente centrale, al di là di citazioni d'obbligo e di rare eccezioni (8). La
spiegazione di questa carenza sta da un lato nella tradizione prevalentemente
giuspositivistica della nostra accademia, dall'altro nel ghetto della istruzione
nozionistica in cui è stata relegata, anzi asfissiata la nostra scuola, accuratamente
tenuta lontana dal mondo dei valori umani universali. E così accaduto che non sia stato
coltivato il civismo coerentemente con lo spirito della Costituzione. Gli italiani hanno
una splendida Costituzione, ma non hanno ancora una scuola che educhi a incarnare
democraticamente e solidaristicamente lo spirito profondo della Costituzione. Senza una
scuola che istruisca educando e formando, lo spirito della Costituzione resta lettera
morta. Il più grande peccato della nostra classe politica della seconda metà del nostro
secolo, in particolare di quella governante che aveva il dovere primario di favorire la
inculturazione della Costituzione, è un peccato gravissimo di omissione, costituisce
abdicazione irresponsabile all'impegno educativo, un peccato non meno grave di quello di
dare scandalo ai più piccoli (con relativa pena della macina al collo...).
Ciò premesso, procediamo nella rilettura degli articoli della Costituzione, che più
direttamente riguardano la governabilità democratica nell'era della interdipendenza e
della mondializzazione.
Aggiunta all'art. 1
Riprendiamo l'art. 1, aggiungendovi questa "specificazione": "L'Italia
è parte dell'Unione Europea e della Organizzazione (o del sistema) delle Nazioni
Unite". Questa appartenenza non è un dato occasionale o accessorio o aleatorio, se
è vero che l'ONU può decidere l'impiego della forza militare e giudicare gli imputati di
crimini di guerra e contro l'umanità, e l'Unione Europea fa leggi
("regolamenti") che vincolano direttamente i cittadini degli stati membri, senza
bisogno di conversione in leggi nazionali. Insomma, appartenere all'ONU e all'Unione
Europea è un dato giuridico-costituzionale, non un dato diplomatico; quindi deve essere
esplicitato nella Costituzione, con tutte le conseguenze di ordine interno ed esterno.
Rilettura dell'art. 10
Ed eccoci all'art. 10, che così recita nei primi due commi: "L'ordinamento
giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente
riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in
conformità delle norme e dei trattati internazionali". Ebbene, su questo terreno
bisogna fare delle importanti specificazioni, ovvero degli importanti passi avanti di
civiltà giuridica e sociale. Occorre innanzitutto che nella Costituzione sia
espressamente enunciato il principio del primato del diritto universale dei diritti umani
sull'ordinamento interno e su qualsiasi altro ordinamento. Questo diritto universale, che
ha natura costituzionale in ragione del contenuto dei principi e delle norme che lo
sostanziano, ha come fonti principali la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo del 1948, i due Patti internazionali del 1966
rispettivamente sui diritti civili e politici, e sui diritti economici, sociali e
culturali, e le successive Convenzioni giuridiche, in particolare quella sui diritti dei
bambini del 1989.
La rilettura "sub specie" diritti umani del primo comma dell'art. 10 è pertanto
la seguente: "Le norme del diritto internazionale che riconoscono i diritti
fondamentali della persona e dei popoli (e i principi della Carta delle Nazioni Unite)
fanno parte integrante della Costituzione della repubblica italiana".
È necessaria questa specificazione, tenuto conto anche del fatto che, a partire dal 1991,
in migliaia di nuovi statuti di comuni e province è stata inserita la norma "pace e
diritti umani" che fa riferimento, contestualmente, ai principi della Costituzione e
alle norme giuridiche internazionali (9). La condizione dello straniero non può essere
oggetto di baratto o di reciprocità, poiché lo "straniero", prima di essere
tale, è "persona umana", come il cittadino italiano il quale, prima di essere
tale, è anch'egli "persona umana"; questo dice la legge universale scritta dei
diritti umani.
Il testo corretto del secondo comma dell'articolo 10 dovrebbe pertanto recitare: "La
condizione giuridica dello straniero è regolata in conformità ai principi e alle norme
che riconoscono e tutelano i diritti fondamentali della persona".
Rilettura dell'art. 11
Ed eccoci all'art. 11, il cui testo attuale è: "L'Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle
limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia
fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale
scopo.
Insieme con questo articolo, è logico e utile richiamare anche l'articolo 52: "La
difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio
nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di
lavoro del cittadino, nè l'esercizio dei diritti politici. L'ordinamento delle forze
armate si informa allo spirito democratico della repubblica".
Il testo di questi due articoli va decisamente aggiornato, senza peraltro intaccarne lo
spirito che rimane ovviamente quello democratico della repubblica. Lo esige il diritto
costituzionale universale cui ho più volte fatto riferimento, con l'avvertenza che la
Carta delle Nazioni Unite deve essere interpretata alla luce del corpo organico delle
norme sui diritti umani che essa stessa ha generato e che quindi anche
all'interno della Carta si è stabilita una gerarchia dei principi.
Richiamiamo dunque rapidamente questi principi. Quello fondativo riguarda la dignità
della persona umana, intesa quale soggetto originario di diritti, fonte originaria di
sovranità, nonchè attore e allo stesso tempo destinatario di pace e di sviluppo umano.
