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Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

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Debora Dameri - Achille Lodovisi

Viaggio nei diritti negati

"Il Regno" n. 12 del 1999

In Turchia il 31 maggio si è aperto il processo contro Abdullah Öcalan, leader curdo del PKK (cf. Regno-att. 6,1999,193). Le impressioni e i timori degli osservatori di pace riguardo al rispetto dei diritti umani in Turchia.


Siamo partiti venerdì 28 maggio alla volta di Istanbul come membri di una delegazione di "osservatori di pace", al fine di portare una testimonianza di solidarietà ai democratici impegnati in Turchia in difesa dei diritti umani e al popolo curdo in occasione dell’apertura del processo ad Abdullah Öcalan. La nostra presenza intendeva far sentire la voce di quei settori della società civile italiana che si battono contro la pena di morte e per il rispetto dei diritti fondamentali della persona proprio in concomitanza con un evento che, per le vicende che lo hanno preceduto, per il ruolo in esse ricoperto dall’Italia e per la gravissima situazione di conflitto esistente in Turchia, potrebbe rappresentare un momento di svolta, dalle connotazioni positive o negative, per la risoluzione di uno scontro in atto ormai da molti anni. Della delegazione, promossa dall’Associazione per la libertà del popolo curdo (AZAD), fanno parte avvocati, sindacalisti, esponenti di varie associazioni di volontariato, semplici cittadini.

La macchia gialla sulla cartina

Lasciamo l’aeroporto di Fiumicino un’ora dopo il previsto: da Bruxelles, ci informa il capitano, ritardano la nostra partenza a causa del traffico aereo particolarmente intenso sull’Adriatico. Un’altra guerra, altre popolazioni stremate alle porte dell’Europa. Attendiamo pazientemente.

L’arrivo in Turchia è frastornante: cameramen, fotografi, giornalisti ci accolgono all’uscita dell’aeroporto, i media turchi non si capacitano del nostro interesse per un popolo che per loro non esiste e per il "terrorista" Öcalan. Per evitare strumentalizzazioni e campagne di stampa ostili non rilasciamo alcuna dichiarazione, tra un flash e l’altro giungiamo all’albergo, sorvegliati a vista dalla polizia che non ci lascerà fino alla nostra partenza. Nel corso del tragitto apprendiamo che il governo di Ankara, proprio in quelle ore, ha deciso di vietare per due mesi qualsiasi manifestazione.

Un solo incidente da segnalare: uno di noi si è portato appresso alcune audiocassette nelle quali è registrata una trasmissione radiofonica italiana incentrata sul problema curdo. Su di esse compare una carta del Kurdistan, e per questo motivo il materiale viene prontamente sequestrato alla dogana. Il giorno seguente i quotidiani turchi riferiranno che la mappa "raffigura la Turchia con le province occidentali rappresentate correttamente e una strana macchia gialla su quelle orientali debordante oltre i confini dello stato"; questa perifrasi viene adottata per evitare l’impiego del toponimo Kurdistan, che è vietato dalla censura governativa.

Si respira un’atmosfera tra il surreale e l’angoscioso: si vedono in giro pochi turisti, in genere americani o tedeschi, mentre la polizia è sempre presente per controllare ogni nostro movimento e per evitare a noi stessi possibili episodi spiacevoli. Non si trovano interpreti perché hanno paura, pochi giorni prima una di loro è stata arrestata. Questo complica le cose, ma non ci impedisce di portare a termine un programma fitto di incontri.

Il primo giorno contattiamo l’Associazione per i diritti umani (IHD), presieduta dall’intellettuale turco Akin Birdal già fatto oggetto, nel 1998, di un attentato da parte dei Lupi grigi. Nella sede dell’IHD di Istanbul si svolge la manifestazione delle madri di Piazza Galatasaray, che nella loro compostezza e disperazione richiamano subito alla mente le madri di Plaza de Mayo. Come fanno da ormai 200 settimane di silenziosa protesta, a turno mostrano le fotografie dei loro cari scomparsi: kayip, ovvero desaparecidos, scomparsi nel nulla. Ali Tekdag, Hasan Ocak, üzeyir Kurt, sono solo alcuni dei volti che sfilano davanti ai nostri occhi. Storie drammaticamente simili, un arresto, un fermo della polizia, torture e poi più nessuna notizia. Il fenomeno dei kayip curdi, pur essendo meno noto, eguaglia i tristi primati di alcuni paesi sudamericani. Non a caso oggi è presente Yanette Bautista, colombiana, presidente della FEDEFAM, l’associazione latinoamericana dei familiari degli scomparsi.

