Da un
lato si moltiplicano gli appelli alla pace. Contemporaneamente persistono e si
moltiplicano eventi bellici. I progetti militari si proiettano al di là di ogni
limite. Non mancano reazioni morali, ma persistono genericismo, silenzi,
giustificazioni. Alternativa nonviolenta ed esigenza di un'autorità mondiale.
Si coglie dalle parole e dai gesti
delle persone un senso di insopportabilità di fronte alla pioggia di notizie di
eventi bellici e criminosi quotidiani, sempre più efferati, a tutte le
latitudini. Sennonché con lo stesso nervosismo si invocano spesso reazioni
ancor più dure che, normalmente, hanno come esito violenze e odi ancor più
feroci. Così i guerrafondai come Bush e Sharon hanno visto i
consensi dei rispettivi popoli crescere nei loro riguardi, in nome del diritto
alla difesa.
Uno dei segnali più lucidi e cinici
di questa follia bellicista è senz'altro la formalizzazione, in sede Nato,
della difesa, non più dei confini, bensì degli "interessi vitali della
nazione", rozzamente individuati nelle "materie prime, presenti nel
terzo mondo, necessarie alle economie dei paesi industrializzati" (v. doc.
"Linee di sviluppo delle Forze Armate negli anni '90" presentato in
parlamento dal Ministero della Difesa nell'ottobre 1991). A conferma, la sig.ra
Olbraith, segretario di stato del governo Clinton, ad amministrazione
finita ebbe ad esclamare: "Comunque noi, nella guerra del Kossovo, abbiamo
difeso gli interessi americani" (non i kossovari!). Berlusconi ha motivato
l'assunzione degli Esteri con la necessità di centrare la politica estera sulla
difesa e lo sviluppo degli interessi italiani. A chi si scandalizzava rispose:
"Ascoltate gli altri governi se non parlano dei loro interessi!".
Purtroppo, è vero.
Altro segnale di militarismo
montante è il ritorno e la diffusione degli <eserciti mercenari>, sulla
cui strada sono incamminati gli <eserciti professionali> che oggi vanno
di moda. Questi ultimi, però, faticano a trovare soldati volontari adatti al
professionismo, nonostante alte paghe, crediti formativi, privilegi
occupazionali nella pubblica amministrazione, apertura alle donne soldato e
réclames pubblicitari in tutte le forme.
I corpi mercenari sono un business già
fiorente: scorte armate ai cargo nei mari pericolosi, controllo aereo e
addestramento di eserciti e guerriglie. Tim Spicer, ex ufficiale inglese
e precursore dei nuovi soldati di fortuna, così si esprime: "I miei uomini
possono intervenire dove l'ONU non riesce. Costano meno e sono più bravi"
(v. <la Repubblica> del 24.2.2002, p. 15 intera sull'argomento).
Il governo Berlusconi ha approntato
un disegno di legge n. 1927, secondo un accordo-quadro sottoscritto a
Farnborough il 27 luglio 2000 dai Ministri della Difesa dei principali paesi
europei, nel tentativo di favorire l'esportazione di armi e diminuirne i
controlli previsti nella legge italiana 185/90 cosiddetta "Contro i
mercanti di morte". E' in atto una grossa campagna popolare di pressione
sul parlamento in difesa, appunto, della legge 185/90.
Ma il dato che segna il superamento
di ogni limite etico e religioso è il rilancio degli armamenti nucleari,
chimici e batteriologici, in collegamento con la dottrina Nato del "primo
colpo nucleare" e con l'intenzione oramai dichiarata di ritenere superati
gli accordi di disarmo su tali ordigni e che, dal momento che si possiedono, è
chiaro che si è pronti ad usarli. Le potenze nucleari hanno fatto di tutto per
costringere gli altri paesi a sottoscrivere un "patto di non
proliferazione" di tali armi; ma non hanno mai accettato di attuare un
contemporaneo disarmo di esse, ripetutamente e vivissimamente richiesto in sede
ONU dalla stragrande maggioranza degli stessi paesi.
Il parlamento francese, anni fa, ha
addirittura approvato una legge che autorizza il governo all'uso della
<force de frappe>, ossia dell'atomica francese, per la difesa degli
<interessi vitali della nazione in qualsiasi parte del mondo>. Il
giornale cattolico La Croix, nel darne notizia (mezza pagina), non ha accennato
a riserve di sorta circa l'uso di tali armi nucleari!