Nella Carta delle Nazioni Unite è asserito anche il principio di sovranità e di sovrana
eguaglianza degli stati, ma a seguito della entrata in vigore delle norme internazionali
dei diritti umani la sovranità è quella delle persone e dei popoli, mentre quella degli
stati è "potere delegato e autonomia di governo". In altre parole, "de
jure" lo stato non è più "sovrano", neppure nei suoi rapporti esterni. In
base al nuovo diritto internazionale, la guerra è interdetta. I principi, anzi i
corollari, al riguardo sono: il divieto di usare la forza per la risoluzione delle
controversie internazionali, l'obbligo di risolverle pacificamente, la sicurezza
collettiva garantita da autorità sopranazionale. È fatto salvo il principio di
autotutela individuale e collettiva in risposta ad attacco armato, da esercitarsi in via
temporanea, fintantoché non intervenga l'autorità sopranazionale di sicurezza
collettiva. Per il diritto costituzionale universale non sono dunque ammesse né la
legittima difesa preventiva né la rappresaglia. Questo stesso diritto fa obbligo agli
stati di disarmare e di conferire parte delle rispettive forze militari all'ONU, perché
siano da questa utilizzate a fini di sicurezza collettiva. Essendo proibita la guerra e
ponendosi l'ONU quale autorità soprastatuale, le operazioni militari non possono che
essere operazioni di polizia internazionale, da realizzarsi sotto comando sopranazionale,
rigorosamente imparziale e nel rispetto della legge internazionale, a cominciare da quella
dei diritti umani. Ne discende un generale obbligo di riconversione, sia degli apparati
militari, sia della cultura della sicurezza. Il nuovo diritto internazionale obbliga a
passare dalla cultura della difesa nazionale e della sicurezza nazionale armata a quella
della sicurezza collettiva; e questa non è soltanto militare, di ordine pubblico
militare, ma anche economica, sociale e ambientale, nell'ottica dello sviluppo umano
sostenibile. Tra i principi, anzi tra gli "istituti" del nuovo diritto
internazionale, c'è anche quello della cosiddetta ingerenza umanitaria, da intendersi
come legittimo intervento negli affari interni di uno stato quando sia necessario
proteggere le popolazioni contro estese e reiterate violazioni dei diritti umani e contro
calamità naturali. Le organizzazioni nongovernative e i gruppi di volontariato sono
anch'essi legittimati a operare per la tutela dei valori supremi dell'ordinamento
mondiale, anche all'interno delle operazioni di pace e di assistenza umanitaria. Così sta
esplicitamente scritto in molti autorevoli documenti del Consiglio di sicurezza, del
Parlamento europeo, negli "accordi di pace" di Dayton per la Bosnia ecc. Si è
aperta la strada "legale" per la costituzione di forze di pace non armate e
nonviolente delle Nazioni Unite, composte da obiettori di coscienza al servizio militare e
da volontari delle organizzazioni di società civile. E c'è infine il principio della
responsabilità penale personale per i crimini di guerra e per i crimini contro
l'umanità.
Questo è, molto riassuntivamente, il nuovo diritto internazionale in materia di pace e
sicurezza, da cui discendono tre obblighi fondamentali per gli stati: non fare la guerra,
fare la pace (pace positiva), fare lo sviluppo umano. Sono le tre piste della statualità
sostenibile.
Alla luce di queste precisazioni, il testo riletto nuovo dell'art. 11 della Costituzione
potrebbe essere il seguente: "L'Italia riconosce nella pace un diritto fondamentale
delle persone e dei popoli, ripudia la guerra e si impegna a perseguire la sicurezza
globale, in condizioni di parità con gli altri stati e nel rispetto dei diritti umani
internazionalmente riconosciuti, nel quadro istituzionale delle Nazioni Unite e della
Unione Europea; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali, governative e
nongovernative, rivolte a tale scopo".
Va da sè che cade l'art. 78 ove si dice che "le Camere deliberano lo stato di guerra
e conferiscono al governo i poteri necessari": la guerra è proibita e anche per le
azioni militari di autotutela valgono il nuovo diritto internazionale e il principio di
sicurezza collettiva.
Rilettura dell'art. 52
Ed eccoci all'art. 52. Qui occorre una rilettura radicale, con il seguente testo:
"La difesa della patria e della famiglia umana universale è sacro dovere del
cittadino e si persegue, all'interno del sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni
Unite e dell'Unione Europea, mediante il servizio di polizia interno e internazionale, e
il servizio civile interno e internazionale".
Se le affrontiamo con questo spirito costituzionale universale, le difficoltà del tempo
che stiamo vivendo, segnato da complessità crescente e conflittualità diffusa, lungi dal
chiudere gli orizzonti della politica e della democrazia, ne aprono di nuovi e più
dilatati. Rimbocchiamoci le maniche ed esercitiamo la nostra professionalità civica e
politica di operatori di speranza e di pace.
"Post Scriptum": la "rilettura" della Costituzione potrebbe, anzi
dovrebbe essere soprattutto un fatto di interpretazione giurisprudenziale, nonché di
"Costituzione materiale", se ce ne fosse l'"humus" adatto, quello
cioè di una robusta educazione civica e politica, fondata sui valori umani universali.
Note
1) G. Dossetti era ancora vivo, anche se gravemente ammalato. Morì poco dopo, il 15
dicembre 1996.
2) V. Le radici della Costituzione, in G. Dossetti, I valori della Costituzione,
prefa-zione di F. Monaco, Reggio Emilia, edizioni San Lorenzo, 1995.
3) Op. cit., p. 68.
4) Dal preambolo della Carta delle Nazioni unite: "Noi Popoli delle Nazioni Unite,
decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel
corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità, a riaffermare
la fede nei diritti fondamentali de11'uomo, nella dignità e nel valore della persona
umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne, e delle nazioni grandi e
piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia e il rispetto degli obblighi derivanti
dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a
promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita in una più ampia
libertà...".
5) G. Dossetti è tra i pochi: v. in particolare "Il potere costituente", in op.
cit., 84ss, e "La Costituzione della repubblica oggi", op. cit. p. 122.
6) V. G. Dossetti, "Il potere costituente", cit., p. 94.