La sorte di Öcalan e quella dei curdi

Nel primo pomeriggio ci spostiamo nella sede del Centro culturale della Mesopotamia, un’associazione sorta nel 1991 allo scopo di diffondere la cultura curda e delle altre minoranze del Kurdistan quali ad esempio gli assiri cristiani e gli armeni. L’attività del Centro si è svolta finora tra grandi difficoltà e al momento tutte le sue sedi in Turchia sono state chiuse ad eccezione di quelle di Istanbul e Smirne; molti aderenti sono stati arrestati con l’accusa di essere fiancheggiatori del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Il nostro interlocutore ci ricorda come fin dagli anni venti, in seguito all’affermazione del kemalismo, al popolo curdo venga negata la propria identità culturale e linguistica.

Il colloquio si concentra sui possibili scenari connessi agli esiti del processo Öcalan: la propaganda attuata dai media sta contribuendo ad accentuare un clima di odio e linciaggio, da "caccia al curdo". Si teme che l’esecuzione di Öcalan possa costituire il fattore scatenante di una vera e propria "soluzione finale" del problema, analoga al genocidio degli armeni messo in atto negli anni venti. Ci appare evidente il rischio di una simile prospettiva, nella quale lo stesso movimento curdo potrebbe per reazione imboccare la china disastrosa dello scontro totale su basi etniche che porterebbe a una balcanizzazione radicale del conflitto. Il processo al leader del PKK, auspica il nostro interlocutore, potrebbe tuttavia costituire l’ultima opportunità per avviare un dialogo che conduca a una soluzione pacifica della questione, riprendendo la proposta di pace lanciata da Öcalan stesso quando era ancora a Roma: costruire la base sulla quale fondare nuove relazioni tra il popolo curdo e quello turco, che prevedano il riconoscimento e il rispetto delle loro identità specifiche, nonché dei diritti di tutte le minoranze.

Una prigione a cielo aperto

Il giorno seguente abbiamo l’occasione di parlare con uno degli avvocati del collegio di difesa di Öcalan. Racconta di telefonate minatorie e di un’aggressione subita da uno dei legali, nonché dei numerosi ostacoli frapposti all’organizzazione della difesa e allo svolgimento di regolari colloqui con il loro assistito. La sorte di Öcalan pare essere decisa ancora prima del dibattimento, che si prevede di breve durata, e queste affermazioni confermano i nostri timori. A loro parere solo una Corte internazionale al di sopra di entrambe le parti avrebbe potuto garantire un processo equo, in quanto la Corte di sicurezza che giudicherà Öcalan è un organismo politico, non giuridico. Ci vengono fornite informazioni circa le precarie condizioni di salute del prigioniero: oltre ad accusare gravi problemi di vista, Öcalan presenta disturbi di udito e circolazione, nonché lacune di memoria, fattore quest’ultimo che induce a sospettare la somministrazione di psicofarmaci.

Man mano che procediamo nei nostri incontri il clima di repressione diventa sempre più palpabile. Alla redazione di Äzgür Bakis, quotidiano di opposizione nato recentemente, o meglio "rinato" con un nuovo nome dopo la chiusura imposta dalle autorità, ci ricordano il tributo di sangue pagato dalla stampa democratica con 60 giornalisti uccisi negli ultimi cinque anni e ci spiegano come funziona la censura: ogni sera una copia viene visionata dall’apposito organismo che provvede a dare il proprio placet o a indicare quali articoli da eliminare, pena la chiusura. Il console italiano del resto ci aveva già fornito un elenco dei termini proibiti alla stampa corredati dai relativi sinonimi: non si dice curdi, ma "turchi della montagna" oppure "nostri concittadini delle province orientali" e così via. Restiamo profondamente turbati dalla realtà di un paese nel quale le parole servono per rimuovere definitivamente un conflitto in atto, e ad annullare un intero popolo dalla coscienza collettiva della Turchia. In certi momenti si ha viva l’impressione che questo paese sia una prigione a cielo aperto.

