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Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Peacebuilding: un manuale formativo Caritas

Aggiornamento del "Manuale di formazione alla pace", pubblicato nel 2002 da Caritas Internationalis, traduzione in italiano a cura di Caritas diocesana di Roma - Servizio Educazione Pace e Mondialità (S.E.P.M.).

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Ugo Tramballi

Israele: pace difficile o impossibile?

Confronto con Ugo Tramballi, inviato ed esperto del Sole 24 Ore in Medio Oriente, sul difficile futuro del processo di pace israelo-palestinese, dopo le dimissioni di Tzipi Livni.


Israele: pace difficile o impossibile?

Confronto con Ugo Tramballi, inviato ed esperto del Sole 24 Ore in Medio Oriente, sul difficile futuro del processo di pace israelo-palestinese, dopo le dimissioni di Tzipi Livni.
Il suo ultimo libro Il sogno incompiuto. Uomini e storie di Israele. Marco Tropea Editore.

D. Nel suo libro si legge che "negli ultimi cinque anni le dimensioni della riserva sono diminuite del 20%. Nei prossimi due il numero degli uomini in servizio attivo scenderà di un altro 10%. E se questo non fosse abbastanza, più del 30% dei riservisti non si addestreranno per niente nei prossimi cinque/sei anni"….Dobbiamo immaginarci Israele sempre più debole anche militarmente oltre che politicamente?

No, almeno dal punto di vista della sua forza reale. Credo il raggiungimento, per qualsiasi paese arabo, del potenziale tecnico di Israele, presupporrebbe che Israele si fermi, non aggiorni i suoi armamenti a partire da ora, per poi risentire di queste difficoltà fra 20 anni. Dal punto di vista psicologico il discorso è diverso e la guerra del Libano ha dimostrato gravi e pericolose falle nella convinzione dei giovani israeliani di partecipare ad un conflitto, soprattutto se il conflitto non è estremamente chiaro, come non lo è stato il conflitto di due anni fa, in Libano, nel 2006. Naturalmente quando un paese come Israele cresce economicamente (in questo momento c'è crisi economico-finanziaria ovunque, ma Israele tiene bene), i giovani si modernizzano ed è difficile costringerli a passare tre anni per la carriera militare soprattutto spingerli ad entrare nei reparti di prima linea e passare lì, fino ai cinquant'anni, quaranta o sessanta giorni all'anno. E' un problema di prospettiva nella difesa della democrazia, molto grande, perché i giovani più motivati sono i nazionalisti o i nazional-religiosi, mentre quelli sempre meno disposti a servire il paese sono i giovani laici ed alla fine il risultato finale sarà quello di vedere una forza armata estremamente nazionalista e pericolosa.

D. Tzipi Livni ha indicato a Peres la soluzione delle elezioni anticipate…Elezioni dovute al mancato accordo con Shas e Torah. Ci sono ragioni politiche legate alla spartizione di Gerusalemme o anche ragioni religiose legate alla figura femminile del premier o altro?

Non di certo riguardo ad una donna, perché una donna è già stata primo ministro e questo problema c'è, è comunque secondario. Ci sono ragioni economiche ed anche politiche per cui lo Shas non ha voluto entrare nel governo e tali considerazioni politiche che non riguardano la donna. Storicamente quello che è Israele, lo stato degli ebrei che si identificano non in una razza (che in realtà solo i nazisti parlavano di una "razza ebrea"), ma in una religione, tutti i governi israeliani siano essi di destra o di sinistra devono avere comunque una rappresentanza religiosa. Lo Shas ha questa forza, proprio perché non c'è un confronto fra laici e religiosi in questo momento nel paese ed Israele non ha ancora una Costituzione a 60 anni dalla sua nascita, perché i padri fondatori decisero di rimandare il problema, perché scrivendo una Costituzione, avrebbero dovuto stabilire i rapporti fra stato e chiesa ed allora, come oggi, questo è un tema estremamente scabroso per la stabilità di Israele. Con il passare del tempo, come succede nel mondo islamico o in quello cristiano, l'elemento religioso si fa sempre più forte. Fino a qualche anno fa nessuno parlava del blocco nazional-religioso, anzi venti anni fa non esisteva un rapporto diretto fra religiosi e nazionalisti; molti gruppi religiosi erano anti-sionisti perché pensavano che la nascita di Israele ritardasse la nascita del Messia. Oggi invece il legame è molto forte e ovviamente insieme a questo rafforzamento politico, le religioni pretendono di avere un ruolo sempre maggiore, come accade anche nelle società islamiche, ad esempio con i Fratelli Musulmani in Egitto. Ugualmente si comporta Shas quando fa richiesta di estendere il potere delle Corti rabbiniche e di entrare direttamente nel cuore del sistema statale e legale del paese. Tzipi Livni ha avuto il coraggio morale di non cedere a queste forze in campo e non so quanti altri uomini politici israeliani avranno lo stesso coraggio, rinunciando alla carica di premier.