7) Per più ampie considerazioni al riguardo, mi permetto di rinviare al mio saggio
"Dallo stato confinario allo stato sostenibile", in "Democrazia e
diritto", 2-3, 1994, XXXIV, pp. 273-307.
8) V. soprattutto P. Barile, "Diritti dell'uomo e libertà fondamentali",
Bologna, I1 Mulino.
9) Su questa vicenda costituzionale, v. il fascicolo dedicato a "Pace e diritti
umani negli Statuti degli enti locali" del Bollettino "Archivio Pace Diritti
Umani", n. 9, suppl. 1/ 1994 della rivista "Pace, Diritti dell'uomo, Diritti dei
popoli", del Centro di studi e di formazione sui diritti dell'uomo e dei popoli,
Università di Padova (ed. Cedam).
di Giovanni Bersani
Sono molto lieto di trovarmi qui, insieme con p. Angelo, con Papisca, con i quali da
molti anni condivido, con lo stesso spirito, tante iniziative.
Sono poi lieto di trovarmi qui sotto l'immagine di p. Aurelio Boschini, al quale mi hanno
legato tante vicende, da quando, giovane seminarista lui e studente universitario io, nel
1937, ci trovavamo assai spesso insieme ad altri giovani per scambiarci le idee e vivere
momenti di comunione.
1) Introduzione
Il tema affidatomi riguarda la riforma sia dell'ONU che dell'Unione Europea, con
specifico riferimento ai problemi della pace internazionale.
Voi sapete che il mio impegno oggi è collocato con l'azione del Cefa in iniziative
talvolta difficili e rischiose come in Somalia e in Bosnia, e ieri in Mogadiscio,
Mozambico e Zaire in cui l'azione umanitaria si intreccia con azioni ispirate a
promuovere dialoghi di riconciliazione e di pace tra mondi che continuano a confrontarsi
(vedi l'attuale situazione di Mostar) con minacciosi soprassalti di ostilità e di
violenza.
Mi trovo d'accordo con quanto è stato detto fin qui. Cercherò di considerare in
particolare il versante politico, ponendo attenzione al modo con cui idee e convinzioni
possono concretamente incidere sulle vicende del nostro tempo.
Sono riflessioni tra loro complementari: Nazioni Unite e Comunità Europea coinvolgono
oggi in modo specifico le responsabilità internazionali del nostro paese, dei nostri
governi e dei nostri concittadini.
Le Nazioni Unite comprendono oggi 185 stati: in pratica, tutte le nazioni del pianeta. La
maggior parte di esse, allorchè nacque l'ONU, erano colonie dei paesi cosiddetti
industrializzati. Il fatto che siano diventati indipendenti è di per sè un segno del
progresso del mondo, al di là delle difficoltà anche tragiche che molti hanno dovuto
attraversare o attraversano tuttora. La Nazioni Unite, secondo il loro statuto, sono nate
"per servire la pace, la dignità e gli eguali diritti di tutti gli uomini".
Lo stesso vale per la Comunità Europea. Il suo principale fondatore, Robert Schuman, ha
scritto un solo libro. Il suo titolo è: "Europa, opera di pace". Ho tradotto,
per una pubblicazione a lui dedicata, alcune delle sue belle pagine, dove viene ribadita
in modo molto fermo questa sua convinzione: "La Comunità Europea è la via
necessaria per realizzare in concreto la pace nel nostro continente". Quando egli
propose agli europei di dare vita alla comunità (1950), eravamo usciti da poco dalla 2'
guerra mondiale. E aggiungeva: "L'Europa deve divenire...una comunità pacifica di
nazioni e offrire così al mondo un modello di cooperazione internazionale tra gli stati
di una stessa regione internazionale".
Tutti gli scritti e gli atti dei padri fondatori dell'Unione Europea, di qualsiasi idea
essi fossero, ben dimostrano la convinzione fondamentale da cui erano mossi: realizzare
una costruzione politica finalizzata alla pace.
All'origine sia dell'ONU che della Unione Europea abbiamo quindi una concezione politica
organicamente orientata alla difesa e alla promozione della pace. L'organicità
dell'approccio ai problemi politici, economici, culturali e sociali è la sostanza della
politica. In questo senso G. La Pira diceva che "la politica è l'attività che dà
senso e prospettiva all'azione delle persone e a quella delle nazioni. È, in un certo
senso, architettonica". Tillard de Chardin ribadiva, per sua parte, che "la pace
presuppone anche uno sforzo organizzato".
L'assemblea delle Nazioni Unite non si limitò pertanto a costatare che bisognava passare
da un micidiale disordine a un qualche riassetto empirico, a un "arrangiamento",
ma si preoccupò di creare un'architettura, un sistema che in prospettiva rendesse
impossibile la guerra. E ha cercato di avanzare su questo difficile terreno come in una
sfida continua a tutte le tragiche eredità della storia umana. Non sono certo mancati
periodi di pesanti crisi, in cui tutto sembrava travolto dalla esplosione di gravi
conflitti, di incombenti rischi di apocalissi nucleari, o da crisi di impreviste
complessità. Tuttavia, malgrado tutto, le idee a cui si sono riferiti anche Papisca e p.
Angelo sono andate avanti.
2) Le Nazioni Unite
Le Nazioni Unite sono oggi un sistema che, per ragioni soprattutto di pace, tende a
fare coesistere e possibilmente a fare cooperare i vari popoli che vivono nel pianeta.
È straordinario che gli stati membri dell'ONU, dai 50 iniziali, siano diventati 185 e
che, come si è visto, ogni nazione oggi sia parte di questa grande comunità; una
comunità di diritti, con le sue leggi, le sue istituzioni e i suoi programmi, tra cui
emerge quello primario di sconfiggere definitivamente la guerra e garantire, attra-verso
la cooperazione, la pace.
