Pacifisti e cappellani militari

dallo scontro al dialogo

Pax Christi e Ordinariato militare a Firenze: incontro rispettoso. Messa in questione la integrazione dei preti nella struttura militare. Doverosa la cura spirituale dei soldati, nella prospettiva di una trasformazione radicale dell'esercito in corpo di polizia internazionale.

Il vescovo Bettazzi di Ivrea, con l'umorismo che lo caratterizza, ha aperto il seminario di studio su "Cappellani militari oggi e...domani" (cfr. pagina intera di Avvenire, 2.12.1997 p. 20). Ha ringraziato don Enrico Pirotta, cappellano militare della Guardia di Finanza, di aver accettato di venire all'incontro con i pacifisti, come novello Daniele nella fossa dei leoni. Ha anche dato atto dell'assenza giustificata dei due principali interessati: il vescovo Diego Bona, presidente di Pax Christi Italia, che ha promosso il seminario insieme con il "Centro studi economico-sociale per la pace"; l'ordinario militare Giuseppe Mani. "Comunque - ha commentato Bettazzi - il loro spirito aleggia qui fra noi".

L'incontro si è tenuto alla "Casa della pace" di Firenze nei giorni 29 e 30 novembre. Nel pomeriggio di sabato, il prof. Maurilio Guasco della università di Torino ha ricostruito le tappe storiche del fenomeno e della istituzione dei cappellani militari; Bettazzi ha letto la relazione scritta di Bona; Pirotta ha svolto pure una sua relazione sul servizio pastorale ai soldati e quindi si è aperto il dibattito. Domenica mattina si è svolta una tavola rotonda su "Le stellette sono ancora una virtù?". Sono intervenuti: il prof. F. Onida della università di Firenze, il prof. Paolo Visonà di Pax Christi (in cartella c'era anche un suo quaderno di Mosaico di pace: "Chiesa Cattolica e istituzione militare", ben documentato) e, naturalmente, il cappellano Pirotta, moderatore il prof. Umberto Allegretti della università di Firenze.

In realtà, si è trattato di un incontro e non di uno scontro, come è successo più volte in passato, a cominciare dalla lettera dei cappellani militari in congedo, che davano dei "vigliacchi" agli obiettori, con relativa risposta di don Milani: "L'obbedienza non è più una virtù".

Per la verità, anni fa, vi fu un altro incontro tra pacifisti e cappellani militari, organizzato dalla Caritas italiana con l'allora direttore nazionale Giuseppe Pasini e con la partecipazione dell'ordinario militare Giovanni Marra. Anche in quella occasione si ebbe uno scambio sincero e fraterno, con evoluzioni interessanti e anche convergenti, nella prospettiva della trasformazione graduale e insieme radicale dell'esercito per vere missioni di pace, rivedendo in tal senso anche il "Nuovo modello di difesa" della NATO. Il vescovo Marra, in seguito a ciò, ebbe qualche difficoltà con i generali.

Un po' di storia:

Le tappe essenziali del movimento e della istituzione dei cappellani militari sono state illustrate nella relazione di M. Guasco e sono contenute anche nel citato quaderno di Visonà.

Dopo il 1878, cioè dopo la presa di Roma e l'unità d'Italia, i cappellani militari dell'esercito italiano erano stati tutti esentati dal servizio. Era previsto un impiego di ministri di culto, in caso di mobilitazione, negli ospedali, ma non fra le truppe combattenti. In tempo di pace, perciò, preti e religiosi dovevano adempiere la leva militare come normali cittadini.

