[105] FARE AFFARI CON LE GUERRE DEI POVERI/PARTE2

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EUROPE, 15 SEP 1998 (17:21)

(STANDARD, POLITICS/ECONOMY)

L'internazionalizzazione delle forniture di armi contrasta con il presunto carattere locale dei conflitti definiti "etnico-tribali ". Le stime sul valore di questo segmento di mercato sono scarse e precarie e spesso un'esportazione a fini bellici viene fatta passare per vendita di "armi civili". Può capitare così che dei Kalashnikov siano venduti come "fucili da caccia" ai paesi africani, o che munizioni ufficialmente fornite "per scopi civili" siano finite alle nazioni in guerra nei Balcani. Le stime sul valore di questo tipo di commercio parlano di valori tra i 7 e i 10 miliardi di dollari . Naturalmente nessuna statistica può comprendere i traffici illegali, che riguardano soprattutto le armi piccole come i fucili d'assalto, le mitragliette, i fucili mitragliatori. Anche qui operazioni legali e illegali si confondono sempre di più, e non si tratta del puro e semplice regno delle mafie. Anche rispettabilissimi operatori commerciali e finanziari si muovono in questo ambito, specialmente quando la merce di scambio è costituita da materie prime strategiche. Nei conflitti nella zona dei grandi laghi in Africa, per esempio, agiscono fucili italiani e pistole ceche, blindati statunitensi e kalashnikov rumeni, mine egiziane e lanciamissili cinesi sono stati acquistati in qualche modo con la valuta derivante dal commercio di oro e diamanti, oppure con la partecipazione di operatori della finanza e dell'economia illecite, senza che di fatto la Comunità internazionale abbia fatto molto per impedirlo. L'Onu può imporre embarghi sulle spedizioni di armi a determinati paesi oppure, dal 1992, può effettuare un controllo tramite il Registro internazionale dei trasferimenti di armi, che però non ne comprende alcuni tipi, tra cui gli armamenti leggeri, non procede inoltre a inventariare gli stock esistenti e funziona sulla base di dichiarazione spontanee e non controllate. In Italia la legge 185 del 1990 ha posto freni al commercio indiscriminato degli armamenti, anche se armi italiane continuano a comparire sui più diver si scenari di guerra. È evidente che i trafficanti hanno trovato il modo per eludere la legge. Per esempio nel 1995 è arrivato nell'ex Zaire un quintale e mezzo di munizioni e proiettili "non militari", cioè ufficialmente destinati alla caccia o ad altro uso sportivo. Di questa fornitura non compare traccia nella relazione del governo prevista dalla legge sull'esportazione di armi, eppure non è certo difficile immaginare il loro uso effettivo. Così a partire dal 1994, le esportazioni italiane, pur non tornando ai valori degli anni d'oro, hanno raggiunto di nuovo buoni livelli e sono per la maggior parte orientate verso il Sud e l'Est del mondo. (Tratto e adattato da "Nuove geografie. Dizionario del cittadino solidale", di Silvia Pochettino e i Volontari dello sviluppo, ed. Emi, Bologna, 1998) (CO)

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