L'ONU è una organizzazione che si ispira a principi democratici, in cui ogni nazione ha
un voto; ma in cui, peraltro, un gruppo ristretto di stati detiene, con il diritto al veto
nel Consiglio di Sicurezza, un potere esclusivo. Questo gruppo ri-stretto esercita,
attraverso lo stesso Consiglio di Sicurezza, prerogative dominanti sugli altri stati;
governa attraverso poteri di maggioranza le maggiori organizzazioni economiche,
finanziarie e sociali internazionali; gestisce un potere esorbitante, che determina
sentimenti di impotenza e di frustrazione in molti stati e, tra essi in particolare, in
quelli più deboli o più tardi arrivati a raggiungere l'indipendenza.
a) L'ONU ha perciò bisogno oggi di forti riforme.
Con il 1989 e il superamento della "guerra fredda" e della divisione del mondo
in due blocchi contrapposti, a cui in parte si riferivano tali distinzioni, lo scenario
internazionale è profondamente cambiato. Nuove possibilità di convivenza pacifica,
attraverso una diversa organizzazione politica ed economica del mondo, si sono fatte più
vicine, anche se i residui del passato resistono, con violenti sussulti..., come nei
Balcani o nel Medio Oriente.
Nella stessa Africa, dove per oltre trent'anni, tra il 1960 e i primi 1990, si è in
realtà combattuta, sia pure per delega di altri, una vera guerra (come chiamare
altrimenti la serie ininterrotta di conflitti coinvolgenti interi eserciti arrivati anche
da altri continenti, con spostamenti di imponenti e sofisticati armamenti?), sembra
"cambiare il vento". Il grandioso fenomeno del superamento dell'apartheid è un
segno positivo per tutto il continente, mentre anche sul piano economico sembra
preannunciarsi qualche segnale positivo.
b) Le riforme auspicabili dell'ONU possono riguardare molteplici aspetti istituzionali e
giuridici, quelli relativi ai principali strumenti di intervento per prevenire e mantenere
la pace, e quelli riguardanti uno sviluppo più equo e solidale, e i criteri con cui
orientare la riorganizzazione del pianeta nelle sue principali regioni.
Sul piano istituzionale è oggi in discussione la riforma del Consiglio di Sicurezza,
dominio fino a oggi riservato alle potenze vincitrici dell'ultima guerra mondiale, rimasto
intatto oltre mezzo secolo dopo Yalta.
Il potere di veto ha probabilmente salvaguardato la pace durante l'aspro confronto della
"guerra fredda", ma resta oggi il simbolo di un potere unilaterale assoluto.
Circa la composizione del Consiglio di Sicurezza, è nota la posizione del nostro governo.
Dinanzi a una proposta di allargare il "Direttorio" permanente da 5 a 7 membri,
aggregandovi Germania e Giappone, l'Italia propone di allargarlo a 10 membri, con idonee
rotazioni, in modo da attenuare il predominio dei "grandi" e ampliare le aree
della partecipazione e della corresponsabilità. Sarebbe un segnale importante per la
democratizzazione delle varie istanze che fanno parte del sistema delle Nazioni Unite.
Queste sono ovviamente al centro della evoluzione del diritto internazionale: il diritto
pubblico, le misure per preservare e ripristinare la pace, la difesa e la promozione dei
diritti umani, le regole del commercio mondiale ecc. Il rafforzamento del diritto va di
pari passo con l'evoluzione democratica e con la promozione di un'adeguata organizzazione
politico-economica della comunità mondiale, fondata su giuste regole e ispirata
concretamente alla cooperazione.
c) Dopo il sorgere della Comunità Europea, nel 1957, l'idea di organizzazioni regionali
di cooperazione pacifica vaticinata dal cattolico Robert Schuman come la principale
proposta per costruire un ordine internazionale di pace ha conosciuto sviluppi
notevoli malgrado la guerra fredda o calda che imperversava in un mondo segnato da
conflitti e divisioni planetarie. L'organizzazione dell'ONU, fino a oggi, non sembra
averne tenuto adeguatamente conto, preferendo abbandonarsi piuttosto alle più facili
ragioni della globalizzazione. Questa, se vuole essere a giusta misura dei popoli e della
cooperazione internazionale e quindi della giustizia e della pace , non può
prescindere da adeguate "regionalizzazioni".
Si è detto dell'Unione Europea formata inizialmente. Dai sei paesi fondatori, essa è ora
costituita da 15 membri e aperta, come vedremo, ad altre adesioni, nella prospettiva di
una unificazione politica ed economica del continente europeo, cui pure sono imputabili i
più gravi conflitti di questo secolo. Ma, in un certo senso, a sua immagine e
somiglianza, i processi di aggregazione pacifica si sono gradualmente estesi a tutto il
mondo.
Nelle Americhe si è avuto l'accordo di cooperazione Nafta tra USA, Messico e Canada, lo
stesso avvenuto tra le 6 repubbliche del Centro-America e dell'area Caraibica (con la
residuale posizione di Cuba), mentre il Mercosur raggruppa ormai quasi tutta l'America
meridionale.
In Africa, sollecitate anche dagli accordi Lomè con l'Unione Europea, si sono venute
formando a sud del Sahara 4 grandi comunità: Nord-Ovest (Ceao), Nord-Est (Igaad), Grandi
Laghi (oggi in piena crisi per le vicende di Rwanda e Burundi), L'Africa Australe (Sadecc)
risultata vittoriosa nella lunga lotta contro l'apartheid e ora guidata con tanto
prestigio da Nelson Mandela, erede anche dell'alto insegnamento del defunto presidente del
Botswana Seretse Khama.
Più a Nord sul Mediterraneo, si è costituita l'Unione Regionale del Maghreb, mentre
attorno all'Egitto si è avuto il trattato del MashraeK per la cooperazione tra gli stati
del Medio Oriente.
