L'iniziativa nonviolenta in Kosovo
Premetto che all'iniziativa "I care!" hanno partecipato credenti e non credenti, con pieno rispetto e collaborazione reciproca. I cattolici hanno potuto e voluto celebrare l'eucaristia tutti i giorni, anche ad ore impossibili, per non intralciare i lavori della marcia. Pure il monaco buddista giapponese Morishita ha fatto sempre la sua preghiera con stendardo, canto e tamburello, perfino davanti al municipio di Prishtina e sul ponte della nave al ritorno. Particolarmente significativa la presenza di Luca Pieri di Bologna, handicappato in carrozzella, che apriva la manifestazione del 10 dicembre in Prishtina e la cui testimonianza è valsa più di un discorso.Programma generale
L'iniziativa proposta prevedeva la seguente scaletta:
- 21-22 novembre (sabato e domenica): due-giorni di training (addestramento) nonviolento
al Villaggio dei 'dehoniani' a Bologna per tutti gli iscritti
- domenica 6 dicembre: giornata di training per eventuali nuovi iscritti e ritrovo di
tutti a Bari entro sera
- lunedì 7 dicembre: assemblea e lavori per gruppi di affinità (una quindicina
ciascuno), per aggiornare le informazioni e completare l'organizzazione; imbarco alle 21
per Bar, in Montenegro, con arrivo previsto la mattina dell'8
- martedì 8 dicembre: partenza da Bar con pullmans montenegrini noleggiati e arrivo a
Prishtina, capitale del Kosovo, in serata
- mercoledì 9 dicembre: visita dei vari gruppi di affinità a una o più delle seguenti
istituzioni od organizzazioni o espressioni della società civile albanese o serba del
Kosovo, precedentemente contattate e disponibili: rappresentanti del governo di Belgrado e
del comune di Prishtina; del parlamento parallelo; Consiglio per la difesa dei diritti
umani; Centro per la protezione delle donne e dei bambini; Associazione Madre Teresa;
Croce Rossa di Kosovo e Metohija; università di Prishtina; Unione degli studenti
indipendenti; scuole elementari e superiori; Kosova information center; Media centar
Prishtina; comunità islamica; comunità cattolica; comunità ortodossa; associazione dei
post-pessimisti; associazione paraplegici; centri collettivi di accoglienza per profughi
serbi dalla Krajina
- giovedì 10 dicembre: "simposio" o tavola rotonda in mattinata su "Tutti
i diritti umani per tutti", in continuazione del convegno internazionale di Lecce del
12-14 novembre 1998; una fiaccolata in silenzio in ricordo di tutte le vittime del recente
conflitto armato in Kosovo; un concerto con musicisti italiani
- venerdì 11 dicembre: partenza da Prishtina per Bar, con sosta e manifestazione
pacifista a Podgorica, capitale del Montenegro, quindi imbarco da Bar per Bari in serata
- sabato 12 dicembre: arrivo a Bari e ritorno alle proprie città e case, dalle Alpi al
Mediterraneo.
Momenti salienti
In iniziative del genere, complesse e difficili, i momenti salienti sono costituiti da due
ordini di realtà: gli ostacoli e i successi.
Seguendo il programma suindicato, è possibile accennare sia agli uni che agli altri.
Gli incontri preparatori degli enti promotori si sono svolti a date mensili e poi
settimanali a Bologna, , decise di volta in volta; e non sempre è stato possibile avere
tutti i promotori presenti. Così l'armonizzazione degli impegni ha conosciuto momenti di
perplessità, che si sono ripercossi anche sul funzionamento del "gruppo di
coordinamento" al suo interno e in rapporto con i singoli gruppi di affinità.
Ci sono state iniziative similari di altri gruppi, con rischi di sovrapposizione e di
confusione, evitando tuttavia qualsiasi tipo di contrapposizione.