I bambini di Gazy

Uno dei colloqui più sconvolgenti è quello tenuto con l’Associazione dei profughi interni (Göç Der). Si stima che solo a Istanbul vivano oltre 3 milioni di sfollati: non hanno lavoro, documenti d’identità, assistenza sanitaria; solo i ragazzini vendendo fazzoletti di carta o fiori ai semafori riescono a raggranellare qualche soldo. Sono giunti qui a seguito della sistematica distruzione dei loro villaggi in Kurdistan, operata dall’esercito turco e dalla gendarmeria.

Secondo il rapporto rilasciato il 26 febbraio 1999 dal Bureau of Democracy, Human Rights and Labor del Dipartimento di Stato USA, il numero dei villaggi distrutti ed evacuati con la forza in Kurdistan dal 1984 al 1998 sarebbe compreso tra 2.600 e 3.000, con oltre 2 milioni di profughi. Stando ai nostri interlocutori si tratterebbe tuttavia di stime assai lontane dal vero per difetto.

Lo scenario che ci descrivono è simile ad altri casi di pulizia etnica: case bruciate, violenze, donne, vecchi e bambini scacciati, ma di questi profughi si parla troppo poco.

Tre componenti della delegazione si recano in visita a Gazy, quartiere periferico di Istanbul, e il loro racconto al ritorno ci lascia senza parole: nel migliore dei casi gli sfollati abitano in baracche con fognature a cielo aperto, spesso mancano anche quelle; viste le precarie condizioni igieniche, il tasso di mortalità infantile è elevato; a ridosso delle "abitazioni" si trova un cimitero di bambini che emana un odore insopportabile. Il governo turco parla di "migrazione per ragioni economiche", ossia di gente trasferitasi in cerca di lavoro. Non viene riconosciuto loro lo status di sfollati e quindi non è possibile portare aiuti internazionali: per le autorità il problema semplicemente non esiste.

Il 1° giugno ci rechiamo a Mudanya, cittadina da cui ci si imbarca per Imrali, la famigerata isola-prigione dove si svolge il processo, al quale sono ammessi pochi accreditati giornalisti, italiani esclusi. Il viaggio si svolge abbastanza tranquillamente fino al posto di blocco, dove per l’ennesima volta, in modo quasi maniacale, controllano scrupolosamente i nostri passaporti, li fotocopiano, filmano i nostri volti.

La giornata trascorre lenta. Incontriamo la stampa italiana e straniera ma non assistiamo alle manifestazioni delle "madri dei martiri", ossia le madri dei soldati uccisi negli scontri con il PKK, sulle quali la propaganda ultranazionalista punta per chiedere con forza l’impiccagione di Öcalan. Apprendiamo che nel corso della notte solo a Istanbul sono state arrestate ben 739 persone per il solo fatto di provenire dal Kurdistan. Gli avvocati del nostro gruppo insieme a due delegazioni di giuristi e a magistrati spagnoli e francesi, già incontrati a Istanbul, rilasciano una dichiarazione congiunta con la quale si ribadisce il diritto alla difesa dell’imputato e l’opposizione alla pena di morte.

All’indomani il nostro rientro in Italia viene turbato da un incidente in aeroporto: ci viene impedito di distribuire ai giornalisti il comunicato stampa da noi preparato a conclusione della missione. Una componente della delegazione fotografa la scena e a uno dei poliziotti saltano i nervi. Seguono spintoni, la macchina fotografica viene aperta e il rullino strappato. Nel trambusto generale la testa calda viene bloccata dagli stessi funzionari turchi prima che possa avventarsi su una giornalista del gruppo che a sua volta sta scattando altre foto. Non ci sono contusi. Restiamo bloccati per un’ora e i nostri passaporti vengono temporaneamente sequestrati.

Nel comunicato stampa distribuito a Roma chiediamo che gli organismi internazionali riconoscano l’emergenza umanitaria in atto in Turchia, consentendo l’avvio di progetti concreti di aiuto, e che il nostro governo si impegni a presentare la questione del mancato rispetto dei diritti umani alla Commissione delle Nazioni Unite. Chiediamo inoltre che si dia piena applicazione alla legge 185/90, interrompendo immediatamente le esportazioni italiane di armi, nonché la cessione di tecnologie produttive in ambito militare, alla Turchia.


articolo tratto da Il Regno logo

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