Si noti poi la incongruenza
dell'attuale politica governativa italiana che, da un lato, ha voluto entrare
in guerra contro il terrorismo e, dall'altro, vuole abolire la legge 185/90
per incrementare il commercio delle armi; anzi il ministro della Difesa Martino
propone addirittura la diffusione capillare delle armi per l'autodifesa dei
singoli cittadini. Non si agevola, in tal modo, anche il riarmo del terrorismo?
Già a partire dalla svolta
costantiniana venne formulata la <dottrina della guerra giusta>,
abbozzata da s. Ambrogio di Milano e perfezionata da s. Agostino, giunta fino
al concilio Vaticano II.
Per essere giusta, la guerra deve
soddisfare a tre condizioni: dichiarata dalla legittima autorità; condotta nel
rispetto del diritto internazionale (non recar danno ai civili - reagire in
modo proporzionato al danno ricevuto - non eliminare i prigionieri, probabilità
di vittoria); giusta causa (difesa propria o di innocenti).
Se tali condizioni fossero state
fatte valere, gran parte delle guerre sarebbero state evitate. Purtroppo, nella
realtà storica umana assai complessa, si è finito in genere per considerare
solo le proprie ragioni e per avallare ogni guerra. Sicché "in pratica -
scrive il noto moralista Chiavacci - qualunque causa, giusta o ingiusta, ha
potuto rientrare in questo schema e il clero ha sempre pregato per la vittoria
del proprio glorioso esercito" (in "rivista di teologia morale",
n. 133, p. 12; gran parte del numero è dedicato al problema
"guerra-giustizia" o "guerra-pace").
Con l'enciclica di papa Giovanni
XXIII "Pacem in terris" e con il concilio Vaticano II, tale dottrina
può dirsi superata, almeno verbalmente. Si mantiene ancora la legittima difesa,
con ricorso possibile e talvolta doveroso alle armi; più recentemente si parla
di "ingerenza umanitaria armata", "missioni di pace" e
simili, con il facile fraintendimento di legittimazione di ogni intervento e
con la conseguenza di non poche e nemmeno piccole divisioni interne al mondo
cristiano e alla stessa cattolicità, fino al punto di pronunciamenti difformi
tra il papa, generalmente più critico, e cardinali, vescovi, preti, in
particolare cappellani militari.
Particolarmente inquietante e
incomprensibile il silenzio delle gerarchie cattoliche (salvo caso) di fronte
ai propositi espliciti di usare le armi atomiche, chimiche e batteriologiche,
nonostante la condanna drastica di papa Giovanni XXIII nella"Pacem in
Terris" e del concilio Vaticano II.
Non mancano, per fortuna, esempi
splendidi di coerenza con i limiti morali presenti nella stessa "dottrina
della guerra giusta". La voce dei 70 vescovi di Pax Christi USA si levò
chiara e libera per condannare la politica americana di riarmo nucleare:
"La dissuasione nucleare come politica nazionale deve essere condannata
come moralmente abominevole, perché è un pretesto e una giustificazione per
continuare il possesso e per sviluppare ulteriormente le armi nucleari... A
causa delle conseguenze orrende dell'uso di queste armi (e noi vediamo una
grande probabilità che esse vengano usate), ci sentiamo costretti ad alzare una
voce chiara e senza ambiguità contro il continuo affidarsi alla deterrenza
nucleare..." (10 giugno 1998).
Altro esempio è quello, addirittura,
dell'attuale Ordinario Militare mons. Walter Mixa dei cappellani militari
tedeschi. Egli ha sollevato più di una perplessità sulla moralità della guerra
scatenata dal presidente USA, Bush, contro il terrorismo internazionale, contro
l'Afghanistan e altri paesi. In una lunga intervista rilasciata il 13 novembre
2001 egli afferma: "La spirale della violenza ostacola una pace giusta...
Bisognerebbe usare metodi nonviolenti, ricercare il dialogo fra le culture e le
religioni... Noi vescovi non dobbiamo tacere quando si parla di guerra e di
pace... Le due Chiese, Cattolica ed Evangelica, non hanno opposto sufficiente
resistenza al nazismo. Oggi, in democrazia, è importante invece farsi sentire.