D. Si andrà dunque alle elezioni anticipate e Tzipi Livni rischia di non essere più premier, ma di lasciare spazio a Netaniahu ed al Likud. Come si può spiegare il vantaggio del Likud, con la "stanchezza" israeliani verso i diversi conflitti che la coinvolgono?

Intanto i sondaggi per il peso che hanno, non stanno penalizzando Tzipi Livni, che è un personaggio nuovo ed ha dimostrato di avere molto coraggio e gli ha dato anche un certo margine di maggioranza rispetto al Likud, anche se di pochi seggi. Ciò non vuol dire nulla, perché in ogni caso la Livni è finita in una morsa terribile…Se anche dovesse vincere, Tzipi Livni, avrà un partito con una maggioranza relativa e difficilmente riuscirà a formare un governo ed a proseguire un processo di pace. Perché il Likud è così forte? Perché la maggioranza degli israeliani non vuole la pace con i palestinesi. La maggior parte risponderebbe affermativamente all'opzione di pace rispetto alla guerra, ma nel momento in cui si entra nei dettagli ovvero sul ritiro dalle colonie, sulla spartizione di Gerusalemme, i dissidi restano sempre forti. Idem per la grande parte dei palestinesi che non ritengono ancora matura una pace con gli israeliani, nonostante ci siano stati 60 anni di conflitto. Nell'opinione pubblica ogni volta che ci sono le elezioni, noterete che i maggiori uomini politici cercano di enfatizzare l'aspetto contro il processo di pace o di sminuire il dibattito sul processo di pace, per cercare di prendere voti. Insomma le due opinioni pubbliche continuano ad odiarsi (e magari ne hanno anche il diritto dopo tanti anni di guerra) e non si vede una reale maggioranza di israeliani disposti ad accettare uno stato palestinese, né viceversa i palestinesi sono affatto disposti a fare sacrifici per la creazione di un loro stato.

D. Lei nel suo libro, accenna anche alla necessità degli israeliani di lasciare ai palestinesi la Cisgiordania, Gaza, una parte di Gerusalemme mentre i profughi palestinesi dovrebbero abbandonare la pretesa di tornare nelle terre perse dopo la guerra del '48. Tutto è compensabile, ma Gerusalemme mai…Sarà risolvibile il nodo di Gerusalemme.

Sfortunatamente sui tre grandi nodi che ha accennato ed anche sul ritorno dei profughi e sul ritorno ai confini delle colonie a quelli precedenti al 1967 non sono altrettanto possibili gli accordi. In realtà tutti i negoziatori arabi, israeliani, americani, russi, giornalisti, operatori della comunicazione e l'opinione pubblica hanno capito che la formula del processo di pace è già stata scritta. Da Madrid nel 1991, passando per Oslo, fino a Camp David, vertici che sono stati tutti dei fallimenti, hanno già stabilito i termini della soluzione per cui anche Gerusalemme va spartita. Tuttavia, per quanto ci sia persone di buona volontà fra le due parti, al di là di Netaniahu ed Hamas o di Shas (visto che fra gli ultimi due non c'è molta differenza se non nel fatto che Shas non ha un braccio armato), che trovino un punto comune, è sempre difficile farlo accettare dall'opinione pubblica. La pace non è un gioco del tipo "io vinco, tu perdi", ma un sacrificante compromesso in cui tutti devono rinunciare a qualcosa.

D. Basterebbe il compromesso. Ma chi può essere un uomo del compromesso se consideriamo che il mandato di Abu Mazen è in scadenza, Abu Ala non ha grande credibilità, uomini come Haniyeh e Meshal sono tutt'altro che vicini al compromesso. Forse solo Marwan Barghouti?

Sì, anche perché non c'è altra alternativa. Non voglio paragonare Marwan Barghouti a Mandela, perché quest'ultimo si è conquistato con il tempo il ruolo e la fama che ha, ma anche Mandela come Barghouti ha fatto uso dello strumento del terrore agli inizi; anche molti israeliani prima di avere uno stato hanno fatto utilizzo di strumenti di questo genere, ad esempio Menachem Begin o Ytzhak Shamir fra gli altri sono stati dirigenti di organizzazioni che erano considerate terroristiche da tutto il mondo, poi quando nasce uno stato, tutto cambia ed infatti Begin è stato un grandissimo primo ministro di Israele…Potrebbe essere così anche per Barghouti, ma non si può darlo per scontato. Il vero problema è che un popolo non è capace di dimostrare all'altro ai avere una leadership forte e credibile per giungere la pace con l'avversario. Se sono israeliano, ad esempio, dal lato palestinese vedo il caos, a Gaza con Hamas, in Cisgiordania con Fatah, con Abu Mazen, presidente dell'Anp senza alcun potere sostanziale ed ora a gennaio ci sarà la scadenza del suo mandato e ci saranno le elezioni con il rischio dello scoppio di una nuova guerra civile palestinese. Se sono palestinese, vedo dal lato palestinese altrettanto caos, con la Livni volenterosa ma isolata dal meccanismo politico israeliano e con il Likud per cui lo stato palestinese non è una priorità, ma lo è la sicurezza di Israele; tuttavia le due cose non sono incompatibili, anzi completamente diverse, al di là del manifesto politico del Likud e di quello che pensa il mondo. C'è una sfiducia reciproca fra i due popoli, a meno che Barack Obama non sia il presidente miracoloso e mediatore che tutti si aspettano.