Attorno alla Russia si va consolidando, in una situazione tuttora in movimento nell'Est
europeo, l'aggregazione delle nuove repubbliche nate dalla crisi dell'Urss.
I paesi arabi del Golfo hanno costituito una loro unione, mentre attorno all'India è in
formazione un'ampia organizzazione dei paesi dell'Oceano Indiano e, più a Est, i 7 paesi
del Sud-Est asiatico (cui si è recentemente aggiunto il Vietnam) hanno ultimamente
rafforzato una travagliata, ma consistente organizzazione di cooperazione economica.
Lo stesso dicasi dei paesi del Pacifico meridionale che, attorno ad Australia e Nuova
Zelanda, hanno dato vita alla Comunità economica del Sud Pacifico.
Cina e Giappone, poi, con i paesi satelliti, costituiscono due imponenti realtà
economiche regionali. Come si vede, in pochi anni sono sorte, spesso tra lotte e vicende
drammatiche, consistenti organizzazioni regionali di cooperazione pacifica. Gran parte di
esse tendono ad ampliarsi e consolidarsi, dando al fenomeno ulteriori significati. Il
processo, peraltro, è ancora ben lontano da effettive integrazioni tra gli stati vicini,
con istituzioni comuni efficaci, regole di cooperazione concretamente applicate e reali
processi interni democratici.
La via tuttavia è tracciata ed è tracciata secondo un finalismo che, accanto alla
evoluzione del diritto internazionale e delle istituzioni, vede nella promozione dello
sviluppo organizzato delle grandi aree geo-politiche del mondo uno dei più importanti
obiettivi della cooperazione e della pace internazionale.
d) Del giusto rapporto tra regionalismo e mondialismo si discute fin dai primi anni
cinquanta. Ricordo l'opposizione di molti europei alla politica di cooperazione tra Europa
e Africa, in nome di un indistinto globalismo! In realtà le due linee dovrebbero
integrarsi e qui si pone parte dello stesso problema della riforma dell'ONU, come ha
dimostrato il recente sofferto accordo che ha dato vita alla nuova organizzazione mondiale
del commercio (W.T.O.) in sostituzione dell'Unctad.
Le stesse discussioni di questi giorni, tra chi teme che l'apertura totale dei mercati e
dei movimenti di capitali crei una ulteriore condizione di dominio dei potenti sui deboli
e chi, invece, considera le nuove possibilità da essa offerte a diversi paesi
industrializzati del Sud Est asiatico (Singapore, Corea del Sud, Malesia, Taiwan ecc.) e
ai "nuovi paesi" in Africa, America latina e Asia, dimostrano che la ricerca di
un giusto equilibrio va ricercato con misure concrete.
Purtroppo, fino a oggi, sia l'ONU che la stessa Unione Europea hanno dedicato alla
promozione e al rafforzamento delle Comunità e Istituzioni Regionali solo mezzi irrisori.
Perchè non immaginare le Nazioni Unite domani come un concerto di vaste comunità
regionali, dotate di istituzioni e mezzi adeguati, in grado di diventare soggetti di
diritto internazionale al massimo livello? E un nuovo organo costituito dai 15-18
presidenti di tali Comunità? E la Conferenza Interparlamentare riformata su tali basi?
e) L'adeguamento del diritto internazionale e delle conseguenti azioni direttamente
connesse con i problemi della pace ha rappresentanto negli ultimi anni uno degli aspetti
più interessanti delle evoluzioni dell'ONU.
Dal diritto di ingerenza umanitaria (vedi la prima fase dell'intervento delle Nazioni
Unite in Somalia) alle varie misure per "prevenire" "conservare" e
"ristabilire" la pace, anche con interventi militari o con misure variamente
sperimentabili (vedi l'embargo contro il Sud-Africa e contro la Serbia), l'azione dell'ONU
ha conosciuto sviluppi che hanno profondamente segnato sia la sfera giuridica che
istituzionale e politica della organizzazione.
In alcuni casi, come nelle guerre civili in Liberia e Sierra Leone, si sono avuti
interventi purtroppo tuttora ben difficili da apprezzare di forze militari
costituite ad iniziativa delle tuttora immature comunità regionali. Il problema della
pace, malgrado molte discutibili esperienze, si è tuttavia trasferito su un nuovo piano
di principi e di interventi destinati a influire, in crescente misura, sulle istituzioni,
sugli equilibri politici e sull'azione complessiva delle Nazioni Unite. Già oggi sono
aperti interrogativi importanti: quali i nuovi poteri del segretario generale in
situazioni di crisi? Quali i poteri degli "inviati" speciali? Quali i poteri dei
capi militari? Quali i controlli?
f) Pace e sviluppo. La Carta delle Nazioni Unite e le istituzioni da esse previste sono
tuttavia, fin dall'inizio, contrassegnate anche dal rapporto che Paolo VI definì
magistralmente nella "Populorum Progressio" con la frase: "Lo sviluppo è
il nuovo nome della pace".
Gran parte della struttura delle Nazioni Unite è di fatto finalizzata a promuovere uno
sviluppo economico e sociale più giusto: contro la fame, a favore dei profughi e delle
vittime di calamità e conflitti (HCR), per la promozione dell'agricoltura (FAO),
dell'industria (Unido), a tutela dell'infanzia (Unicef), per un miglioramento della salute
(OSM), per le relazioni di lavoro (OIL), per la promozione della donna ecc.