Sappiamo poco di questa guerra, ma è certo che sono in atto azioni militari
contro città abitate. Ci sono tanti morti innocenti, una grande sofferenza per
i profughi. Questo non è accettabile: viola le norme che prevedono l'azione
militare come <ultima ratio>. Quindi come Germania non possiamo
partecipare a quest'azione militare, perchè non vengono risparmiati i civili,
come ha più volte invece raccomandato il papa...".
Emblematica, nello stesso senso, è
anche la lettera di Sergio Yahni israeliano, arrestato il 20 marzo 2002 per la
sua obiezione al servizio militare, inviata al ministro della Difesa Ben
Eliezer: "Io rifiuto di servire nell'esercito israeliano in ogni forma.
Fin dal 29 settembre del 2000 l'esercito israeliano ha condotto una <sporca
guerra> contro l'Autorità Palestinese. Questa guerra sporca include
esecuzioni extragiudiziali, omicidi di donne e bambini, distruzione delle
infrastrutture economiche e sociali della popolazione palestinese, l'incendio
di terreni agricoli, lo sradicamento sistematico degli alberi... La violenza
razzista dei servizi di sicurezza israeliani, che non vede persone, ma solo
<terroristi>, ha aggravato il circolo vizioso della violenza per
entrambi, Palestinesi e Israeliani... Mi è chiaro che Lei ha rischiato tutto
nella sua vita perchè continui la costruzione illegale e immorale degli
insediamenti (dei coloni)... Per questo io non voglio servire nel suo esercito.
Il suo esercito... non è niente di più che il braccio armato del movimento
delle colonie. Questo esercito non esiste per dare sicurezza ai cittadini
israeliani, esiste per garantire che continui il furto della terra palestinese.
Come giudeo io mi ribello ai crimini che questa milizia commette contro il
popolo palestinese... Come figlio di persone vittime dell'olocausto e della distruzione,
non posso avere un ruolo nella vostra politica insana. Come essere umano è mio
dovere rifiutarmi di partecipare a qualsiasi istituzione che commette crimini
contro l'umanità. Sinceramente suo Sergio Yahni".
E' da salutare senz'altro
positivamente, di fronte alla guerra israelo-palestinese, l'insorgere di gruppi
di pacifisti e obiettori di coscienza nei due popoli in conflitto, con un
sostegno vistoso da parte di pacifisti occidentali. Essi si oppongono tanto al
suicidio e omicidio di innocenti dei kamikaze, quanto alle reazioni
onnidistruttive degli israeliani
Queste e simili denunce di guerre
che non rispettano i limiti morali né del <diritto di guerra> (jus belli)
né del <diritto nella guerra> (jus in bello) hanno pure un grandissimo
valore, che merita tutto il nostro rispetto e ossequio, anche se non
raggiungono l'opzione radicale della nonviolenza.
Mi sembra giusto notare un'altra
distinzione che, onestamente, non mi pare di aver incontrato fra le tante cose
che ho letto e ascoltato. Personalmente, non metto sullo stesso piano la
violenza degli oppressi e la violenza degli oppressori. La violenza degli
oppressi la posso comprendere, senza giustificarla. Quella degli oppressori non
merita né comprensione né, tanto meno, giustificazione.
Dal sin qui detto, è facile capire
che l'economia e la politica stanno scavando la fossa all'umanità, come già
paventava il concilio Vaticano II nella "Gaudium et Spes":
"Tutte queste cose ci obbligano a considerare l'argomento della guerra con
mentalità completamente nuova (n. 80/1599)... Ogni atto di guerra che
indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e
dei loro abitanti è delitto contro Dio e contro la stessa umanità, e con
fermezza e senza esitazione deve essere condannato (n. 80/1601)... La corsa
agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità (n. 81/1605)... La
provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo noi stessi
dall'antica schiavitù della guerra (n. 81/1606)... Dobbiamo sforzarci per
preparare quel tempo, nel quale, mediante l'accordo delle nazioni, si potrà
interdire del tutto qualsiasi ricorso alla guerra. Questo esige che venga
istituita un'autorità pubblica universale (82/1607)... L'umanità, che si trova
già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quell'ora in cui non
altra pace potrà sperimentare se non la pace di una terribile morte (n.