Altre difficoltà sono sorte dalla mancata regolare partecipazione di qualche gruppo ai
trainings previsti, con relativa discussione, piuttosto calda, sulla loro accettazione o
meno.
Incertezze sull'attuazione del programma nascevano dalla difficoltà della Lisa Clark di
"Beati i costruttori di pace" a ottenere il rinnovo del visto e quindi a
completare gli accordi avviati in loco a Prishtina in collaborazione con i volontari e gli
obiettori della Papa Giovanni XXIII, già presenti e operanti in Kosovo in alcuni centri
della "Operazione Colomba", sia a pro degli albanesi che dei serbi.
Problema non ultimo fu quello di trovare un alloggio in Pristina. Per la prima sera fu
trovata una casa vuota, risultata poi essere una sede clandestina dell'università
albanese (medicina?). Il giorno dopo fummo trasferiti in una parte del Palazzetto dello
sport.
Soprattutto pesava sulle prospettive della iniziativa il rifiuto delle autorità serbe di
Prishtina per la fiaccolata, il concerto e perfino il simposio della giornata centrale del
10 dicembre. Di conseguenza, si discusse molto sul comportamento da tenere e sulle
eventuali alternative.
Emergevano poi difficoltà più serie. Non eravamo certi che alla frontiera tra Montenegro
e Kosovo ci avrebbero lasciati passare. Vari elementi ci facevano supporre che tanto le
autorità serbe quanto quelle italiane , in ispece il Ministero degli Esteri e quello
della Difesa, facessero di tutto per bloccarci. Mettemmo in atto tutte le pressioni
possibili, con l'aiuto di parlamentari di vari partiti. Il fatto è che, o per pressione o
per convinzione, a mezzogiorno del 7 dicembre arrivò il visto a Lisa Clark, giusto a
tempo per partire insieme. Dopo si seppe che l'ambasciatore italiano a Belgrado, Sessa,
forse sollecitato dal Ministero Esteri di Roma, si era mosso e aveva inviato due
rappresentanti alla frontiera con il Kosovo per agevolare l'entrata. In effetti non
incontrammo il minimo ostacolo.
Rimanevano i veti alle manifestazioni del 10 dicembre. Ma il prof. Alberto L'Abate, già
titolare dell'"Ambasciata di pace" a Prishtina per più di un anno, ottenne dal
preside della università albanese l'assenso a tenervi il simposio. Invece della
fiaccolata, dopo molte discussioni nei gruppi di affinità e in assemblea, si fece una
tranquilla trasferta dall'università al luogo dove eravamo accampati, ma in fila, due a
due, a gruppetti staccati, in silenzio, tenendoci per mano e con la bandiera della pace
avvolta al collo a mo' di foulard; tutti si accorsero che era una manifestazione, a
cominciare dalle autorità (governo e polizia), che protestarono la sera stessa. Per
alcuni dei pacifisti, fu tuttavia vissuta più come una resa che non una manifestazione
pacifista.
Don Oreste Benzi, proveniente dalla Macedonia dov'era giunto in aereo, fu bloccato alla
frontiera con il Kosovo e solo dopo ore e ore di tentativi dell'ambasciatore Sessa riuscì
a passare. Niente da fare, invece, per don Renzo Scapolo e il suo gruppo canoro di sei
diverse religioni, rimandato indietro.
Di vero successo furono gli incontri a gruppi di mercoledì 9 dicembre, per la presa
diretta con i vari problemi e le varie opinioni degli interlocutori di ogni parte, dai
politici ai giornalisti, alle autorità religiose, agli studenti, alle donne, alle scuole
ecc. In tali incontri sono state poste le premesse per future collaborazioni. La
iniziativa "I care!" non è una parentesi di qualche giorno, ma l'inizio di una
collaborazione di lunga prospettiva, come fu per Sarajevo. Particolarmente interessante al
riguardo la presenza e l'impegno di diversi amministratori locali: sindaci, assessori,
consiglieri.