In oltre mezzo secolo è stato compiuto uno sforzo straordinario per venire incontro ai
più deboli, a quelli più colpiti dalle avversità e dalle guerre. Malgrado le critiche
alla eccessiva onerosità di non poche strutture istituzionali internazionali e alle
carenze funzionali di talune di esse, tale sforzo va riconosciuto, sostenuto,
costantemente migliorato. Vedi anche l'enciclica "Sollicitudo rei socialis":
"Le organizzazioni internazionali sembrano trovarsi in un momento in cui i meccanismi
di finanziamento, i luoghi operativi e la loro efficacia richiedono un attento riesame ed
eventuali correzioni... Tanto più che l'umanità, di fronte a una fase nuova del suo
autentico sviluppo, ha oggi bisogno di un grado superiore di ordinamento
internazionale" (n. 43).
g) Le associazioni volontarie di cooperazione internazionale aspirano giustamente a essere
considerate in funzione della loro esperienza e della loro specifica capacità di operare,
in condizioni e per programmi del tutto particolari.
Purtroppo la incerta politica gestita sotto la formula generica di ONG (organismi non
governativi) sembra persistere e addirittura fare scuola anche in recenti tendenze emerse
nel nostro paese.
Il governo italiano ha mantenuto fede ai suoi impegni di collaborazione finanziaria e
tecnica. In qualche caso esso ha anzi dimostrato la tendenza, a mio avviso errata, di
trasferire quote delle proprie responsabilità dirette a favore del cosiddetto
"livello multilaterale".
Un problema delicato, connesso con le considerazioni fin qui fatte, riguarda la struttura
delle cosiddette "istituzioni di Bretton Woods": il Fondo Monetario
Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM). Tale struttura, infatti, tuttora
vistosamente dominata dagli USA e da alcune delle maggiori potenze finanziarie, resta non
equilibrata rispetto alla domanda di una gestione più aperta e democratica, vivacemente
richiesta fin da11982, con il primo tentativo di un accordo "globale", da molti
paesi intermedi.
3) L'Unione europea
Se questi sembrano alcuni dei maggiori problemi di ripresa delle Nazioni Unite, i problemi
attuali e di prospettiva dell'Unione Europea sono egualmente divenuti di grande rilievo,
con scadenze urgenti non sempre presenti alla opinione pubblica.
Anche in questo caso ritengo che le considerazioni da farsi riguardino soprattutto,
nell'ottica propria del nostro incontro, le questioni di principio e le problematiche
della pace.
- Nel suo discorso-proposta del 9 maggio 1950, da cui partì la costruzione europea, il
padre dell'Europa Robert Schuman esordì con queste parole: "La pace mondiale non
potrà essere salvaguardata senza compiere sforzi proporzionati ai pericoli che la
minacciano: un'Europa organizzata e vitale è indispensabile al mantenimento di relazioni
pacifiche... Tale Europa fino a oggi non c'è stata e abbiamo invece avuto la guerra...
L'Europa non si farà in una volta sola, ma sulla base di relazioni concrete, che dovranno
creare, anzitutto, una solidarietà di fatto... aperta a tutti i paesi che vorranno
parteciparvi... Tra i suoi compiti fondamentali vi sarà lo sviluppo del continente
africano".
All'unico libro organico da lui pubblicato, Schuman, come ho prima ricordato, pose il
titolo: "Europa, opera di pace". Questa è rimasta sempre la preoccupazione sua
e degli altri padri fondatori: "Creare una comunità vitale tra paesi già opposti da
sanguinose divisioni".
Chi ha vissuto l'entusiasmo e il puro fervore ideale di quei giorni lontani stenta oggi a
ritrovarli, in una Europa che viene rappresentata come causa delle restrizioni dei bilanci
familiari e sociali, sotto il duro imperio dei parametri di Maastricht, tra la incombente
minaccia di disoccupazioni di massa.
Inoltre, se è vero che nel cuore dell'Europa la pace si è consolidata in più di mezzo
secolo e che la caduta della cortina di ferro e la straordinaria, anche se tuttora
precaria, ristrutturazione del sistema creato dall'Urss è avvenuta senza micidiali eventi
bellici, è pur tuttavia vero che la crisi dei paesi della ex-Jugoslavia e le sue
sanguinose conseguenze hanno dimostrato la inadeguatezza dell'Europa a prevenire eventi,
pur prevedibili, in aree destinate a divenire parte di una più larga organizzazione
politica ed economica del continente europeo.
Un noto storico, nella sua "Storia d'Italia", descrive il sentimento di
delusione degli italiani dopo la grande stagione ideale che tra il 1848 e il 1870 aveva
portato all'unità della nazione: "Il passaggio ai problemi concreti, dalla riforma
delle istituzioni al pareggio del bilancio, apparivano come cose banali e mediocri
rispetto ai puri ideali delle lotte per l'indipendenza".
Sentimenti analoghi sono riscontrabili oggi in tutti i paesi europei, a cominciare dal
nostro; ed è purtroppo vero che la visione etica e culturale, che è alla base della
costruzione europea, delle azioni delle sue istituzioni e della progettazione del futuro
di grande comunità di uomini e di popoli, appare in preoccupante declino.
Eppure la costruzione europea, dal piano politico a quello economico, culturale e sociale,
è tuttora in una fase ricca di impulsi creativi al suo interno e di sviluppi dinamici
all'esterno, dove il ruolo dell'Unione Europea, come grande po-tenza civile, si innesta,
come si è visto, con la riforma delle Nazioni Unite e con le nuove sfide di un
"villaggio" sempre più globale, ma anche sempre più insidiato dai grandi
poteri, palesi od occulti, che minacciano la edificazione di un'autentica e pacifica
comunità internazionale.
La Comunità Europea del 1950-57 era costituita da 6 paesi. Essa aveva come primo
obiettivo la eliminazione della contrapposizione secolare tra Francia e Germania, nella
prospettiva di "costruire una federazione europea indispensabile per i) mantenimento
della pace" (v. discorso del 9.5.1950).
