Homepage
 
I Berretti Bianchi in Palestina


Notizie, testimonianze, informazioni

21 agosto 2002

Elenco contributi
Aggressione notturna
Mercoledì, 21 agosto 2002

Ci svegliamo alle 2 della notte per un'incursione dell'esercito israeliano all'interno del campo. Sentiamo gli spari vicinissimi a noi, sotto le finestre che danno sulla via principale del campo. Si sentono anche le grida dei soldati e tutta la famiglia si è riunita al nostro piano; siamo solo in attesa che qualcuno entri dalla porta; non possiamo affacciarci alla finestra e possiamo far poco. Ci guardiamo negli occhi e cerchiamo di comunicare con i nostri compagni delle case vicine. Scopriamo così che i militari sono nella casa vicina alla "nostra", dove si trovano Annick ed Elisabetta. I militari hanno fatto uscire tutti, hanno chiesto se ci sono uomini all'interno, poi sono entrati ed hanno perquisito, con il loro metodo, tutta la casa. Con loro ci sono anche dei bambini e il capofamiglia, pur sapendo di essere a rischio, ha preferito non ospitare stranieri maschi perché in casa ci sono tre ragazze giovani.
In una seconda telefonata (ci è sembrato strano che lasciassero usare i telefoni), Annick mi dice che hanno visto passare due uomini palestinesi in arresto e uno sembra essere stato identificato come cugino della loro famiglia ospite (Muhammad Abu Zour). Trasmetto il nome a Josh, un "americano" che si trova vicino a me (a lui piace presentarsi come proveniente dagli United Snakes of America, Serpenti Uniti d'America!) e lui a sua volta trasmette il nome agli avvocati che si occupano di diritti umani in Palestina. Tra di noi ci sono anche tre fotografi-giornalisti free-lance che non smettono di scattare foto e riprendere tutti noi.
Ancora una telefonata di Annick: ci dice che da loro il pericolo è passato, sono rientrati in casa e stanno cercando di mettere a posto e di tranquillizzare i bambini. Da noi sparano ancora per interminabili minuti proprio di fronte alla porta di casa, ma nessuno entra. I soldati si allontanano e poco dopo vediamo uscire da una stanza vuota fino a poco prima il giovane fratello dei nostri ospiti: si era nascosto da qualche parte prima che noi ci svegliassimo ai primi segni di pericolo e ora è rientrato senza il minimo rumore.
Adesso possiamo affacciarci alla finestra; la sorella del ragazzo appena passato mi dice che i militari vogliono deportare suo fratello a Gaza; poi mi indica una vecchia signora della casa di fronte che porta fuori una sedia e si siede tranquillamente, come fosse mezzogiorno; i suoi nipoti ormai svegli escono e si mettono a giocare. E' in questo modo che si riesce a sopravvivere a queste notti di terrore: come farebbero a crescere i bambini se non si lasciassero giocare, se non si desse loro, appena possibile, un'immagine di normalità? Chissà se i sostenitori della politica di Sharon si sono mai chiesti come si possa crescere, con quali idee e sentimenti, in un campo come questo.
Sono ormai le 4 del mattino e non ho ancora visto un terrorista, se non quelli che indossano la divisa israeliana. La gente del campo, quando parla dei militari, li chiama Jewish, gli ebrei, e per fortuna oggi alcuni ebrei si interrogano sulle cause di questa situazione, che non possono essere religiose o culturali. Torniamo a dormire per qualche ora
.
Dal diario di Elisabetta
  Io e A. conversiamo con i gesti e i sorrisi perché non parlano l'inglese ma solo l'arabo. A., la madre, M., il padre, Ma., la sorella e Ta., No., due bimbi di circa 7, 8 anni ; ci sono poi una sorella più grandicella , un altro ragazzino e infine il fratello di 15 anni. Manca I., il fratello più grande, di 17 anni. Chiacchiere serene fino all'una e andiamo a dormire, io sono in stanza con A. Alle due e mezza circa, colpi e urla in una lingua che non capisco, arabo, grida a noi di uscire e picchiano con il calcio del fucile contro la porta di metallo,. Sparano, tremo come una foglia e fatico ad allacciare la fibbia delle scarpe, caccio tutto nello zainetto. A. fa lo stesso, entrano in camera le donne della casa, teniamo il passaporto in mano e scendiamo al piano di sotto. Il padre apre la porta, lo facciamo indietreggiare e A. va avanti verso i soldati con me che la seguo, sempre a mani alte e passaporto in vista. Fanno avanzare A. e a me intimano di rientrare in casa con gli altri. In inglese chiedono quanti uomini ci sono in casa. A. risponde che ci sono solo donne e bambini e il padre, dicono che è una bugiarda, poi gridano di fare uscire il padre, dai vicoletti attorno e dalle case vicine arrivano spari e mitragliate continue, grida minacciose in ebraico ed arabo. Nel frattempo A. è sulla soglia, infila una mano dentro, compone dei numeri sul telefonino e me lo passa, ma sono tutti occupati. Gli altri ragazzi che dormono presso la famiglia Ti. (un fratello ucciso e uno che si è fatto esplodere) lì vicino saranno a loro volta al telefono per chiedere aiuto, intorno spari e mitragliate, stanno entrando nelle case di tutto il campo.
Finalmente suona il cellilare, è F.rancesco, gli racconto cosa sta accadendo, poi mettiamo giù. I soldati ci fanno uscire, ci ordinano di sederci a terra, noi, le donne e i bambini, siamo nel vicoletto stretto,. Sei soldati entrano con il padre in casa, si sentono spari, altri sei tengono noi sotto tiro. I bambini non piangono, non parlano, non respirano, sono statue di gesso ammutolite e senza vita, le donne pregano e piangono piano,. Ci stringiamo le mani, ci teniamo abbracciate, io e A. proviamo a parlare con i soldati, arriva il rumore di cose distrutte dall'interno della casa, stanno buttando tutto per aria,. A. chiede ad un soldato di dire di smetterla, io chiedo ad un altro se ha una madre e dei fratelli, chiedo perché, perché, perché....la risposta è un fascio di luce accecante negli occhi e urla che ci intimano di stare zitte.
Ad un certo punto tra noi passano alternandosi un soldato ed un palestinese, un soldato ed un altro palestinese, ne hanno fermati sei, mi pare, tra loro il figlio di 15 anni della famiglia. A., la madre, ha un sussulto, cerco di trattenerla abbracciandola, lei prega e piange piano. Ho pensato che stessero uccidendo qualcuno con tutti quegli spari, ho temuto di trovare dei cadaveri all'interno della casa. Si sono fatte le tre e mezza circa, i soldati che ci tenevano sotto tiro sono andati via, gli spari sono andati calando e piano la gente si riversa nei vicoletti, tutto il campo è in giro per le case.
Entriamo e troviamo tutto per aria, divani, il contenuto degli armadi, sembra che sia passato un ciclone, mettiamo un pochino d'ordine, per fortuna non hanno arrestato nessuno della famiglia, poi andiamo a visitare una casa dove hanno arrestato due fratelli, uno di 34 e uno di 19 anni. Troviamo la madre in lacrime, anche qui tutto è distrutto e i soldati hanno sparato in casa, a terra e nella parte bassa dei muri i segni dei proiettili, hanno sparato davanti ai bambini. Fotografiamo le stanze e ascoltiamo i racconti di tutti, tutti hanno bisogno di parlare con noi, sperano che possiamo fare qualcosa, ci chiedono di dormire anche nella casa dove hanno subito gli arresti.
Nel frattempo sono arrivati J. ed altri internazionali dalla casa della famiglia Ti., ci dicono che lì non sono entrati e tutti stanno bene, ci danno la loro solidarietà, a noi e soprattutto alle famiglie. Poi usciamo tutti insieme per dirigerci verso casa, quando loro sono in fondo alla strada partono delle mitragliate vicinissime, vediamo la luce degli spari, corriamo tutti verso la casa abbassandoci, poi più nulla, ci chiediamo a distanze se tutto va bene, hanno voluto spaventarci ancora...
Torniamo a casa, e stiamo svegli a mettere a posto e a parlare fino alle 5. Provo a far giocare i bambini, che sono molto provati. Alle 5 andiamo a letto e, a parte il gallo che comincia a cantare, dormiamo un paio d'ore. La mattina sappiamo che i soldati hanno detto alla famiglia A. che a mezzogiorno verranno a demolire la casa... In realtà non verranno, ma chiameranno 5 volte al telefono per dire che vogliono il ragazzo di 17 anni, I., altrimenti demoliranno la casa.

