LA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA
Alla luce dell'art.11 della COSTITUZIONE ITALIANA e del nuovo CATECHISMO degli ADULTI della CEI dal titolo "LA VERITA' VI FARA' LIBERI"
Il GAVCI si è distinto, in tutta la sua storia (quest'anno ricorre il 25° della sua fondazione ufficiale nel 1977), per una proposta chiara e costante della cultura di pace, nonviolenza, antimilitarismo, obiezione al servizio e alle spese militari, servizio civile di pace in Italia e all'estero, DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA come vera alternativa alla difesa bellica, ammettendo solo un certo uso della forza, anche armata, ma 'non omicida', ossia con una distinzione essenziale tra esercito (= uso 'omicida' della forza) e polizia o azione di polizia internazionale (uso 'non omicida' della forza) alle dipendenze di una vera ONU.
E' dunque essenziale, nel GAVCI, coltivare costantemente una
cultura e insieme azioni di pace e nonviolenza, a livello locale e mondiale. A
ciò è destinata, appunto, la mattinata di questa Assemblea annuale del GAVCI (Padova 25 Aprile 2002).
La presente relazione riguarda
due punti fondamentali di tale cultura: l'aspetto costituzionale (art.11) e
l'aspetto ecclesiale (Catechismo Adulti della CEI).
Il prof. Antonio Papisca, in una relazione sullo stesso argomento, tenuta alla due-giorni di Prato (26-27 Ottobre 1996) sulla "Cultura della Pace", citò il seguente pensiero di Giuseppe Dossetti che fu uno dei padri più influenti del testo fondativo della nostra Repubblica: "La Costituzione Italiana è nata ed è stata ispirata - come e più di altre pochissime costituzioni - da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale...Insomma voglio dire che nel 1946 certi eventi di proporzioni immani erano ancora troppo presenti alla coscienza esperienziale per non vincere, almeno in sensibile misura, sulle concezioni di parte e le esplicitazioni, anche quelle cruente, delle ideologie contrapposte, e per non spingere in qualche modo tutti a cercare, al di là di ogni interesse e strategia particolare, un consenso comune, moderato ed equo. Perciò la Costituzione Italiana del 1948 si può ben dire nata da questo crogiolo ardente e universale, più che dalle stesse vicende italiane del fascismo e del post-fascismo; più che del confronto-scontro di tre ideologie datate, essa porta l'impronta di uno spirito universale e in certo modo trans-temporale" (v. “Le radici della Costituzione”, in G.Dossetti, “I valori della Costituzione” prefaz. D.F.Monaco, Reggio Emilia, Ed. S.Lorenzo, 1995).
In particolare l'art.11 è segnato da quel "crogiolo ardente e universale" e quindi, da quello "spirito transtemporale".
Purtroppo, vi sono così detti intellettuali e politici che vorrebbero rinverdire una cultura di guerra, come se non ce ne fosse in giro già abbastanza, ed espungere l'art.11 dalla Costituzione, considerato un "rimasuglio di pudore pacifista", ormai senza senso.
L'art.11, nella sua completezza dice: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Anzichè abolirlo, semmai urge fare il contrario, riscrivendolo alla luce del nuovo diritto internazionale come suggerisce il prof. Papisca nella stessa relazione di Prato: "L'Italia riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli, ripudia la guerra e si impegna a perseguire la sicurezza globale, in condizioni di parità con gli altri stati e nel rispetto dei diritti umani internazionalmente riconosciuti; nel quadro istituzionale delle Nazioni Unite e della Unione Europea promuove e favorisce organizzazioni internazionali, governative e nongovernative, rivolte a tale scopo".
Lo stesso prof. Papisca precisa: il nuovo diritto internazionale "fa obbligo agli stati di disarmare e di conferire parte delle proprie rispettive forze militari all'ONU, perchè siano utilizzate a fini di sicurezza collettiva. Essendo proibita la guerra e ponendosi l'ONU quale autorità soprastatuale, le operazioni militari non possono che essere operazioni di polizia internazionale, da realizzarsi sotto comando sopranazionale".
Ciò comporta alcuni cambiamenti radicali.
Anzitutto, la 'riforma dell'ONU': occorre un vero parlamento e un vero governo mondiali; l'ONU attuale "è allo stato puramente embrionale" come ha scritto Kofi Annan, attualemente segretario generale delle Nazioni Unite.