82/1610)...".
Sulla stessa linea, forse anche con
maggior chiarezza e completezza, si pone il nuovo Catechismo degli Adulti dei
vescovi italiani, dal titolo "La verità vi farà liberi".
E' chiaro che, per abolire la
guerra, occorre abolire gli eserciti e tutto il <sistema militare>
(esercito-ricerca-industria-commercio-spese-eventi bellici). L'esercito non
esiste senza il sistema militare, che fa tutt'uno. Dice infatti il Catechismo
CEI: "Abolire la guerra.., il mezzo più barbaro e più inefficace per
risolvere i conflitti. Il mondo civile dovrebbe bandirla totalmente... Si
dovrebbe togliere ai singoli stati il diritto di farsi giustizia da soli con la
forza, come già è stato tolto ai privati cittadini e alle comunità intermedie
(p. 493)... Appare urgente promuovere nell'opinione pubblica il ricorso a forme
di difesa nonviolenta. Ugualmente meritano sostegno le proposte tendenti a
cambiare struttura e formazione dell'esercito per assimilarlo a un corpo di
polizia internazionale (p. 494)... La pretesa dei singoli stati sovrani di
porsi come vertice della società organizzata sta diventando anacronistica. Si
va verso forme di collaborazione sistematica, si moltiplicano le istituzioni
internazionali, si auspicano forme di governo sopranazionale con larga
autonomia delle entità nazionali (pp. 528-529)".
Come si vede anche dal Catechismo
CEI e dal concilio succitato, il nodo di creare "Istituzioni
sovranazionali funzionanti" è nevralgico: prerequisito indispensabile. Lo
chiedeva l'umanità intera dopo la prima Guerra Mondiale e, di nuovo, dopo la
seconda; ma i poteri occulti e i politici succubi inventarono la Società della
Nazioni e poi le Nazioni Unite, che sono tutt'altro che quel "governo
mondiale" chiesto dalla gente e ribadito dal papa Giovanni Paolo II
nell'enciclica "Centesimus Annus del 1° maggio 1991: "Oggi è in atto
la cosiddetta <<mondializzazione dell'economia>>, fenomeno, questo,
che non va deprecato, perchè può creare straordinarie occasioni di maggior
benessere. Sempre più sentito, però, è il bisogno che a questa crescente
internazionalizzazione dell'economia corrispondano validi organi internazionali
di controllo e di guida, che indirizzino l'economia stessa al bene comune, cosa
che ormai un singolo stato, fosse anche il più potente della terra, non è in
grado di fare" (n. 58). Chiaro?
Posto che le guerre
continuano ad aumentare nel mondo, atrocissime, della maggior parte delle quali
non si parla nemmeno, come quella del Congo-Kinshasa (vedi le missioni di pace
di centinaia di europei a Butembo e, quest'anno, a Kisangani, anche se poi è
stata impedita), è tempo che la Chiesa Cattolica e tutti i cristiani non si
gingillino più con formule equivoche (<guerra giusta>-<legittima
difesa>-<ingerenza umanitaria>...), che vengono facilmente
strumentalizzate a copertura di guerre dettate per lo più da interessi ignobili
e cinici, che non hanno più nulla né di giusto né di umanitario. Sono guerre in
cui muoiono quasi solo civili, vendute all'opinione pubblica con montagne di
bugie, promosse da governanti che spudoratamente non fanno più mistero di
perseguire i propri interessi, disposti a usare anche le bombe atomiche, oltre
l'inquinamento già in atto da uranio impoverito, di cui si torna a parlare in
questi giorni.Oramai sono stati superati tutti i limiti di moralità e di
razionalità.
E' tempo di prendere posizioni chiare:
"Abolire la guerra" (Catechismo CEI): "E' delitto contro Dio e
contro la stessa umanità, e con fermezza e senza esitazione deve essere
condannato" (conc. Vat. II, GS n. 80/1601); "Questo esige che venga
istituita un'autorità pubblica universale" (ib. n. 82/1607); "Urge
promuovere nell'opinione pubblica il
ricorso a forme di difesa nonviolenta" (Catechismo CEI).
Da “Missione Oggi”, novembre 2002
p. Angelo Cavagna
dehoniano