Il massimo di consenso ebbe il simposio alla università degli albanesi kosovari. Gli
studenti furono presenti in massa e il loro rappresentante parlò francamente e
liberamente, come gli altri intervenuti: il prof. Alberto L'Abate, il magistrato Domenico
Gallo, il parlamentare europeo Tamino, l'alto commissario ONU per i diritti umani a
Prishtina Silvain Roi, Pajazit Nushi del Consiglio per la difesa dei diritti umani, don
Oreste Benzi e Natasha Kandic dell'associazione per il diritto umanitario di Belgrado, che
ha parlato in serbo ed è stata accolta da un applauso che ha sommerso anche i pochi
fischi: "La giustizia - è giunta a dire - può essere garantita in Kosovo solo dalla
corte di giustizia internazionale, davanti alla quale vanno trascinati i criminali di
guerra".
Ultimo momento significativo è stato a Podgorica, sulla strada del ritorno. In un salone
della stazione, tutti in cerchio, mano nella mano, abbiamo ascoltato il saluto del
vice-primo-ministro montenegrino, Dragisa Burzan, che ha pronunciato al megafono, tra
l'altro, queste parole: "I diritti umani vanno attuati attraverso il dialogo, senza
il ricorso alle armi". Parole impegnative per un politico legato con la federazione
jugoslava a Milosevic.
Conclusione
Anche se non abbiamo potuto recarci fuori della città a visitare i villaggi distrutti e
le situazioni più disagiate, le informazioni sono state diverse e complementari.
Certamente la nostra presenza ha rafforzato le ragioni della nonviolenza e l'esigenza di
assicurare il rispetto dei diritti umani tanto da parte serba come da parte albanese.
Questo abbiamo cercato di fare diffondendo a piene mani il messaggio, i manifesti e gli
adesivi intonati alla nonviolenza.
Nonostante i risultati non esaltanti della iniziativa armata dei kosovari albanesi
dell'UcK, si nota la rinascita della ideologia militare, illudendosi che quella delle armi
sia la via più breve per riconquistare i diritti violati, in particolare quello
dell'autodeterminazione, che non significa necessariamente indipendenza totale. Questa è
anche l'opinione prevalente delle comunità religiose, ad eccezione di alcune componenti
assolutamente nonviolente.
Di fatto, le voci comuni raccolte in vari gruppi parlano di ripresa degli scontri armati
verso aprile.
Per noi pacifisti questo è un motivo in più per intensificare l'azione culturale e
solidale di pace, gettando ponti di umanità sopra le barriere scavate dall'odio.
In ciò siamo stati confortati da due messaggi ricevuti a Bari prima della partenza:
"Non abbiate timore e non rinunciate neanche davanti ai segnali di difficoltà. Venite qui con lo spirito di chi si pone come ponte tra comunità divise; non venite per stare dalla parte di nessuno. Il vostro sarà un gesto accompagnato dalla preghiera e dall'amore, ma i frutti di questa azione si vedranno solo con il tempo. Anche se adesso non vi sentite accolti con lo spirito che vorreste, , intanto dovete seminare... con la vostra azione: fate un gesto concreto; non solo parole al vento; un gesto concreto che il Signore farà germogliare" (prete cattolico Lush Gjergji);
"Gli egoisti, le multinazionali, i potenti aspirano alla guerra, perchè è lì che essi si arricchiscono... Come cristiani dobbiamo impegnarci in prima persona perchè la pace di Cristo regni sulla terra. Sono con voi... perchè desidero dare voce al vostro impegno perchè la pace torni a regnare nel Kosovo, come in ogni altro angolo della terra ove, ancora oggi, il popolo inerte si trova ad affrontare i <signori della guerra>. Il Signore vi benedica e vi protegga sempre, vi doni forza e coraggio per continuare a testimoniare nel mondo il suo amore per l'umanità" (+ Mariano Magrassi OsB, arcivescovo di Bari-Bitonto).
Angelo Cavagna