Un primo accenno di cambiamento si ebbe nel 1911, quando furono inviati in Libia anche dei cappellani militari. Il 12 aprile 1915, con un atto unilaterale, una circolare del generale Cadorna stabilì l'assegnazione di cappellani ad ogni reggimento entro breve tempo. Un decreto della Congregazione Concistoriale del 1 giugno 1915 istituiva la figura del vescovo di campo e poneva le basi canoniche per un riconoscimento ecclesiastico dei cappellani militari. Il 27 giugno un decreto del governo italiano riconosceva tale vescovo, assimilandolo al grado e al trattamento economico di maggiore generale, mentre i cappellani a quello di tenente. Il numero dei cappellani nominati nel caso della guerra fu di 2.400. Gli ecclesiastici militari furono 24.446, di cui circa 15.000 preti.

Il 29 ottobre 1922 un decreto del re abrogava i cappellani militari. L'11 marzo 1926, una legge della Camera istituiva di nuovo i cappellani e l'ordinariato militare, solo negli ospedali militari, alle dipendenze del Ministero della Guerra e dal medesimo pagati. Ciò venne ratificato nel Concordato del 1929, agli art. 13 e 14, e recepito nella Costituzione del 1946. Nel 1936 vennero istituiti i cappellani anche all'interno delle caserme.

Soltanto quando la polizia venne smilitarizzata, anche i relativi cappellani ne seguirono la sorte, abbandonando i gradi. Veniva stabilito che, per quanto concerne i compensi, il cappellano rientra nella normativa vigente che regola il sostentamento del clero (21 dicembre 1990). Il Ministero, sulla base della qualità e quantità di servizio richiesto, garantisce il pagamento di uno stipendio che compensi quel servizio, mentre il sostentamento del clero provvede alle eventuali integrazioni, con gli stessi criteri con i quali ci si comporta con altre categorie (es. i preti insegnanti di religione): formula dunque del tutto nuova, con la quale scompare l'assimilazione del cappellano alle gerarchie militari e appare invece l'analogia della sua presenza, esclusivamente religiosa, con le presenze nelle varie altre istituzioni. Potrebbe essere questo un passo avanti da compiere per tutti i cappellani militari.

La Costituzione apostolica, dedicata alla cura spirituale dei militari ("Spirituali militum curae"), a firma del papa G. Paolo II, datata 21 aprile 1986 ed entrata in vigore il successivo 21 luglio, ratificava la costituzione dell'Ordinariato militare in diocesi a sé stante, con facoltà di aprire seminari specifici per la preparazione e la ordinazione di preti cappellani militari.

Dialogo critico

La ricostruzione storica del movimento e della istituzione dei cappellani militari può costituire un campo asettico, anche se poi del tutto non lo è. Il confronto invece delle valutazioni e delle idee è più problematico e personale, pur con tutto lo sforzo di essere imparziali. Lo si è visto chiaramente dalle relazioni di Bona e di Pirotta, e soprattutto dal dibattito e dalla tavola rotonda.

Il vescovo Bona, istituendo un confronto tra la "pax romana" e la "pace della Nato", dopo la scomparsa del Patto di Varsavia, ha denunciato senza mezzi termini il complesso economico-militare dell'occidente industrializzato, teso a mantenere il predominio sul terzo mondo. "Questa è la realtà - ha affermato -. Allora il resto (missioni di pace, protezione civile...) finiscono per essere fiori all'occhiello". Ha denunciato anche il "rinnovato interesse a una cultura di guerra, come si legge in autorevoli osservatori (Sergio Romano, Barbara Spinelli)...e nelle affermazioni dei militari che contano (gen. C. Jean e gen. Bruno Loi)".

Di qui la legittimità di mettere in discussione una presenza "strutturata" dei cappellani nelle forze armate. "Entrare in questo sistema militare - ha continuato Bona - rischia di diventare una testimonianza contraria alla giustizia, alla pace, all'Evangelo... Non si tratta certo di negare l'assistenza religiosa ai giovani durante il servizio militare... Ma è la loro posizione che diventa questione".