D. Ci sono palestinesi e palestinesi. Lei ha detto già della divisione fra Gaza e Cisgiordania, fra Hamas e Fatah. C'è veramente il rischio di una nuova guerra civile palestinese e soprattutto in questo braccio di ferro, quale delle due fazioni ha realmente il consenso stabile del popolo?

Senza un governo israeliano, come quello di Olmert o della Livni, formato perlopiù da Kadima e Laburisti, non c'è un processo di pace e senza questo non c'è governo moderato che sia guidato da Fatah che può portarlo avanti a sua volta. Questo è il circolo vizioso attorno a cui si muove l'intera questione palestinese. Penso che sia fatale uno scontro definitivo, forte e di natura militare tra Fatah ed Hamas. Sono due organizzazioni completamente opposte rispetto al futuro della Palestina e non solo rispetto al riconoscimento di Israele, dei patti già presi dall'Olp con il mondo, ma anche sul concetto stesso dello stato palestinese. Fatah pensa ad uno stato islamico possibilmente democratico per quanto possa essere possibile nel mondo arabo, Hamas invece ad uno stato islamico teocratico, poi ci sono le differenze in termini di società e di economia. Tali tipi di idee non possono convivere per sempre e prima o poi si arriverà ad un punto finale di scontro a meno che si facciano delle regolari elezioni e Fatah ottenga una schiacciante maggioranza. Dubito che si possano svolgere le elezioni e dubito di una vittoria così forte di Hamas.

D. Guardiamo ad Israele al centro del mondo arabo. C'è un mondo arabo sospettoso verso Israele per motivi politici, che sposa la causa palestinese ed avversa Israele. Esiste poi l'antisemitismo religioso o pseudo-religioso all'Ahmadinejad; ora 'è anche quello economico, visto che l'Anti-Defamation League ha riscontrato un aumento dell'avversione ad Israele durante questo periodo di recessione economica legato al concetto dell'ebreo esperto e scaltro in economia. Secondo lei qual è la ragione profonda, vera e comune dell'avversione ad Israele.

L'Anti-Defamation League riscontra ogni giorno che le forme più moderne di antisemitismo sono più diffuse in Europa che nel Medio Oriente. Qualche settimana fa i banchieri tedeschi per lamentarsi e sfogarsi del fatto di essere accusati per le loro responsabilità nella crisi economica hanno avuto il "buon gusto" di dire che si sentivano come "gli ebrei nel '29". E questo è un esempio di anti-semitismo serpeggiante, quando una ragione di giustificazione viene trovata con tali argomenti…L'anti-semitismo è un cancro europeo e non arabo. L'uso del vocabolario antisemita che fanno pure alcuni paesi arabi, come l'Iran è un antisemitismo di esportazione, ma si può parlare meglio di anti-sionismo ovvero contrarietà alla presenza di uno stato d'Israele, ovvero Israele si trova lì, e naturalmente con questo non voglio destare dubbi sulla legittimità di Israele, perché è rinato duemila anni dopo nel cuore del mondo arabo ed è normale il sentimento di contrasto, di perplessità rispetto all'esistenza di uno stato che non è arabo in un panorama così definito. Non carichiamo però su altri colpe che sono nostre. Solo 60 anni fa, 6 milioni di cittadini europei sono stati massacrati da cristiani europei che leggevano Goethe, ascoltavano Mozart, come noi. Per gli arabi non avrebbe fatto alcuna differenza se fossero stati lapponi piuttosto che israeliani a far nascere uno stato lì, in mezzo a loro: avrebbero odiato i lapponi. C'è anche ostilità religiosa da parte dei fondamentalisti, ma vale anche nei confronti degli ebrei, dei cristiani…Nella società civile la gente detesta Israele perché vede Al Jazeera e si crea una sua opinione su ciò che succede per colpa di Israele a Gaza o in Libano e quindi detestano gli israeliani per ragioni politiche, ma non razziali.

(Da Il Cannocchiale: 19 novembre 2008)

Note: http://ilparoliere.ilcannocchiale.it/post/2096075.html

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