Strumenti di animazione

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

Ultime novita'

P. S.

Terrorismo in Israele: da Purim a Purim

"Il Regno" n. 6 del 1996

Dietro le stragi terroristiche, divenute negli ultimi anni sanguinoso contrappunto della vita di molte società, non c'è solo una generica violenza dell'uomo contro l'uomo. Non ci sono neppure solo visioni politiche, ideologiche, culturali o religiose estremizzate. Vi è quanto si potrebbe chiamare l'assunzione della tecnica come orizzonte inglobante di politiche, ideologie, culture e religioni. La strage terroristica, a differenza dell'attentato, non individua infatti preventivamente i soggetti da colpire, opera invece in modo esattamente opposto esigendo la potenziale interscambiabilità delle vittime: quello che è capitato a loro può capitare a chiunque altro. Il senso di insicurezza che ci si prefigge di diffondere deriva appunto da questa sostituibilità. Ed è proprio questa radicale strumentalizzazione della morte a rendere le stragi terroristiche espressione dell'età della tecnica.

Nell'impressionante serie di atti terroristici avvenuti in Israele a partire da domenica 25 febbraio, quanto fin qui detto risulta spinto fino a conseguenze ancor più estreme. Ciò va imputato alla sistematica ripresa di quanto, sporadicamente, avveniva a partire fin dal '94: il ricorso all'attentato terroristico compiuto attraverso il proprio suicidio. Il darsi la morte diviene così puro mezzo tecnico per dare la morte. La strumentalizzazione della morte raggiunge in tal modo il proprio apice su entrambi i versanti. Lo sconcerto suscitato da questa modalità terroristica è forte, in quanto essa, da un lato, sembra esigere da parte di chi la compie motivazioni talmente alte da dovere, almeno indirettamente, far appello a un ambito sacrale (tale fu anche il caso dei kamikaze giapponesi, inconcepibili senza la presenza di un culto imperiale), mentre, dall'altro, la radicale strumentalizzazione della morte richiesta da un simile comportamento implica la presenza di un processo di secolarizzazione ormai spintosi fino alle estreme conseguenze.

È vano o pretestuoso cercare di trovare, alle spalle degli atti terroristici compiuti in Israele a opera di arabi palestinesi, l'esistenza di una responsabilità direttamente imputabile all'islam. Essi vanno invece ascritti a un processo di secolarizzazione radicale, il quale però ha dietro di sé il riferimento a una specifica tradizione religiosa, che in questo caso è proprio quella islamica. Per spiegare quanto sta avvenendo non bisogna perciò rivolgersi direttamente allo spirito proprio della jihad musulmana. Nessuno dei tre classici scopi della jihad, combattimento contro se stessi, lotta per l'espansione dell'islam, combattimento contro i cattivi musulmani, è qui davvero in gioco. Qui si è semplicemente di fronte a una situazione estrema in cui si rovescia la "regola d'oro" che anche l'islam conosce ("Non è credente nessuno di voi, finché non ama per suo fratello quel che ama per sé"), affermando, nella pratica, che l'odio verso il nemico è più grande dell'amore di sé. Questo tipo di atto terroristico nel suo ripetersi ha però ormai creato un precedente. Ha indicato cioè la possibilità che il darsi la morte divenga un puro strumento per dare la morte ad altri. E, come avviene anche nel caso di Auschwitz, la nuda affermazione che il mondo è stato capace persino di questo di per sé comprova assai di più la sua ripetibilità che la sua irripetibilità.

Il dopo Rabin
Il processo di pace tra israeliani e palestinesi ha subito negli ultimi mesi colpi durissimi per vie contrapposte: prima un attentato terroristico che per mano ebraica colpisce il primo ministro israeliano, poi stragi terroristiche di parte palestinese che colpiscono indiscriminatamente cittadini israeliani. È vero: l'assassinio di Rabin, sulle prime, ha avuto la conseguenza di produrre nella maggioranza degli israeliani uno scatto morale orientato verso una più intensa difesa del processo di pace. Questa spinta però si è ormai esaurita e ciò va imputato soprattutto alla controspinta indotta dagli ultimi attentati terroristici. Gli avvenimenti più recenti dimostrano però piuttosto crudamente anche il fatto che la leadership di Peres non riesce a fornire all'opinione pubblica israeliana quell'immagine garantita dall'ex militare Rabin, e cioè rendere credibile che la pace con gli arabi e le guerre combattute contro di loro avevano infine un unico scopo: la salvaguardia d'Israele (cf. Regno-att. 20,1995,583).