Fu l'adesione dell'Italia degasperiana che conferì all'Unione dei 6 paesi un vero
carattere "europeo". La ridotta dimensione economica e politica dei tre paesi
minori (essa è ora cambiata per l'eccezionale vantaggio che essi hanno tratto
dall'Unione) ne avrebbe fatto, nella realtà, il corollario di un fondamentale accordo
bilaterale franco-tedesco.
È anche vero che una forte spiritualità era allora parte viva dei padri fondatori della
prima Europa: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Bech... Tale spiritualità, è stato
giustamente detto, "diede alla loro intelligenza e volontà di pace una profondità e
un impegno, che aiutò a superare le contingenze della storia per più vasti
orizzonti".
La Comunità è comunque passata nel 1972 da 6 a 9 paesi; indi si è allargata a 12 e poi
a 15, e, tra non molto tempo, dovrebbe decidere sulle altre 12 domande di adesione da
tempo presentate. E un processo straordinario, volto a integrare di fatto tutto il
continente in un progetto che, pur restando fedele ai principi delle origini, richiederà
profonde riforme istituzionali al suo interno e dovrà affrontare in termini nuovi anche
la svolta europea e ultra europea dei paesi dell'Est, a cominciare dalla Russia e dai suoi
paesi satelliti, in quella concezione dell'Europa, dall'Atlantico agli Urali, in cui
sempre si è collocata la "visione" di un continente non solo pacificato, ma
anche capace di collaborare alla pace del mondo.
La gestione di questo processo costituisce oggi, ben oltre il quadro tecnico-finanziario
rappresentato dai parametri di Maastricht, il compito più arduo dei vertici politici
europei, impegnati a perseguire un ampliamento che non provochi un indebolimento delle
capacità di iniziativa dell'Unione.
La minore coesione politica, rispetto alle origini, provocata da un così vasto
allargamento dell'Unione, non è stata estranea ai casi di intervento in ordine sparso
registrato nella fase più drammatica della crisi jugoslava. Scrissi allora che, dovendosi
pur prevedere alla fine l'inserimento di quelle repubbliche nell'Unione, sarebbe stato
saggio e utile offrire subito a esse tale opportunità, alla sola condizione che fosse
rispettato il dettato costituzionale dell'ex-Jugoslavia sull'autonomia di ciascuna di
esse.
Si è visto come fin dall'origine la Comunità Europea si fosse fatta carico dei problemi
dell'Africa: dall'obiettivo del loro "sviluppo" (1950) alla loro associazione a
un progetto capace di accompagnarla verso "il compimento dei loro destini"
(cioè l'indipendenza), previsto nel capitolo IV del Trattato di Roma del 1957.Attraverso
i successivi accordi (convenzioni di Yaoundé e di Lomè), tutta l'Africa subsahariana
in origine costituita di colonie dei paesi della Comunità è oggi divenuta
indipendente. Essa è anche divenuta capace di "negoziare" i contenuti delle
"convenzioni" in serrati confronti con l'Europa; si è dotata di istituzioni
democratiche (dai tre parlamenti iniziali ai 51 di oggi); ha avuto nella Comunità un
interlocutore che ha sempre operato come "potenza civile" (malgrado le residuali
presenze militari "nazionali", quali quelle della Francia) e, pur essendo
divenuto il principale teatro delle guerre "delegate" tra Est e Ovest, ha
gradualmente trovato nella collaborazione con l'Europa una via mediana tra i blocchi (vedi
la lotta contro l'apartheid).
Con gli accordi Meda di Barcellona novembre 1995 una collaborazione analoga
è stata estesa ai paesi mediterranei, inclusi quelli dell'Africa settentrionale.
Oggi questa politica, che ha influenzato, come prima ricordato, la formazione di vasti
raggruppamenti "regionali" (è anche perciò stata più volte citata
positivamente da papa Giovanni Paolo II), si trova in difficoltà dinanzi al ritorno di
tendenze bilaterali di alcuni dei paesi economicamente più forti, pur dietro il paravento
della nuova globalizzazione. A ciò è in particolare interessato il mondo del
volontariato internazionale, che specialmente dal 1972 in poi ha assunto, sia in Italia
che nell'Unione Europea, un ruolo di coscienza critica e di soggetto in prima persona
nella realizzazione di una cooperazione che, partendo dalle realtà più sofferte delle
popolazioni, tende a suscitare una crescente soggettivizzazione sociale, economica e
culturale.
a) Equilibrio fra tensioni unitarie e nazionali. L'equilibrio tra il disegno fondamentale
di una libera e solidale Comunità di popoli e di stati, e le ricorrenti costrizioni delle
minacce alla pace, delle crisi economiche o settoriali, della disoccupazione di massa, dei
ritardi in campo culturale, scientifico e tecnologico, delle derive della morale pubblica
e privata, dell'urgenza di adeguate riforme sociali, costituisce oggi ancor più di
ieri la principale sfida per l'Unione.
Dal mantenimento evolutivo di tale equilibrio dipende l'"anima" dell'Unione, il
suo essere e restare una grande potenza civile e non semplicemenre una superpotenza
economica o militare, il suo specifico ruolo politico e morale nelle vicende del mondo.
"II compito della nuova Europa unita è quello di unire gli uomini e i popoli"
diceva nel 1959 Jean Monnet dinanzi all'assemblea europea, cui incombe anche oggi
divenuta parlamento la responsabilità di interpretare e difendere quella
ispirazione e quell'anima; un parlamento che sia finalmente dotato dei poteri di
codecisione legislativi che gli sono propri, in un compiuto assetto democratico.
b) Pace e sicurezza. Tra le politiche dell'Unione che hanno dirette implicazioni sulle
problematiche della pace, è oggi particolarmente attuale quella che riguarda la
sicurezza. Essa è al centro del progetto di revisione dei trattati conosciuto come
Maastricht II (Maastricht I riguarda l'aggiustamento delle situazioni finanziarie
dissestate di molti paesi membri in vista dell'adozione di una moneta comune e di
convergenti politiche economiche e sociali). Il progetto, previsto dall'art. 9 del
trattato di Maastricht I, è ora oggetto di un vivace dibattito in tutte le istanze
europee e internazionali.