Il cappellano della polizia Pirotta, con eloquio fluente e suadente, è stato abilissimo nel sostenere le ragioni dei cappellani militari, evitando di raccogliere le provocazioni di fondo. La divisa? Di fatto, la indossiamo solo nei campi e nelle missioni all'estero. Il grado? Una semplice equiparazione. I soldati vedono in noi il prete e basta. L'inserimento organico nelle forze armate? "Lo ritengo possibile e fruttuoso - afferma il cappellano - perché ci consente di interloquire in modo adeguato con la gerarchia militare, ricevendo attenzione. Quello militare è un mondo a parte, diverso dal paese, dal quartiere, dalla parrocchia. Una comunità non segregante, ma totalizzante sì. Per questo è importante starci dentro e condividere completamente la vita dei soldati. Voi cogliete nella nostra presenza solo la possibile dipendenza dal sistema. Perché non ne cogliete anche i vantaggi?".

Per la verità, anche un intervento scritto, inviato dalla Comunità Dehoniana di Bagnarola, ammette come giusto che vi siano "cappellani a pieno tempo a fianco dei soldati. La caserma è luogo totalizzante e probabilmente non basta aspettare che i soldati vadano presso le parrocchie che non conoscono, né che un prete vada in caserma di tanto in tanto". Ma poi aggiunge: "E' oramai indispensabile che si riveda in teoria e in pratica il ruolo dei cappellani dei soldati". Pertanto chiede che gli stessi cappellani dei soldati rifiutino i gradi e la integrazione nella gerarchia militare; si associno alla chiesa tutta nel chiedere perdono per tutte le volte che abbiamo coperto, con benedizioni e discorsi, le imprese militari non ammissibili nemmeno con la dottrina della guerra giusta; incoraggino il superamento degli eserciti nazionali, "il ricorso a forme di difesa nonviolenta, le proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell'esercito per assimilarlo a un corpo di polizia internazionale e la scelta degli obiettori di coscienza", come esplicitamente indica il nuovo Catechismo CEI degli adulti".

Già la ricostruzione storica di Guasco ha rilevato in più parti la posizione equivoca dei cappellani militari, spesso impegnati a sostenere la causa della guerra e a tranquillizzare le coscienze dei soldati nel momento di disporsi a sparare e a uccidere, secondo le regole della disciplina militare. Questa del resto è la richiesta delle autorità civili e militari ai cappellani. Emblematico, anche se estremo, fu il caso dei cappellani della Milizia del Duce, come ha ricordato Guasco. Erano fra i primi a sentirsi fieri, mischiando fede religiosa e fede fascista, come nelle adunate romane quando cantavano: "Salve a te invitto Duce - salvator di nostra terra - regni pace, tuoni guerra - ai tuoi cenni pronti siam - sprone e forza, guida e luce - sei d'Italia ai nuovi eroi - duce a noi - duce a noi".

Diversi interventi dalla sala insistevano sulla problematicità, fino alla contraddizione, di coniugare insieme "chiesa" e "militare". Come si fa a unire il mestiere di uccidere, sia pure per obbedienza agli ordini e scopo di difesa, con il comandamento di "non uccidere", anzi di "amare i nemici e pregare per loro"?

Al che Pirotta ha risposto: "Al militare dico che non deve fare nulla contro la sua coscienza, di uomo e di cristiano. Nell'esercito non sarò mai un sovversivo, ma una forza critica sì".

Da queste parole risulta che il cappellano militare ammette la coscienza critica del soldato di fronte a eventuali eccessi della vita militare, ma senza mettere in discussione la vita militare stessa.

Comunque, il dialogo è solo iniziato, a un buon livello, e si spera continui; le posizioni diverse sono state chiare ma rispettose; su certi aspetti si è notato d'ambo le parti un qualche avvicinamento, su altri no. Il cappellano ha raccolto materiale pacifista con promessa di recarlo all'ordinariato. La posta in gioco è grande. Ne va della credibilità, non solo dei cappellani militari, ma della chiesa tutta.

Angelo Cavagna

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