Alle 10 inizia la riunione dell'ISM nella T.House; oggi mi colpiscono le presentazioni dei compagni: Tom, nato in Svizzera, Ahmed nato a Jaffa, sembra che nessuno abbia una nazionalità, solo un luogo di nascita.
Josh racconta come è andata l'aggressione della notte, i calci sulla porta, i colpi sparati sul pavimento e sulle pareti, la distruzione della foto del "martire", la promessa di uccidere gli altri figli maschi, la minaccia di distruggere la casa. Ci dividiamo in piccoli gruppi come al solito: io e Donato siamo destinati al villaggio di Azmut, isolato dall'inizio del coprifuoco. Con noi verranno Ahmed, Aisa, Tom e Brook, una ragazza di 17 anni.
Solita trafila dei posti di blocco, il tratto di strada a piedi e infine il vero check point: qui, dopo un tentativo di dialogo, riusciamo ad ottenere il permesso di transitare, ma Ahmed, essendo palestinese, deve tornare indietro, pur essendo l'unico ad indossare una casacca con il simbolo sanitario. Noi insistiamo e a questo punto il militare che sembra essere il capo parla in arabo ad Ahmed: noi comprendiamo benissimo il senso del messaggio e chiediamo spiegazioni. Il militare dice "prometto che non lo arresto, ma lui non può passare", come i bambini quando scoperti in piedi sulla sedia dicono che non stavano cercando la marmellata! Decidiamo allora di non lasciarlo solo; io torno indietro con Ahmed e gli altri proseguono.
Torniamo alla T.House, dove trovo altri due giornalisti giapponesi. A sera saremo in molti nella casa di Azour, perché durante il giorno hanno ricevuto varie telefonate di minaccia; potrebbe essere solo un modo per dirottare la nostra attenzione, ma, non essendoci mai alcuna certezza, saremo con loro, anche perché la notte precedente lo shock è stato grande. Nella casa di Azour, io e Donato rimaniamo a piano terra, con altri uomini internazionali, mentre la famiglia e le donne salgono ai piani superiori. C'è stata una breve assemblea degli "scudi umani" durante la quale qualcuno ha lanciato la proposta di rimanere nella casa "ad ogni costo" per impedirne la distruzione; io ho detto che sarebbe meglio non prendere decisioni assolute a priori, a meno che non ci sia la certezza di mantenere la decisione, cosa poco salutare quando hai di fronte l'esercito israeliano. Dopo riusciamo a sdrammatizzare la situazione con alcune battute, soprattutto del giovane giapponese che ha nascosto una telecamera e ci promette che, anche nel caso ci vada male, le immagini saranno bellissime!

Francesco