Il contrasto sta, come da molti anni, tra le tendenze a una integrazione
"forte", conforme alla finalità federale della costruzione europea, fondata
sulla piena capacità giuridica dell'Unione, e la preferenza, soprattutto inglese, verso
una organizzazione soltanto intergovernativa (l'integrazione cosiddetta
"debole"). Al centro sta la volontà o meno di dotare finalmente l'Unione
Europea di strumenti veramente efficaci di governo dell'economia e della politica estera.
Tale contrasto, accentuato dal dibattito sulla esigenza dell'ampliamento dell'Unione a
Est, riguarda in concreto la generalizzazione del voto a maggioranza nel Consiglio dei
ministri, la ricordata estensione dei poteri del parlamento europeo in tutta la materia
legislativa, costituzionale e finanziaria, l'estensione dei diritti dei cittadini, la
riforma della politica sociale, la europeizzazione di tutte le azioni relative alla
sicurezza interna ed esterna.
Le vicende internazionali più recenti hanno reso ancora più urgente il problema di come
conciliare gli attuali strumenti militari con una politica di pace, conducendo a
convergenze veramente comunitarie la politica di sicurezza e la politica estera, e con
ciò rendendo impossibili azioni arbitrarie di questo o quello stato membro.
Come rendere inoltre comunitaria l'U.E. (Unione dell'Europa Occidentale), realizzata nel
1952 con il trattato di Bruxelles e coordinata con l'Osce (organizzazione per la sicurezza
e la cooperazione in Europa), nata a Helsinki nel 1975, e con la stessa Nato e le sue
possibili estensioni a Est, in un quadro complessivo in cui la politica di sicurezza
europea sia parte di una politica comune di cooperazione e di pace?
Come ben si vede, arrivano ora sul tavolo non poche delle gravi questioni che riguardano
la natura stessa dell'Unione Europea, la sua immagine, la sua "anima" spirituale
e culturale, il suo assetto istituzionale, il suo ruolo nel mondo (v. la Carta di Parigi
de11990). Ciò ha inciso e inciderà profondamente sulla evoluzione di questioni
fondamentali di principio e sullo stesso diritto internazionale.
Nel quadro dell'Osce, ad esempio, si è riconosciuto (1991) il principio che considera il
rispetto dei diritti umani e delle libertà essenziali come un interesse legittimo
internazionale, ben oltre la politica interna di un singolo stato.
Dopo Helsinki è rimasto aperto il contrasto tra la inviolabilità delle frontiere, che
era la base degli accordi di Yalta, e le nuove spinte, conseguenti alla caduta del muro di
Berlino, sollecitate dal principio di autodeterminazione. Tali interrogativi hanno messo
di recente in discussione (Helsinki 1992) la stessa natura della Osce come principale
organizzazione europea per il mantenimento della pace: organizzazione responsabile delle
azioni in materia di sicurezza o semplice luogo di dia-logo politico? (v. documento di
Budapest, 1994).
L'ampliamento di fatto dell'U.E.O. ai 9 paesi centro-europei (Polonia, Ungheria, Bulgaria,
Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia), cui è stato conferito
lo status di "associati" (1994), è stato accettato dalla Russia, ma non ha
soddisfatto gli interessati che la considerano una soluzione parziale e aspirano a
divenire partners della Nato (anche per essere meno condizionati dal peso preponderante
della Germania).
Ben altro è tuttavia il problema dell'estensione della Nato a tali paesi, anche se
recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri della Russia sembrano meno intransigenti,
pur riaffermando l'esigenza di un preventivo accordo con essa.
In ogni caso, a 27 anni di distanza dalla decisione, inclusa nell'Atto Unico (1970), di
dare vita a una politica estera comune, questioni fondamentali sia politiche che
procedurali (sono richieste tre decisioni all'unanimità) hanno impedito e impediscono
tuttora quelle "azioni comuni" a cui può essere legata una concreta influenza
nel mantenimento della pace. Tutto ciò è all'ordine del giorno di Maastricht II e
richiama con forza la nostra coscienza e, in particolare, la nostra responsabilità.
c) Compiti dei cristiani. Vorrei concludere con alcune considerazioni sui compiti dei
cristiani in ordine ai vari problemi fin qui considerati.
Nei numerosi discorsi rivolti dal papa Giovanni Paolo II ai responsabili europei e a
quelli dell'ONU e delle tre istituzioni internazionali, il problema della pace, attraverso
una giusta cooperazione, viene continuamente riproposto come un obiettivo a cui tutto deve
essere finalizzato.
Il costante richiamo delle radici cristiane dell'Europa, da s. Giacomo di Compostela a s.
Benedetto, da Cirillo e Metodio a sant'Adalberto e, sul piano mondiale, da s. Francesco
d'Assisi a Teresa di Calcutta per citarne solo alcuni , si sposa alla
denuncia dei fenomeni attuali di dissoluzione morale e della caduta di valori spirituali e
culturali essenziali, senza dei quali l'Europa rischia di perdere la sua anima: "La
rifondazione della cultura europea è impresa decisiva e urgente per quanti vogliono
salvaguardare e ricostruire l'Europa secondo la sua vera identità e i suoi autentici
valori" (Ravenna 11 maggio 1986).
Alte e forti "visioni", progetti concreti e generosi, istituzioni snelle ed
efficaci, partecipazione diffusa e preparata sono le vie per una proposta responsabile.