In secondo luogo, occorre distinguere nettamente tra esercito e polizia, e non continuare a confonderli come se si trattasse più o meno della stessa cosa. L'esercito esige attorno a sè una catena di altri elementi (armi di ogni genere, ricerca bellica, industria bellica, commercio bellico, spese militari e... guerre), che insieme formano un 'sistema militare' o 'sistema di guerra'. Per abolire la guerra occorre abolire tutti gli eserciti, come del resto, al formarsi della unità d'Italia, furono aboliti gli eserciti del Piemonte, del ducato di Milano, della Serenissima ecc. Si fece un solo esercito per la difesa dall'esterno. All'interno fu sufficiente la polizia ai vari livelli: comunale, provinciale, regionale, nazionale. Oggi i problemi sono mondiali. Occorre una vera ONU, con un CORPO DI POLIZIA INTERNAZIONALE, e via tutti gli eserciti. Senza ripudiare questi, non è possibile ripudiare la guerra; e ciò a livello mondiale.
La Chiesa cristiano-cattolica, nei primi tre secoli, aveva stabilito che i cristiani non possono fare i soldati, nel senso di fare il vero mestiere del militare, che è quello di 'bellare - fare la guerra'. Invece, dopo Costantino, si cominciò a formulare la cosiddetta "dottrina della guerra giusta", arrivata fino ai giorni nostri.
Il concilio Vaticano II discusse a lungo il tema 'guerra-pace', con restrizioni forti, ma senza giungere alla condanna totale della guerra. Condannò l'uso della armi scientifiche (nucleari, chimiche e batteriologiche) e simili come "delitto contro Dio e contro la stessa umanità; e con fermezza e senza esitazione deve essere proscritto" (GS 80/1601), ma ne ha tollerato il possesso a scopo di deterrenza (GS n.81/1603); ha ritenuto "conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l'uso delle armi" (GS n.79/1595), ma ha elogiato anche i militari "come ministri della sicurezza e della libertà dei loro popoli", sicchè, "se rettamente adempiono al loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace" (GS. n.79/1597). La condanna assoluta della guerra è auspicata, ma non imposta, urgendo, come precondizione, l'istituzione di "un'autorità pubblica universale, riconosciuta da tutti, la quale sia dotata di efficacia e potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia e rispetto dei diritti" (GS n.82/1607). Il concilio aggiunge anche un monito forte: "La provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo noi stessi dall'antica schiavitù della guerra" (GS n.81/1606).
Anche il catechismo della Chiesa Universale o del Vaticano non giunge ad abolire la guerra e gli eserciti, come pure ritiene ancora possibile, in casi estremi, il ricorso alla pena di morte.
Per trovare, pur citando alcuni dei passi conciliari, appena richiamati, una svolta storica, complessiva, radicale di pace del magistero ecclesiale, occorre riferirsi al nuovo “Catechismo degli Adulti” dei Vescovi Italiani o CEI, dal titolo "La verità vi farà liberi". In tale Catechismo è chiara la condanna, per principio, della pena di morte e vi è chiara l'opzione alternativa alla guerra, ossia la proposta della DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA, della VIA ISTITUZIONALE ALLA PACE o riforma dell'ONU, della distinzione tra esercito e polizia.
Eccone i testi che parlano chiari da soli:
"Oggi
l'accresciuta consapevolezza riguardo alla dignità di ogni uomo, ancorchè
criminale, induce ad abolire la pena di morte" (p.491);
"Oggi i confini degli stati sono attraversati da un flusso continuo di uomini, informazioni, capitali, merci, armi. L'interdipendenza cresce in ampiezza e spessore... La pretesa dei singoli stati sovrani di porsi come vertice della società organizzata, sta diventando anacronistica. Si va verso forme di collaborazione sistematica, si moltiplicano le istituzioni internazionali, si auspicano forme di governo sovranazionale con larga autonomia delle entità nazionali" (pp. 528-529);
"Abolire la guerra! E' il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i conflitti. Il mondo dovrebbe bandirla totalmente e sostituirla con il ricorso ad altri mezzi, come la trattativa e l'arbitrato internazionale. Si dovrebbe togliere ai singoli stati il diritto di farsi giustizia da soli con la forza, come è già stato tolto ai privati cittadini e alle comunità intermedie" (p.493);
"Appare urgente promuovere nell'opinione pubblica, il ricorso a forme di difesa nonviolenta. Ugualmente meritano sostegno le proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell'esercito per assimilarlo a un corpo di polizia internazionale" (p.494).
I cittadini italiani che si ispirassero decisamente all'art.11 della loro Costituzione e i cattolici italiani che si ispirassero anche all'insegnamento ecclesiale succitato potrebbero offrire al mondo intero un contributo essenziale alla costruzione di quella "civiltà dell'amore", cui aspira, più o meno consciamente, ogni cuore veramente umano.
p. Angelo Cavagna
Presidente del GAVCI