Vi è però un altro confronto da proporre per via di antitesi, quello tra due feste di Purim. Due anni fa il giorno di questa festa gioiosa che cade nel mese di Adar (quando giunge questo mese, afferma la tradizione ebraica, si moltiplica l'allegria) un medico ebreo compì una strage di musulmani entro la moschea di Hebron (cf. Regno-att. 6,1994,175); quest'anno poche ore prima dell'inizio dei quella medesima festa un attentato palestinese compie una strage di fronte a un centro commerciale di Tel Aviv. Non si potrebbero pensare ambiti più eterogenei, da un lato una moschea legata a un luogo che ricorda la tomba di antichi patriarchi, dall'altro un bancomat posto nel cuore commerciale della più "profana" città d'Israele. Proprio questo contrasto però può far pensare, per quest'ultima strage, anche all'esistenza di uno spirito di vendetta mosso da ragioni più puntuali. Si è quasi indotti a ritenere che si tratti di un atto che voleva colpire, proprio in quella data, tra coloro che, bambini compresi, si preparavano a festeggiare Purim secondo la secolare religione degli acquisti. A distanza di due anni torna così una violenza che, per vie opposte, tende a sottrarre a Israele la festa che dovrebbe essere vissuta nel più spensierato dei modi. Lo spirito del carnevale è finito davvero per tutti?

Alle spalle di queste ultime stragi c'è anche la volontà di vendicare un'altra morte violenta: l'uccisione per mano israeliana di Yehia Ayyash, l'"ingegnere". Questa qualifica si riferiva al principale esperto di tecniche terroristiche che operava nell'ambito dell'estremismo palestinese. Bisognava perciò dimostrare sollecitamente di riuscire a colpire anche senza di lui; occorreva cioè indicare, ancora una volta in modo secolarizzato, la perpetua validità dell'antico adagio religioso secondo cui i martiri sono "seme", la loro presenza cioè rafforza il gruppo a cui appartengono e suscita in altri lo spirito di una "santa" emulazione.

Frutti amari della pace
Queste ultime stragi sono contro la pace in quanto si presentano come un frutto stravolto della pace fin qui conseguita. Sono attuate da palestinesi contro israeliani, ma vogliono colpire indirettamente anche l'attuale leadership palestinese. Non si può dimenticare che esse sono state attuate dopo la cocente sconfitta politica subita da Hamas nelle elezioni palestinesi del gennaio scorso (cf. Regno-att. 4,1996,77). La mancanza di una dialettica legale tra maggioranza e opposizione in seno ai palestinesi, denunciata già allora come uno degli esiti meno rassicuranti delle elezioni, viene ora ancor più drammaticamente evidenziata. Nell'ambito delle ipotesi si può ben avanzare la supposizione che la dimostrazione fornita da Hamas di non avere una salda capacità di controllo sulla maggioranza della popolazione palestinese, comprovata dall'esito elettorale, abbia indotto qualche frangia estremistica a riproporre la via terroristica (e ciò potrebbe anche spiegare l'apparente contraddizione tra la dichiarazione da parte di Hamas di sospendere gli attentati e la loro violenta riproposizione fattuale).

Anche la risposta politica agli attentati avviene, nonostante tutto, nel "dopo pace". Israele potrà anche sospendere le trattative di pace, potrà anche sottoporre i territori a misure restrittive senza precedenti, ma non potrà mai più considerare Arafat capo dei terroristi (così come accadeva quando veniva bombardato a Tunisi il quartier generale dell'OLP). Anzi come ha già accettato la sua proposta di indire una conferenza internazionale sul terrorismo nel Medioriente, così dovrà aiutare, in modo più o meno indiretto, Arafat a stroncare il terrorismo palestinese. In questo senso la via della pace appare irreversibile. E ciò vale anche se Peres dovesse malauguratamente perdere le elezioni del prossimo maggio. La via della pace tuttavia è irta di tali ostacoli da dover essere difesa anche per vie inusitate, tra cui va annoverata anche l'eventuale sospensione delle stesse trattative di pace. Del resto anche per aiutare Arafat sarebbe politicamente avveduto imboccare la via singolare volta a far crescere tra i palestinesi un'opposizione legale allo stesso Arafat. Di fronte alle ultime stragi rimane vero che, nel lungo periodo, il terrorismo contribuisce a rafforzare e non a minare le ragioni della politica, e tuttavia la sua brutalità senza precedenti ha creato un senso di insicurezza così difficile da governare da mettere, nel breve periodo, in ginocchio le ragioni della politica che, nell'attuale frangente, vanno difese per vie insolite e addirittura paradossali.


articolo tratto da Il Regno logo

Footer

A cura di Caritas Italiana (tel. +39 06 66177001 - fax +39 06 66177602 - e-mail comunicazione@caritasitaliana.it) e Pax Christi (tel. +39 055 2020375 - fax +39 055 2020608 - e-mail info@paxchristi.it)