DIRITTI UMANI NELLA GLOBALIZZAZIONE

 

 

 

Diritti e doveri

 

Mi piace iniziare il mio contributo alla riflessione sui “diritti umani nella globalizzazione” citando l’art. 2 della Costituzione Italiana, che dice: “ La repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nella formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

            Sottolineo, in particolare, i seguenti termini:

-         “diritti inviolabili dell’uomo”, il che significa “innati”, con priorità rispetto a qualsiasi                                                  diritto positivo;

-         “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà”; dunque il richiamo ai diritti va inderogabilmente connesso con i rispettivi doveri; e ciò vale per i locali, per gli immigrati, per le persone di passaggio, per tutti; una società impostata solo sui diritti è sbilanciata, vorace, corporativa.

In secondo luogo, il soddisfacimento dei diritti e dei doveri dipende anzitutto dalle singole persone. A lungo andare, però, ci si accorge che la gran parte dei diritti e dei doveri vengono salvaguardati o sfracellati a seconda delle istituzioni che, a loro volta, possono essere benefiche o deleterie, a parte la bontà o meno dei singoli individui . Tali istituzioni o strutture, pubbliche o private, dipendono da un complesso di fattori: culture, religioni, forme politiche (democratiche o meno), partiti, sindacati, movimenti popolari (locali, nazionali, mondiali) ecc. In particolare, sembra doveroso dare moltissima importanza ai movimenti, nel bene e nel male: le idee guidano la storia, ma i movimenti fanno la storia. Si pensi solo al movimento dei lavoratori per la questione operaia; e si trattato di un movimento in gran parte nonviolento, anche se determinatamente combattivo.

 

Sì alla globalizzazione, no alla globalizzazione selvaggia

           

            Anche sull’aspetto della globalizzazione mi piace iniziare citando la Costituzione Italiana, all’art. 11, che dice: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizione di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

            Si tratta di un pilastro fondamentale di tutto l’impianto costituzionale. Come tale va difeso e, soprattutto, applicato.

Va difeso perché una certa cultura corrente (vedi ad esempio un articolo di Ernesto Galli Della Loggia e di Angelo Panebianco, di alcuni anni fa, sulla rivista Limes) considera questo art. 11 un “rimasuglio di pudore pacifista rimasto nella Costituzione”, che è ora di togliere, mentre “va rilanciata la cultura della guerra”, per ritemprare la gioventù di oggi.

            L’art. 11 della Costituzione Repubblicana è meraviglioso. Anzitutto, dopo la tragica esperienza delle due guerre mondiali, “ripudia la guerra, come offesa… e (anche) come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; ma, guardando in avanti, coglie perfettamente la prospettiva mondiale del futuro umano, per cui è  necessario oltrepassare i limiti angusti della sovranità nazionale, promuovere “organizzazioni internazionali” rivolte ad assicurare “la pace e la giustizia fra le nazioni”.

            La globalizzazione o mondializzazione della vita umana è un fatto ormai sotto gli occhi di tutti. Lo dice chiaramente uno spot della TIM: “A che servono i confini? Per essere superati”.

            Di qui la necessità di istituzioni internazionali adeguate alla dimensione ormai planetaria dei problemi e dotate di forza coercitiva, perché le regole comuni, a livello mondiale, vengono applicate da tutti. Tale forza coercitiva non potrà essere l’esercito, né a livello planetario né tanto meno a livello nazionale. L’esercito non esiste da solo, ma  è il perno di tutto un “sistema militare”  che, come tale, esige le guerre. L’esercito è un anello, cui si aggancia necessariamente la disponibilità di armi sempre più potenti e sofisticate (ricerca bellica), costruite (industria bellica), vendute (commercio bellico), pagate (spese belliche), usate (guerre), in base al principio ironico di  Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza” (titolo di un suo film).

            L’abolizione degli eserciti, del resto, è già avvenuta a certi livelli. Al formarsi della nazione Italia e delle altre, sono spariti tutti gli eserciti cittadini o regionali: un solo esercito nazionale per difendersi dall’esterno; una sola polizia o carabinieri per mantenere l’ordine all’interno e far rispettare le leggi. L’esercito va allo sbaraglio (= uso omicida della forza); la polizia, anche quando è costretta a sparare per difendere persone o beni della comunità nazionale, non deve mai mirare direttamente ad uccidere (= uso non omicida della forza). Logicamente oggi, nella prospettiva di un governo mondiale (non bastano nemmeno quelli continentali: Europa, Africa, ecc), occorre eliminare tutti gli eserciti e dotare le istituzioni internazionali, ossia l’ONU, una vera ONU, di un corpo di polizia Internazionale. Ciò non è utopia. Senza un vero governo mondiale, non si risolve nessuno dei problemi che oggi urgono a livello planetario: pace, giustizia nord-sud del mondo, ecologia, ecc.. Anzi, siamo in ritardo e in procinto di precipitare in un disastro globale.

            Come prete mi limito a citare due testi ecclesiali:

            1 – L’Enciclica di papa Giovanni Paolo II ‘CENTESIMUS ANNUS’: “Come all’interno dei singoli stati è giunto finalmente il tempo in cui il sistema della vendetta privata e della rappresaglia è stato sostituito dall’impero della legge, così è ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella comunità internazionale” (p. 52); “ Si tratta di orientare l’organizzazione sociale secondo un adeguata concezione del bene comune in riferimento all’intera famiglia umana. Oggi è in atto la cosiddetta mondializzazione dell’economia, fenomeno, questo che non va deprecato, perché può creare straordinarie occasioni di maggior benessere. Sempre più sentito, però, è il bisogno che a questa internazionalizzazione dell’economia corrispondano validi organi internazionali di controllo e di guida, che indirizzino l’economia stessa al bene comune, cosa che ormai un singolo stato, fosse anche il più potente della terra non è in grado di fare” (n.58).

            2 – Il nuovo Catechismo degli Adulti della CEI “La verità vi farà liberi”: “La guerra, ‘il mezzo più barbaro e più inefficiente per risolvere i conflitti’. Il mondo civile dovrebbe bandirla totalmente e sostituirla con il ricorso ad altri mezzi, come la trattativa e l’arbitrato internazionale. Si dovrebbe togliere ai singoli stati il diritto di farsi giustizia da soli con la forza, come già è stato tolto ai privati cittadini e alla comunità intermadie” (p. 493); “Appare urgente promuovere nell’opinione pubblica il ricorso a forme di difesa nonviolenta. Ugualmente meritano sostengo le proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell’esercito per assimilarlo a un corpo di polizia internazionale” (p. 494); “Oggi i confini degli stati sono attraversati da un flusso continuo di uomini, informazioni, capitali, merci, armi. L’interdipendenza cresce in ampiezza e spessore. Se si vogliono evitare meccanismi perversi, che avrebbero ‘conseguenze funeste per i più deboli’, anzi per tutti, è necessario attivare una nuova solidarietà morale, culturale, politica ed economica. ‘Il bene comune… oggi diventa sempre più universale, investendo diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano’. La pretesa dei singoli stati sovrani di porsi come vertice della società organizzata sta diventando anacronistica. Si va verso forme di collaborazione sistematica, si moltiplicano le istituzioni internazionali, si auspicano forme di governo sopranazionale con larga autonomia delle entità nazionali”. (p.528 – 529). Concludendo, per una globalizzazione-mondializzazione che risponda al caso di oggi occorre evitare due estremi.

 

            1 – Un governo mondiale debole. Per la paura di un centralismo asfissiante e paralizzante, tanto a livello continentale e ancor più a livello planetario, si auspicano si delle istituzioni internazionali, ma senza un vero parlamento e un vero governo. E’ il caso dell’ONU attuale, di cui scrisse tempo fa so l’Unità Kofi Annan: ”Le istituzioni internazionali, che dovrebbero garantire giustizia e pace per tutti i popoli, sono alla stato poco più che embrionale”. Tale è il parere dei ministri Tremonti e Bossi, che temono una Unione Europea ‘superstato’ (v. Avvenire 31.08.2002, pag.4); immaginarsi un governo mondiale!

 

            2 – Un centralismo planetario. Questo pericolo è ben individuato nell’enciclica Centesimus Annus: “Deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista de bene comune” (n.48).

 

            Non si tratta di sognare un mondo perfetto, magicamente realizzato con un governo mondiale, come paventa l’On. Giuliano Amato. Nessun governo, né regionale, né nazionale è perfetto. E tuttavia è indispensabile. Tutti concordano che oggi il mondo è diventato un ‘villaggio planetario’. Ebbene, esso finora è però senza consiglio comunale e senza sindaco. Ciò vuol dire: è un paese di matti. E’ ora di dargli una guida democratica, rispettosa delle autonomie locali, ma vera.

 

 

                                                                                                            p. Angelo Cavagna

                                                                                                                    dehoniano

                                                                                                     (Bologna 2 settembre 2002)